mercoledì, Ottobre 28

Tra Ucraina e Russia una schiarita con molte incognite Il vertice a quattro di Parigi non è stato del tuto deludente ma le prospettive di una vera pace restano ancora lontane ed incerte

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Un ennesimo topolino partorito dalla montagna? La vecchia metafora sarebbe calzante se le aspettative dal vertice che una settimana fa ha riunito a Parigi i massimi dirigenti di Francia, Germania, Ucraina e Russia, con le luci puntate sopratuto su Volodymyr Zelenskiy e Vladimir Putin, due omonimi praticamente in guerra tra loro e a confronto diretto per la prima volta, fossero state per lo più all’altezza di un evento esteriormente di tutto rilievo.

Non lo erano, invece, specialmente tra gli esperti e gli ambienti solitamente meglio informati, che pure plaudivano al fatto nuovo come il grosso delle opinioni pubbliche più interessate, benchè non mancassero neppure preoccupazioni, paure e persino rumorose proteste quanto meno in terra ucraina.

Dove si temeva e si teme, comprensibilmente, che trattare con la Russia nelle presenti condizioni, con gli attuali rapporti di forza militare e politica e sia pure con due governi amici in veste di mediatori, non prometta in partenza gran che di buono. E i nuovi dirigenti di Kiev (l’ex comico Zelensky, un novizio della politca, presiede la seconda Repubblica post-sovietica solo dallo scorso maggio) ne appaiono del resto ben consapevoli.

A differenza dei predecessori, e delle migliaia di persone scese in piazza nella capitale per protestare contro una paventata resa al nemico, attribuiscono però la priorità alla cessazione di un conflitto aperto che, per quanto “a bassa intensità”, ha mietuto sinora, in cinque anni, 13 mila vittime, e incide in misura incalcolabile ma sicuramente pesante su un’economia nazionale già di per sé soffrente e sulle condizioni di vita della popolazione, già falcidiata dall’emigrazione in varie direzioni.

Eletto sulla base preminente della promessa di impegnarsi a fondo per la pace trattando direttamente con Putn, Zelensky già dava
l’impressione di voler puntare su una cessazione concordata delle ostlità come obiettivo più pressante e più realisticamente perseguibile rispetto ad una ben più improba soluzione negoziata del confito in corso ovvero della multiforme vertenza con Mosca che l’ha provocato.

E’ da presumere, naturalmente, che il neo presidente non disperasse, almeno in partenza, di poter fruire di un’eventuale disponibilità russa per andare oltre l’obiettivo minimo, sotto la spinta di difficoltà interne, non solo economiche, analoghe a quelle ucraine oltre che di determinati calcoli suggeriti dall’evoluzione della problematica internazionale.

Sembrerebbe invece che proprio questa evoluzione, recentissima benchè da tempo preannunciata, abbia semmai indotto il successore di Petro Poroscenko a moderare il proprio slancio pacificatore, i propri inviti al dialogo e connesse aspettative, già un po’ frenata dall’iniziale freddezza della controparte. Pur con qualche fatica, il Cremlino ha poi fnito col concedersi e prestarsi a migliorare quanto meno l’atmosfera dei rapporti bilaterali mediante uno scambio di prigionieri e qualche apertura in materia economica.

Ma sta di fatto che all’appuntamento parigino di dicembre ormai inoltrato si è giunti solo quando si sono mossi i governi di Francia e Germania, per conferire maggiore peso, anche dal punto di vista russo, all’iniziativa ucraina e maggiore forza contrattuale al suo promotore, forse già alquanto scoraggiato da sgraditi sviluppi sul piano contestuale.

Difficile, comunque, non ricollegare la riattivazione del Quartetto di Normandia, in letargo da oltre tre anni (ultma riunione nell’otobre 2016), all’Ucrainagate, nuovo scandalo d’oltre oceano sollevato dalla rivelazione delle pressioni esercitate (ancorchè senza esito, pare) da Donald Trump su Zelensky per indurlo a prestazioni tali da mettere in cattiva luce il suo possibile sfidante per la Casa bianca, l’ex vice presidente democratco John Biden.

Pressioni spinte al punto di sospendere già previste forniture di armi americane all’Ucraina, sempre nel quadro, del resto, di quella che ‘The Guardian’ ha defnito nei giorni scorsi l’”attrazione apparentemente inesorabile per Putin” dell’attuale presidente USA, non stroncata neppure dal Russiagate, l’altro scandalo, con conseguente minaccia addiritura di impeachment, che a differenza di quello nuovo sembrava destinato a consolidare indiretamente, in chiave antirussa, il legame tra Washington e Kiev.

Legame praticamente ancora vitale, per l’indipendenza e l’integrità territoriale dell’Ucraina, come Zelensky aveva sottolineato in un’intervista rilasciata a ‘Time’ il 2 dicembre scorso, pur lamentando non solo il suddetto ricatto ma anche la denigrazione degli ucraini come gente corrota (che “ruba i nostri soldi”) da parte dello stesso Trump, in TV, nonchè la rimozione o le dimissioni di diplomatci e alti funzionari americani (come l’ex inviato speciale a Kiev Kurt Volker) distintisi per l’impegno in difesa del suo Paese.

Ringraziati comunque gli USA per il molteplice aiuto materiale fn qui ricevuto, l’ex comico è persino arrivato ad affermare, rispondendo ad una domanda sul loro ruolo nel processo di pace, che a Washington dovrebbero capire che “siamo un attore in proprio” (a player in our own right) e che “non possono fare con nessuno accordi che ci riguardano (make deals about us) dietro le nostre spalle”.

Zelensky, sfortunatamente, non poteva e non può fidarsi più di tanto neppure degli amici e protetori europei, come ha lasciato intendere nella sua, decisamente franca, intervista. Di Emmanuel Macron, autore dell’ormai virale proclamazione dello stato di coma cerebrale in cui verserebbe la NATO, ha deto che “la Francia ora sembra avere rapport diferent con la Russia ”, inclusa la propensione di Parigi a rivedere quanto meno le sanzioni tutora a carico di Mosca.

Per non parlare, poi, della Germania, che non solo condivide tale tendenza ma ha voluto a tutti i costi raddoppiare la dipendenza energetca dalla Russia con la realizzazione del Nord Stream 2, il gasdoto nel Baltico gravemente dannoso per l’Ucraina che fruisce di cospicui proventi dal transito sul proprio territorio del combustbile russo verso il Centroeuropa.

Poiché la scelta di Berlino resta vivamente osteggiata dagli USA, anche o soprattutto per l’interesse americano a rifornire con i propri nuovi idrocarburi l’Ucraina come qualsiasi altro Paese più o meno amico, Zelensky ha dichiarato senza mezzi termini che in proposito Kiev può contare solo su Washington per un’eventuale (e peraltro oltremodo improbabile, a questo punto) ripensamento tedesco.

Ma sugli USA l’Ucraina nel suo insieme può o dovrebbe poter contare anche e sopratuto per la deterrenza di eventuali e più aperte aggressioni russe ovvero per la copertura, invece, di un accentuato ricorso alla forza da parte ucraina per stroncare la ribellione del Donbass sostenuta da Mosca.

Un’opzione, quest’ultima, che il giovane presidente ucraino esclude recisamente, in contrasto con un “gran numero di teste calde” connazionali smaniose di battersi a fondo per riconquistare la provincia separatista a tutti i costi e a qualsiasi prezzo. Accusato o sospettato a sua volta di propositi arrendevoli se non proprio di “intelligenza col nemico”, rivendica di avere a cuore in primo luogo le vite umane. Comprese quelle degli europei in generale, perché l’intero continente o quasi rischierebbe di essere coinvolto in un conflitto locale inasprito e facile ad estendersi oltre ogni confine.

E’ comunque evidente che la denuncia dell’inaffidabilità americana, soprattutto, serve a Zelensky, da un lato, per legittimare ulteriormente il suo tentativo di far almeno tacere le armi in modo più efficace e stabile di come avvenuto finora, e dall’altro per giustificare preventvamente un risultato dei suoi sforzi meno soddisfacente del desiderabile, di per sé e/o per il prezzo da pagare per ottenerlo.

E’ alla luce di queste premesse che va valutato l’esito di un vertice, bilaterale nella forma ma quadrilaterale nella sostanza, che secondo, ad esempio, un personaggio autorevole, competente e cointeressato per motivi di vicinanza come Carl Bildt, ex premier ed ex ministro degli Esteri svedese, sarebbe stato persino più deludente delle già modeste aspetatve perché non ha segnato alcuna svolta (neither breakdown nor breakthrough) nell’unico ma pericoloso conflitto oggi in corso in Europa.

Mentre un po’ deluso si è dichiarato anche Zelensky, pur apprezzando lo sblocco del dialogo con Mosca, Putn, in conferenza- stampa, ha reso noto che “sì, possiamo parlare di disgelo nelle nostre relazioni”, e non è escluso che se il primo avesse espresso maggiore soddisfazione facendo eco al secondo le critiche in patria, che prevedibilmente non sono mancate, sarebbero state più aspre. Ad evitarlo è probabilmente servita anche la freddezza reciproca notata tra i due e coronata dalla mancata stretta di mano rituale almeno per la foto.

Dei due mediatori, Macron, l’anfitrione, ha defnito i colloqui complessivamente “fruttuosi” pur rilevando i punt di disaccordo che restano da superare, mentre la cancelliera tedesca si è deta “molto felice” per l’esito del convegno all’Eliseo limitandosi ad auspicare che vengano estesi e rafforzati i poteri di controllo sul cessate il fuoco assegnato, finora con scarso successo, agli osservatori dell’OSCE (Organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa) dagli accordi di Minsk del 2014 e 2015.

Il loro rilancio in forma riveduta e corretta, anche sulla base di una successiva proposta dell’ex ministro degli Esteri tedesco (e atuale presidente della Repubblica federale) Frank-Walter Steinmeier, costtuisce effettivamente, in sostanza, l’obiettivo che il quartetto di Normandia ha concordato di perseguire e raggiungere in tempi relatvamente brevi una totale cessazione delle ostlità, secondo il comunicato finale sui colloqui, entro la fne dell’anno, in concomitanza con lo scambio di tutti i residui prigionieri.
Entro il prossimo marzo, invece, dovrebbe essere esteso il numero delle “aree di disimpegno” militare ovvero reciproco allontanamento delle rispettive forze in campo, comprese naturalmente le milizie irregolari russe ma anche quelle ucraine, un’operazione già avviata in particolare per quanto riguarda i mezzi pesanti .
La demilitarizzazione della regione contesa dovrebbe a sua volta preludere, come prevede la Formula Steinmeier, allo svolgimento di libere elezioni locali, secondo la legge ucraina e soto adeguato controllo da parte dell’OSCE, con conseguente liquidazione delle due cosiddette repubbliche proclamate dai secessionisti florussi e il ritorno di tutto il Donbass soto l’efettivo governo di Kiev.

Il tutto, però, previa concessione di un certo grado di autonomia alle due vecchie province che soddisfi i separatisti ma anche e sopratuto Mosca, che già aveva respinto un progeto ucraino al riguardo e ora, sia pure non a livello ufficiale, non nasconde che gradirebbe addiritura l’estensione di uno status speciale ad altre province, a maggioranza russofona o che per questo o quel motvo guardano a Mosca più che a Kiev. Cosa sicuramente inaccettabile per Zelensky e compagni, che a questo punto, infatti, escludono anche una federalizzazione del Paese in precedenza ipotizzata.

I colloqui parigini hanno comunque confermato la permanenza dello scoglio più difficile da superare un problema di tempi. La riconsegna all’Ucraina, cioè, del controllo della frontiera tra Donbass e Russia, che Mosca accetta ma riluta ad acconsentire che preceda lo svolgimento delle elezioni, come invece esige Kiev per impedire che prima del voto continuino ad affluire da est, nel territorio conteso, uomini e mezzi.

E’ da presumere che la divergenza si riveli solubile, con un minimo di buona volontà comune e qualche formula più o meno ingegnosa. Ferma restando, peraltro, anche in caso di soluzione trovata e applicata, su questo punto come sul precedente, la possibilità che la parte chiamata a cedere qualcosa rispeto allo status quo, cioè quella russa, ci ripensi tornando all’uso della forza per affermare i propri interessi.

Lo stesso non vale per l’Ucraina, per i motvi già accennat, anche qualora le previste elezioni dessero un responso diverso da quello che Kiev si augura e che potrebbe preludere alla defnitva perdita del Donbass. Ma per quanto complessa e intricata si present la problematca locale, il suo tratamento da parte russa, sopratuto, rimarrà verosimilmente condizionato in modo determinante dall’evoluzione del suo contesto internazionale.

Senza dimenticare, naturalmente, che nel contenzioso tra Kiev e Mosca fgura, almeno ufficialmente, anche la Crimea, benchè di fato la sua riannessione alla Russia appaia irreversibile e al massimo destinata a venire rimessa seriamente in discussione solo come oggetto di mercanteggiamento.

Anche Zelensky, come già Poroscenko, ribadisce che la resttuzione della penisola all’Ucraina è irrinunciabile e i governi occidentali continuano a spalleggiarlo, se non altro per ragioni di principio, incluso quello americano. Lo ha appena confermato il segretario di Stato Mike Pompeo, smentendo sia pure a distanza di tempo il suo superiore, che prima di venire eleto aveva espresso una diversa opinione.

Ma Trump, come si sa, dice e disdice con grande facilità, e anche i suoi efettivi comportamenti non brillano sempre per coerenza e prevedibilità. Quelli più recenti nei confronti dell’Unione europea e della stessa Ucraina hanno certamente agevolato la schiarita tra Mosca e Kiev ma contribuiscono altresì a spiegare i suoi limiti e l’incertezza degli ulteriori sviluppi.

Con la NATO malata se non proprio comatosa la Russia è automatcamente incoraggiata ad approfittarne per risolvere la vertenza con l’Ucraina a condizioni per sé favorevoli. Ma Trump potrebbe cadere per impeachment tra breve o bocciatura elettorale tra un anno (anche se le atuali previsioni sono di segno contrario) con conseguente ritorno degli USA su moduli più tradizionali di politica estera, nonostante il probabile avvento della Cina al ruolo di loro principale e più temibile antagonista globale.
Francia e Germania, in primo luogo, sono sospinte dalle mosse e ateggiament di Trump ad alleviare, quanto meno, il contenzioso con la Russia anche, se necessario, un po’ a spese dell’Ucraina, che non possono tutavia abbandonare completamente al suo destno screditandosi in Europa e nel mondo. Tra i soci della UE, come la Polonia o le repubbliche baltche, più tmorosi della vera o presunta aggressività russa, analogamente alla Svezia o alla Finlandia formalmente neutrali.

La reale capacità di Parigi e Bonn di tenere testa in qualche misura a Mosca, anche per quanto riguarda Kiev, senza più il pieno appoggio (o addiritura la guida e la spinta) di Washington, e per di più una parziale dissociazione britannica, dipende però dal successo o meno dei loro sforzi per consolidare e potenziare sotto ogni aspeto un’Unione europea che non attraversa certo il suo momento più felice.

Sforzi che, tra l’altro, la stessa Russia deve ancora stabilire, probabilmente, se le conviene agevolare oppure ostacolare all’insegna del divide et impera. In questo caso, la scelta potrebbe dipendere da come il Cremlino vede realmente il proprio attuale legame con la Cina, naturale aspirante al ruolo di nuova e massima superpotenza globale in sosttuzione degli USA. Una dovizia di incognite, insomma, che inevitabilmente pesano sulle prospettive di una vera pace, o anche solo di duratura distensione, tra le due maggiori repubbliche della defunta Unione sovietca.

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