giovedì, Novembre 14

Tregua ‘armata’ tra Cina e Stati Uniti? Lo scongelamento concordato tra i due Paesi non risolve i problemi di fondo

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Nei giorni scorsi, nonostante l’apertura alla Cina da parte dell’amministrazione Trump che aveva richiesto e ottenuto dalla World Trade Organization (Wto) il congelamento per una durata di sei mesi (fino al 31 dicembre 2019) della causa che aveva intentato nel marzo 2018 contro la Cina per presunte violazioni dei diritti di proprietà intellettuale, l’apparato dirigenziale dell’ex Celeste Impero aveva fatto sapere alla propria controparte statunitense che nessun accordo commerciale sarebbe stato sottoscritto qualora Washington non avesse revocato il bando imposto contro Huawei. Nello specifico, la manovra si realizzò sotto forma di iscrizione del colosso cinese delle telecomunicazioni nella ‘lista nera’ delle società accusate di pratiche illecite e di fungere da braccio armato del governo di Pechino che di fatto obbliga le aziende Usa a richiedere una apposita licenza per interagire con loro sul piano commerciale.

In un primo momento, Google si allineò alle direttive di Washington sospendendo la collaborazione commerciale con Huawei attraverso il blocco del trasferimento di hardware, software e servizi tecnologici di punta sugli smartphone prodotti dall’azienda cinese. Dopo pochi giorni, però, l’impresa hi-tech guidata da Larry Page ha corretto sensibilmente il tiro, esercitando pressioni – seguita a ruota dal produttore di chip Qualcomm – sulla Casa Bianca per convincere il presidente a revocare il bando contro Huawei, o quantomeno a esonerarla dal divieto di vendere al gigante di Shenzen i propri servizi una volta scaduta la licenza temporanea (pari a 90 giorni). La presa di posizione di Google nasce non solo dalla prospettiva di un forte ridimensionamento del business connesso alla misura restrittiva imposta dal governo, ma anche e soprattutto dalla consapevolezza che il bando costringerebbe Huawei ad imprimere una forte accelerata ai – già ben avviati – progetti che mirano allo sviluppo di sistemi operativi autonomi.

Nel breve termine, però, il bando  potrebbe avere pesanti ricadute economiche su Huawei, i cui analisti hanno tagliato le stime di crescita di qualcosa come 30 miliardi di dollari nei prossimi due anni, a causa di un previsto calo delle vendite del 40% circa imputabile direttamente al provvedimento adottato dall’amministrazione Trump. Di qui la dura presa di posizione di Pechino, il cui vicepremier Liu He si è recentemente sentito con il rappresentante statunitense per il Commercio Robert Lighthizer. Non è da escludere che l’alto esponente del governo cinese abbia ricordato al suo interlocutore che la Cina l’episodio verificatosi lo scorso maggio, quando i rappresentanti di Pechino disertarono le aste per la vendita di Treasury Bond (T-Bond) continuando allo stesso tempo a ridurre progressivamente gli acquisti di titoli Usa. Stando ai dati, l’esposizione cinese verso il debito  statunitense è attualmente ai livelli più bassi dal maggio 2017, ma Pechino detiene pur sempre oltre 1.100 miliardi di dollari di T-Bond che, se scaricati senza preavviso sul mercato, innescherebbero inesorabilmente un crollo dei prezzi e un forte incremento dei rendimenti. Con conseguente aumento degli oneri di finanziamento per gli Usa e della loro economia interna, visto e considerato che i T-Bond decennali fungono da parametro di riferimento per l’erogazione del credito al consumo e alle imprese. La Cina, in altre parole, è pronta ad avvalersi di un formidabile strumento di ritorsione.

Il che spiega la tregua giunta al G-20, in base alla quale Trump ha rinviato l’estensione dei dazi su ulteriori 300 miliardi di prodotti cinese e aperto lo spiraglio per la rimozione del bando contro Huawei necessaria alla ripresa dei rapporti tra il colosso cinese e le imprese Usa. Pechino, dal canto suo, ha manifestato disponibilità a riprendere i negoziati e ricordato che la storica stretta di mano tra Trump e il presidente nordcoreano Kim Jong-un è stata possibile soltanto grazie al preventivo disgelo dei rapporti tra i due Paesi concordato a Osaka. Per quanto accolta favorevolmente dai mercati, è tutt’altro che scontato che la tregua tra Cina e Stati Uniti si traduca in accordi stabili e duraturi. Secondo alcune analisi, l’impressione è che «la Cina stia tessendo la sua tela di Penelope fino alle prossime presidenziali Usa, senza davvero mai arrivare ad un accordo con un presidente Usa in scadenza di mandato e quindi potenzialmente meno affidabile».

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