domenica, Aprile 21

Trump alza le barricate per difendere il settore hi-tech Il governo prepara una difesa a tutto campo per evitare trasferimenti di tecnologie ai cinesi

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Nei giorni scorsi, l’amministrazione Trump ha annunciato la sospensione del Comprehensive Economic Dialogue, andando così a chiudere momentaneamente la linea di comunicazione diretta inaugurata a suo tempo da Hank Paulson, ex banchiere di Goldman Sachs che all’epoca ricopriva l’incarico di segretario al Tesoro sotto l’amministrazione Bush jr. La decisione segna il culmine di un processo di graduale deterioramento delle relazioni Usa-Cina che affonda le radici già nei primi anni 2000, quando i collaboratori di Bush cominciarono a lamentare la sottovalutazione artificiosa dello yuan da parte di Pechino.

Un chiaro peggioramento si è poi avuto con il lancio della politica del ‘pivot to Asia’ da parte di Obama, prima che la situazione precipitasse con l’elezione di Trump, che da candidato repubblicano aveva accusato la Cina di esercitare una ‘concorrenza sleale’ sui mercati internazionali e promesso che, se fosse stato eletto, avrebbe preso seri provvedimenti per risolvere il problema. Da presidente, il tycoon newyorkese ha mitigato i toni della sua retorica furibonda ma a Pechino non è sfuggito che alcuni collaboratori che Trump si era scelto, in particolare il direttore del National Trade Council Peter Navarro e il segretario al Commercio Wilbur Ross, tendevano ad attribuire alla Cina la responsabilità più o meno indiretta di una parte importante degli squilibri economici mondiali, a partire dal forte surplus commerciale che Pechino vanta nei confronti di Washington.

Alcune fonti rivelano che furono proprio le posizioni intransigenti assunte da Navarro e Ross a impedire che Trump e Xi Jinping riuscissero, lo scorso luglio, a concordare un comunicato congiunto al termine dei negoziati relativi al Comprehensive Economic Dialogue. Washington ha quindi alzato la voce nei confronti dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (Omc) accusandola di avere un occhio di riguardo nei confronti delle pratiche illecite della Cina (quali i sussidi pubblici alle imprese che esportano negli Usa), e imposto dazi sull’importazione di acciaio e alluminio invocando vecchie norme inerenti la sicurezza nazionale.

La decisione di interrompere il dialogo economico rappresenta quindi il punto d’arrivo di questo processo di deterioramento, tanto più che va ad accompagnarsi a una serie di nuovi dazi che dovrebbero colpire circa 30 miliardi di dollari di prodotti in quanto, a detta del sottosegretario al Tesoro David Malpass, «il mercato cinese non consente la reciprocità nel senso che gli altri Paesi non possono operare in Cina alle stesse condizioni con cui le imprese cinese operano all’estero». Si parla soprattutto di restrizioni sugli investimenti focalizzare nel settore hi-tech. Tra il 2012 e il 2017, la Cina ha infatti suscitato forti preoccupazioni a Washington effettuando 116 miliardi di dollari di investimenti diretti esteri negli Usa concentrati in larghissima parte sui settori strategici della robotica, dei semiconduttori, dei veicoli senza pilota e dell’intelligenza artificiale; hi-tech, insomma.

Nel febbraio del 2017, un rapporto del Pentagono aveva evidenziato l’estrema rapidità con cui tecnologie di punta, comprese quelle applicabili a fini militari, vengono trasferite alla Cina nell’ambito di processi – come il finanziamento di start-up e l’acquisizione di quote di società hi-tech quando si trovano ancora nella loro fase embrionale – di cui le autorità non riescono a comprendere la portata né a disciplinarne il corso. Ragion per cui, sotto la spinta del suo consigliere economico Peter Navarro, Trump ha messo in cantiere una serie di dazi contro Pechino – che vanno dall’hi-tech alle calzature – e predisposto il potenziamento del Committee on Foreign Invertment in the United States (Cfius), l’agenzia incaricata di esaminare e bloccare gli investimenti stranieri nel caso in cui attentassero alla sicurezza nazionale Usa.

L’organismo fu creato sotto l’amministrazione Ford nel 1975 e consolidato negli anni ’80 da Reagan per frenare le acquisizioni giapponesi, ma Trump mira a servirsene non solo come «bazooka definitivo nel suo arsenale protezionistico», come ha rilevato Hernan Cristerna di Jp Morgan Chase, ma anche come strumento per bloccare l’export di tecnologie sensibili. È proprio questo il canale che, secondo gli esperti statunitensi, consentirebbe alla Cina di impossessarsi di segreti industriali Usa.

Non a caso, Ibm ed altre aziende hi-tech hanno immediatamente espresso la preoccupazione che la tendenza inaugurata da Trump possa precludere loro la possibilità di operare in Cina attraverso il meccanismo delle joint-venture. In questo caso, tuttavia, Trump sembra poter contare sul supporto dell’Unione Europea: «Quando lo scorso mese – nota ‘Il Sole 24 Ore’ – la cinese Geely ha annunciato l’acquisizione del 10% circa delle azioni di Daimler, la proprietaria di Mercedes-Benz, le reazioni in Germania sono state a dir poco allarmate. Anche Berlino teme infatti di vedersi sottratto know-how tecnologico da aziende cinesi sponsorizzate dal Governo di Pechino. L’anno scorso, Berlino ha rafforzato i controlli sugli investimenti dall’estero nelle ‘infrastrutture critiche’ e ha fatto fronte comune con Francia e Italia per il varo di meccanismo di salvaguardia a livello europeo. L’iniziativa potrebbe sfociare nella costituzione di un’agenzia Ue simile al Cfius statunitense».

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