martedì, Settembre 29

Triste risveglio a Singapore field_506ffb1d3dbe2

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Bangkok – I negozianti e i ristoratori i cui locali di attività si affacciano su Race Course Road guardano ancora increduli i segni di bruciato sul selciato, a ricordo di quanto accaduto all’alba di lunedì scorso: l’esplosione più violenta di rabbia e devastazione cui abbiano mai assistito in vari decenni a Singapore. Ancora riesce difficile credere alle fiamme che si son levate alte da auto rovesciate e incendiate, la Polizia disposta in assetto di guerra, vari e numerosi gruppi di individui invasati, con occhi iniettati di violenza devastatrice.

Il casus belli è stato un incidente stradale cittadino, nel corso del quale un indiano è stato travolto nella notte tra domenica e lunedì, da un autobus guidato da un cittadino di Singapore. Da quel punto in poi nulla è stato più lo stesso, una fitta sassaiola ai danni della Polizia intervenuta, numerosi feriti e contusi, più di una trentina di arresti, tenendo conto che le leggi di Singapore in questi casi sono estremamente dure e repressive, dato che prevedono in simili frangenti fino a sette anni di carcere e persino la fustigazione.

Il problema, adesso, è che tutto sembra come brace che cova sotto la cenere, la questione non è risolta, nonostante l’apparato dei media locali tenda a minimizzare un evento che, però, dato lo spirito dei luoghi può essere facilmente considerato epocale. Stesso discorso per le fonti governative che tendono a racchiudere il “caso” nella cornice di una eventualità sociale, determinata più dagli effetti dell’alcool che non rivendicabile per altre motivazioni. Una specie di violenta guerriglia urbana che può sempre essere evocata e può sempre esplodere in ogni angolo del Mondo e perché no, anche nella pacifica Singapore, dove universalmente si ritiene che popoli e provenienze varie, lavoratori che giungono da ogni angolo d’Asia e del Mondo hanno sempre convissuto in serena coesistenza. Evidentemente è solo facciata, il Velo del Tempio è stato definitivamente strappato. E la realtà sociale di Singapore che appare è un quadro più nascosto e cupo di quanto ci si potesse aspettare.

Qui la questione è ancora una volta la mancata integrazione col tessuto sociale di Singapore, in questo caso di una delle più grandi Comunità straniere che lì vivono e soprattutto vi lavorano: gli indiani. Nel 1990 erano di fatto un decimo della popolazione complessiva, oggi sono praticamente un quarto dei residenti locali, 5,4 milioni circa. Ma non vi è mai stata vera integrazione, anzi, gli stessi locali riconoscono che vi sono condizioni di vero e proprio sfruttamento della manodopera indiana, impiegata prevalentemente nel ramo edilizio. Storie di lavoratori sottopagati a fronte di una mole di lavoro che è facile constatare a Singapore, di fatto i grattacieli, i grandi centri commerciali e la stragrande maggioranza delle opere pubbliche portano la firma di sangue, sudore e lacrime indiane. Ora più di un cittadino di Singapore è disposto ad ammettere che sì, è vero, vivere nelle condizioni in cui sono praticamente costretti gli indiani a Singapore è una cosa ai limiti dell’umanamente sopportabile.

I social networks appaiono anch’essi divisi: da una parte si racconta la preoccupazione dei cittadini di Singapore i quali temono – non del tutto ingiustificatamente – che i tumulti di domenica notte possano nuovamente replicarsi, dall’altra vi sono tutti coloro che sono vicini o appartengono alla Comunità indiana e che aizzano sul fuoco degli odi covati a lungo.

Questa è la nuova specificità di Singapore, fino alla scorsa settimana ritenuta una terra di concordia cementata dal lavoro e dove la differente provenienza, etnìa o religione contava poco rispetto alla laboriosità ed alla buona volontà. Oggi, oltre ai video dei tumulti notturni, delle fiamme e delle devastazioni, sul terreno morale ed etico di Singapore restano le disillusioni, il disvelamento di una realtà ben più triste, fatta di abitazioni sovraffollate di stranieri, un Sud Est asiatico che girovaga nell’intera area geopolitica, una massa di lavoratori che comprende l’India e lo Sri Lanka fino alle Filippine, tutti accomunati dalla necessità di guadagnare per vivere e far vivere le proprie famiglie. Le storie di migranti, rilette sotto questa luce, sembrano portrsi addosso odori, sofferenze, nostalgie brucianti simili in ogni zona del Mondo ma –al giorno d’oggi- semnra che tutto questo mondo umano sia, in fondo, la colonna stessa sulla quale si fonda lo sviluppo delle economnie asiatiche.

Tutto questo ricorda e ci porta a riflettere sulle condizioni nelle quali vivono i giovani laureati in Ingeneria che partono dalla Cina e vanno in Giappone a rafforzare l’Information Technology del Sol Levante, una specie di condanna doppia, come se si fosse commessa una colpa o un reato oppure come se si dovesse alleggerire una retribuzione karmica pesante ricevuta dalle vite passate: lavorare all’estero e lavorare in una terra straniera che si odia profondamente e dalla quale si viene intensamente e vivamente contraccambiati.

Tutto questo ricorda le etnìe di confine, a cavallo tra Myanmar e Thailandia, i boat people che cercavano di sfuggire allo stato di polizia dittatoriale dell’ex Birmania ma che venivano accolti dalla Thailandia a cannonate,  i vietnamiti appaltati da industrie e Società cinesi che pagano poco i propri connazionali e pagano ancor meno i vietnamiti, per competere “meglio” sulle piazze internazionali con le Società e le Industrie occidentali che certo non posso andare così in basso nel contenere i costi di produzione e soprattutto le retribuzioni dei propri dipendenti e lavoratori. Tutto ciò ci ricorda la vera e propria deportazione di operai, di esseri umani, dalla Cina in Africa, lasciandoli vivere e lavorare nei cantieri delle opere edilizie faraoniche su 3 turni di 8 ore per coprire un lavoro h24 che in Occidente nessuno si immaginerebbe di applicare.

Ora, mentre  le forze di Polizia di Singapore riguardano all’infinito i nastri delle telecamere per cercare di capire come sono andate le cose, oltre che procedere alle identificazioni di rito, gli studiosi di eventi sociali si soffermano nel constatare che la violenza urbana, forse a causa dell’alcool, ha trovato nelle modalità stessa dell’orda le spiegazioni alla base della propria violenza, in un tentativo maldestro di soffermarsi sulla superficie di quanto accaduto domenica notte. Ma – nonostante questo pensiero edulcorato e i media locali che se ne fanno veicolo – la folla, come ci è noto anche e non solo per gli scritti di Desmond Morris e di altri, non ha caratteristiche intrinseche in soli termini di violenza, non è un organismo con stati di rabbia intrinseci che travalicano i comportamenti umani in fase “normale”. Chi crede in questa visione ristretta della violenza urbana – che indossi una divisa o meno – probabilmente cade in un brutto errore di valutazione.

Quello che è accaduto nella notte di domenica scorsa a Singapore ha lasciato tutti attoniti proprio perché quella che veniva fatta passare per pacifica convivenza era solo una pacifica convenienza a favore dei cittadini di Singapore. Anche in questo caso, si tratta di una ipocrisia che non ha retto il vaglio del Tempo.

 

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