domenica, Novembre 17

Trattative Usa-Cina: Washingron alza i dazi Si riaccende il confronto tra i due giganti

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Nei giorni scorsi, Donald Trump ha annunciato l’imminente rialzo dei dazi dal 10 al 25% su 200 miliardi di dollari di prodotti cinesi, e chiarito che nuove tariffe verranno applicate a breve nei confronti di altre 325 miliardi di merci sfornate dall’ex Celeste Impero. In precedenza, i dazi imposti dall’amministrazione in carica avevano colpito quasi 285 miliardi di dollari di importazioni dalla Cina (il 12% circa del totale).

La decisione di alzare la posta in gioco risponde palesemente all’obiettivo di imprimere un’accelerata decisiva alle trattative bilaterali che, secondo il punto di vista dei falchi statunitensi asserragliati dietro al direttore del National Trade Council Peter Navarro, stanno protraendosi da troppi mesi senza produrre risultati concreti all’altezza delle aspettative. Nello specifico, Washington lamenta l’assenza di qualsiasi progresso verso il raggiungimento di un’intesa relativa alla tutela della proprietà intellettuale, che la Cina è stata ripetutamente accusata di violare con sistematicità.

L’apparato dirigenziale di Pechino, dal canto suo, ha reagito alle accuse e alle manovre manovre statunitensi mediante una strategia sviluppatasi su più livelli. Sul piano dialettico, la leadership cinese ha ricordato con insistenza che, attualmente, l’ex Celeste Impero non fa che replicare – mutatis mutandis – lo stesso processo storico grazie al quale gli Stati Uniti si sono elevati al rango di grande potenza. Come spiega in proposito lo storico Charles R. Morris sull’autorevole ‘Foreign Policy’, nel periodo successivo all’indipendenza «la legislazione approvata dal Parlamento britannico prevedeva aspre sanzioni per coloro che trasferivano all’estero segreti commerciali, e arrivava persino a proibire l’emigrazione di operai specializzati. Ma gli Stati Uniti non avevano alcun rispetto per le norme britanniche introdotte a protezione della proprietà intellettuale. Il Paese aveva combattuto per la propria indipendenza con lo scopo di eludere le soffocanti restrizioni economiche imposte dalla madrepatria. Non stupisce pertanto che, agli occhi degli statunitensi, le barriere tecnologiche inglesi non rappresentassero altro che misure pseudo-coloniali finalizzate a impedire che gli Usa si affrancassero dal ruolo di meri fornitori di materie prime e di mercato di sbocco per i prodotti finiti britannici. Mentre la prima normativa sui brevetti, approvata nel 1790, riconosceva a ‘ogni individuo o gruppo di individui’ il diritto di sottoporre un progetto all’ufficio preposto, la modifica introdotta nel 1793 stabiliva che soltanto i cittadini statunitensi  avrebbero potuto, da quel momento in poi, invocare la protezione garantita dalla legge del 1790». A livello pratico, la linea operativa adottata dalla Cina si è dispiegata con l’imposizione di contro-dazi su 121 miliardi di merci statunitensi, a partire da commodity di particolare rilevanza per Washington, associata alla diversificazione dei canali di approvvigionamento. Il dimezzamento degli acquisti della soia prodotta dagli Stati Uniti è stato così compensato con l’incremento del 30% delle derrate brasiliane; il semi-azzeramento delle importazioni di shale gas e tight oil statunitensi dall’aumento delle forniture da Arabia Saudita, Russia e Iran. Paesi, questi ultimi due, che da tempo figurano sulla lista dei nemici degli Usa.

L’altro fattore di attrito tra Washington e Pechino è dato dall’avanzata dall’uso spregiudicato che le aziende cinesi Huawei e Zte fanno del proprio predominio sulla tecnologia 5G. Il governo Usa, consapevole del forte ritardo che le società statunitensi hanno nei confronti delle concorrenti cinesi (a ciò si deve il pieno appoggio che l’amministrazione Trump ha promesso alla Cisco Systems) non digerisce infatti che svariati Paesi alleati affidino alle imprese in questione i contratti per la costruzione delle reti di telecomunicazione d’avanguardia.

Sul piano pratico, tale postura si è tradotta da un lato in forti pressioni – rivelatesi efficaci solo in alcuni casi – su Giappone, Australia, Gran Bretagna e Unione Europea affinché escludessero Huawei e Zte dai bandi. Dall’altro, nella decisione di fornire pieno sostegno a Cisco Systems, l’unica azienda statunitense ritenuta in grado di rivaleggiare con le concorrenti cinesi in un futuro non troppo remoto. I dazi rispondono esattamente a quest’ultimo obiettivo: incentivare lo sviluppo su scala nazionale.

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