domenica, Luglio 21

Tregua per Gaza: ma davvero? Quadro di sintesi della terza guerra di Gaza. In attesa dei negoziati in corso a Il Cairo

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Amman – “La situazione è pericolosa, posso soltanto dire che è molto pericolosa” Poco dopo il suono assordante della sirena di un’ambulanza interrompe la telefonata tra Hala Hindawi e un amico fotoreporter. Lui ha messo giù ed è corso a vedere cosa stava succedendo. Succedeva che -come è tipico a Gaza- i vivi non possono fare altro che correre, per salvarsi la vita. La domanda però è: in quale direzione dovrebbero correre?

Il cessate il fuoco del 1 agosto
La telefonata si è svolta attorno al 1° agosto, una data che Longley, gli osservatori e i palestinesi attendevano con ansia, perché alle 8 del mattino di quel giorno sarebbero partite 72 ore di cessate il fuoco. Sono effettivamente iniziate, in risposta alle sollecitazioni di Nazioni Unite e degli USA. Guardata sullo sfondo della storia palestinese, però, questa è stata la tregua più breve di tutte, ed è durata poco più di un’ora.
Quello stesso giorno, ‘Al-Arabiya‘, citando fonti mediche, riportava che «raid aerei israeliani e scambi di colpi di artiglieria in varie località della Striscia», a Rafah, avevano prodotto almeno 40 morti e 200 feriti (secondo al-Jazeera i morti sono stati 30). L’attacco sarebbe stato condotto contro i civili intenti a ispezionare le condizioni delle proprie abitazioni.
Nello stesso giorno il Segretario di Stato americano John Kerry dichiarava che le parti avrebbero dovuto «interrompere tutte le attività militari e offensive,» ma anche che Israele avrebbe potuto continuare  «le sue operazioni difensive contro i tunnel creati da Hamas durante la tregua». Appena un giorno prima il Primo Ministro israeliano Benyamin Netanyahu, aprendo la seduta di Governo, aveva detto, «Con o senza il cessate il fuoco, Israele distruggerà i tunnel che minacciano i suoi cittadini», aggiungendo che le truppe sarebbero state «rischierate secondo le proprie esigenze di sicurezza», non appena completata la distruzione dei tunnel di Hamas.
La posizione degli Stati Uniti, molto chiara, ha assunto la voce di John Kerry che però, mentre diceva che «nulla avrebbe potuto garantire la tregua», spingeva Hamas e Israele ad accettarla. Nella stessa dichiarazione di Kerry, gli USA invitavano ad avviare negoziati al Cairo, che si impegnavano a sostenere, «lavorando con Israele, l’Autorità nazionale palestinese (Anp), l’Egitto, l’Onu e gli altri alleati della regione». Il portavoce Fawzi Barhum, ha risposto che Hamas avrebbe proseguito «la lotta nella Striscia di Gaza fino al raggiungimento dei propri obiettivi». Nello stesso momento in cui venivano rilasciate queste dichiarazioni, il 10 ° canale israeliano -‘STI‘- annunciava il prossimo attacco di Israele, stava attribuendo ad Hamas la volontà di interrompere la tregua.
Secondo Amnesty International, comunque, nell’arco di 50 anni di conflitto, entrambe le parti (israeliana e palestinese, seppure in proporzioni diverse) si sarebbero rese «responsabili di crimini di guerra».

La tregua più breve della storia
Se le 72 ore di cessate il fuoco del 1° agosto -fortemente volute dalla Casa Bianca- avessero funzionato come era stato concordato tra Kerry e il Segretario Generale delle Nazioni Unite Ban Ki Moon, le truppe israeliane sarebbero dovute rientrare già da una settimana nelle loro sedi. Washington ha sempre continuato a sostenere per Israele il diritto di distruggere i tunnel tra Gaza e i propri confini, un obiettivo che sembra sia stato completato con soddisfazione di Netanyahu, che il 5 agosto si è congratulato «con l’Esercito e lo Shin Bet per avere portato a termine la distruzione di 32 gallerie sotterranee che dalla Striscia di Gaza raggiungevano il territorio israeliano».

I numeri del conflitto a Gaza


Dall’inizio dello scontro (8 luglio) fino alla tregua del 5 agosto questa è la contabilità del conflitto.
Sul fronte dei palestinesi, il Ministero della Sanità  enumerava: 1.875 morti  -tra cui 430 bambini e 243 donne– e circa 9.500  feriti. Anche l’Alto commissariato ONU per i diritti umani ha confermato gli oltre 1.850 morti palestinesi, «tra i quali 1.350 civili, di cui oltre 400 bambini».
Da parte degli israeliani, invece, hanno perso la vita 64 soldati e 3 civili

Nel numero enorme di morti se ne include anche una che in quest’ultima settimana ha assunto un particolare significato: quella del soldato israeliano Hadar Goldin. Il 1° agosto alle 9:00, il 10° canale israeliano citava scontri ravvicinati tra i miliziani di Hamas e un gruppo di soldati israeliani. Contatti così ravvicinati da causare il trascinamento di Goldin verso l’ingresso di un tunnel, portando così a due il numero dei militari israeliani catturati dalla fazione Ezzeddin al-Qassam, braccio armato della resistenza di Hamas. Secondo Hamas il militare sarebbe stato già morto al momento del suo trascinamento e il cadavere non è stato ritrovato.
Dopo alcuni giorni di dichiarazioni incrociate tra Israele, che insisteva sul fatto che il soldato fosse stato rapito, e Hamas che -attraverso il portavoce al Qassam citato dall’agenzia Anadolu- diceva di non avere notizie certe sulla cattura del soldato stesso, Goldin è stato infine dichiarato morto, quando la tregua-flash di due ore si era interrotta. I funerali si sono svolti a Tel Aviv il 3 agosto, alla presenza di migliaia di persone, proprio mentre una scuola gestita dall’ONU a Rafah, nel sud della Striscia di Gaza, veniva colpita da un missile israeliano indirizzato contro un gruppo di resistenti palestinesi che vi si erano rifugiati.
Nell’occasione ha perso la vita anche un funzionario delle Nazioni Unite. La reazione di Ban Ki Moon non si è fatta attendere: «Un insulto morale ed un atto criminale», così il Segretario generale delle Nazioni Unite ha definito l’incidente. Questo attacco, ha proseguito Ban Ki Moon,  «è un’altra grave violazione del diritto umanitario internazionale».

Il punto della questione
La Striscia di Gaza è rimasta stretta nell’assedio israeliano per quasi otto anni, e ora parlare di tregua e cessate il fuoco (anche se in queste ore è stata avviata una nuova tregua e al Cairo sono iniziate negoziazioni movimentate il cui esito non è ancora chiaro) può essere una faccenda enormemente complessa.
Secondo Rakan Saaydeh – giornalista e analista politico giordano: “La questione della tregua condensa in un solo punto tutta l’essenza del conflitto, che insiste sulla necessità di allentare l’assedio e infine concluderlo“. Nella sua ultima operazione militare il braccio militare di Hamasal Qassamha dimostrato una grande flessibilità sul campo di battaglia, “quello cui stiamo assistendo è terribile e la resistenza di Hamas ha generato una questione di equilibri militari; la sola conclusione possibile e accettabile è un cessate il fuoco e la cancellazione dell’assedio a Gaza” ha aggiunto Saaydeh.

La punta dell’iceberg: la chiusura del valico di Rafah
Numerosi osservatori e analisti arabi hanno descritto la posizione egiziana comenon accettabile‘, proprio a causa del numero di civili morti; il conflitto -nonostante la tregua iniziata- non si è ancora concluso definitivamente. Le autorità egiziane, nei giorni scorsi, hanno anche vietato l’ingresso nella Striscia ai convogli medici, affermando di non poterne garantire la sicurezza; dopo la chiusura del valico di Rafah il Presidente Abdel Fatah al-Sisi, dichiaratamente avverso ai Fratelli Musulmani, potrebbe aver cercato di fare pressioni su Hamas mentre, secondo l’attivista Mothana al Gharaibeh, si stava avvalendo delle questioni politiche interne per nascondere il ruolo marginale che l’Egitto stava assumendo, rispetto alla sua tradizionale funzione mediatrice. «Purtroppo il Presidente egiziano non ha potuto superare il suo conflitto politico interno con i Fratelli Musulmani per occuparsi di ciò che stava accadendo a Gaza. Ma Gaza non è soltanto Hamas, e anche se al Sisi ha una pessima opinione di Hamas, questa scusa non dovrebbe bastare per giustificare i crimini di guerra coprendoli politicamente con atteggiamenti sleali». Conclude al Gharaibeh, «quello cui stiamo assistendo è terribile: l’imprevedibile resistenza di Hamas ha generato una questione di equilibri militari; la sola conclusione possibile e accettabile è un cessate il fuoco e la cancellazione dell’assedio a Gaza».
Poche ore dopo questa dichiarazione di al Gharaibeh, su impulso della comunità internazionale, l’iniziativa egiziana è stata accettata da ambo le parti, mentre il ruolo del Qatar e quello della Turchia -vicini al movimento di Hamas- sono stati completamente rifiutati da Israele. L’Egitto, in realtà, più che un mediatore, è una parte direttamente chiamata in causa; ciò costringe al Sisi a cercare una soluzione rapida, dato che l’America concorda con Israele sull’impossibilità di accettare la mediazione di Turchia o Qatar. In effetti è proprio in Egitto che si sta svolgendo (oggi 6 agosto) il secondo giorno di negoziati, ai quali partecipano svariate delegazioni.
Partecipano Israele, Hamas, al Fatah, Jihad islamica, ma anche Tony Blair (rappresentante in Medio Oriente del ‘Quartetto’, cioè Stati Uniti, Russia, Ue e ONU), il delegato ONU Robert Serry, e il Venezuela, attraverso il Ministro degli Esteri Elias Jaua, proveniente dall’Iran. Tra Iran e Venezuela esistono diversi accordi bilaterali, specie in tema di energia, nucleare e difesa.

Le violazioni dei diritti umani: le Nazioni Unite prendono posizione
A fine luglio, da Ginevra, l’Alto Commissario per i Diritti Umani Navi Pillay ha condannato gli attacchi alle scuole delle Nazioni Unite che si sono ripetuti nel corso del conflitto, così come quelli rivolti contro ospedali, luoghi rituali e infrastrutture -tra cui le linee elettriche di Gaza, che si sono interrotte e che secondo fonti israeliane sarebbero in via di ripristino proprio in queste ore.
PIllay ha anche sottolineato la necessità di «fare un serio bilancio della situazione, considerando possibili crimini di guerra e il numero crescente delle vittime civili, tra cui 250 bambini». Pillay prosegue dicendo che «la morte e le lesioni a donne, bambini e uomini, tutti civili terrorizzati -inclusi funzionari ONU- che cercavano rifugio dal conflitto sono atti orribili e possono essere considerati crimini di guerra». «Se non possono rifugiarsi nelle scuole ONU», conclude il commissario, «dove dovrebbero cercare riparo i civili?».
Amnesty International ha recentemente spinto per l’apertura di un dossier delle Nazioni Unite per investigare su possibilicrimini di guerra‘, indagine che potrebbe riguardare anche Hamas.  Nell’attesa di sapere se i negoziati che sono ancora in corso al Cairo avranno avuto successo o se dovremo continuare ad aggiornare il bilancio delle vittime innocenti di questa follia collettiva.

Il servizio è stato realizzato da Hala Hindawi (da Amman) e da Valeria Noli (Redazione), con la collaborazione di Michela Fortini

 

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