mercoledì, Settembre 30

Tra i molti litiganti, Letta (non) gode field_506ffb1d3dbe2

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Letta-governo

 

La parola d’ordine è ‘gioco d’attacco’. Enrico Letta avrebbe preferito evitarlo, ma il ‘messaggio’ del Quirinale è inequivocabile; e il Presidente del Consiglio sa bene che a Giorgio Napolitano, che quotidianamente gli fa da sponda, non può dire di no. Così ecco che Letta e il suo Governo affronteranno nuovamente un voto parlamentare, che -se tutto andrà come previsto- sancirà la ‘discontinuità’ che si è creata con l’uscita dal Governo delle truppe fedeli a Silvio Berlusconi.

L’incontro nel pomeriggio con Napolitano serve a definire gli ultimi particolari, ma il calendario è ormai definito. Prima si lascerà il tempo al Partito Democratico di scegliersi il nuovo leader; poi, dopo che Matteo Renzi si sarà insediato (perché nessuno dubita che sarà lui a vincere le primarie, l’incognita è piuttosto con quanti voti e percentuali), un rapido giro di consultazioni per cercare di capire cosa passa davvero per la testa del nuovo segretario; infine, il voto di fiducia: diciamo tra il 10 e l’11 dicembre. Del resto, fanno sapere da Palazzo Chigi, accelerare i tempi non avrebbe senso: “Prima di chiedere la nuova fiducia occorre aver acquisito il sì del nuovo Segretario”, ci spiegano queste fonti.

Respinta al mittente, dunque, la richiesta del capo-gruppo dei deputati di Forza Italia Renato Brunetta: «Il Governo non si dimette perché una maggioranza c’è, senza che vi sia il bisogno di aprire una crisi e dar luogo a nuove consultazioni», gli ha fatto sapere Letta.

Sulla scrivania del Presidente del Consiglio c’è però una grana immediata: quella costituita dai Sottosegretari berlusconiani che non ne vogliono sapere di lasciare i loro posti. Una situazione paradossale: il partito è all’opposizione, ma alcuni loro esponenti non intendono ‘mollare’ il Governo. Letta, tuttavia, appare determinato: «O se ne vanno, o verranno dimessi».

Sistemate ‘poltrone’ e ‘sgabelli’, resta la questione del rilancio politico e programmatico del Governo. Renzi un giorno sì e l’altro pure gli fa sentire, pesante, il fiato sul collo: una volta è un’intervista, un’altra un comizio, fatto è che Renzi non perde occasione per dettare le sue ‘condizioni’. Qui si avrà modo di vedere tutte le qualità diplomatiche e di tessitore di Letta. Primo terreno di sfida le riforme istituzionali ed elettorale in particolare, per ‘parare’ l’offensiva di Renzi; e poi l’Europa: da tempo Letta tesse importanti e significativi contatti e coltiva conoscenze e amicizie; il pensiero è all’ormai imminente semestre italiano e alle elezioni per il Parlamento Europeo, test politico importante, e su cui da tempo lavorano Beppe Grillo e Silvio Berlusconi, che daranno fondo a tutto il loro repertorio populista.

Tuttavia, per quanto Forza Italia spari alto zero contro il Governo e i ‘traditori’ (Angelino Alfano, Renato Schifani, Maurizio Lupi, ecc.) che lo sostengono, giorno dopo giorno appare chiaro che il partito di Berlusconi si è ficcato in un vero e proprio cul de sac: è ormai evidente che chi decide sono il Capo dello Stato, il Presidente del Consiglio, il suo vice e il nuovo Segretario del PD Renzi. Come ha scritto sarcastico ‘Il Fatto’, «Berlusconi che abbaia, non morde».

Non a caso i boatos che circolano a Montecitorio dicono che se proprio il Governo Letta cadrà, non sarà né per Berlusconi né per Grillo, ma perché sarà Renzi a decretarne la fine; con il non celato proposito di vincere le elezioni, e di conseguenza ottenere l’incarico per il nuovo Governo. Con tempi ancora da stabilire. Non biblici, comunque; e non a caso il leader del neo Nuovo centro-destra (Ncd), Angelino Alfano non nasconde il suo nervosismo e la sua inquietudine. Se qualcosa dovesse andare storto, la posizione degli alfaniani si farebbe molto delicata. «Non può tornare indietro, perché i fedelissimi di Berlusconi gli sparerebbero addosso», ragiona Bruno Tabacci, «ma questo indebolisce la sua posizione contrattuale e, con ogni probabilità, è quello su cui conta Renzi per imporre la propria linea, quella del ‘siamo 300 contro 30».

Letta, insomma, deve mediare, e non sarà facile. Nelle prossime settimane dovrà trovare soluzioni e ipotesi di lavoro che siano in grado di conciliare le crescenti esigenze del suo vice Alfano (che non può e non vuole trasformare il suo Ncd in una stampella silenziosa e obbediente del Governo), e quelle del segretario del PD che sarà. Renzi marcherà stretto: la poltrona di Segretario non gli basta, e per il 2015 punta a Palazzo Chigi. Per quel che riguarda la riforma elettorale Renzi si è già espresso per il modello del ‘Sindaco d’Italia’ che però molti osteggiano. E’ su questo terreno che si muoverà Letta: ieri, e significativamente in coincidenza con il terzo Vaffa’ day del Movimento 5 stelle a Genova, ha messo in guardia da populismi, derive e tentazioni estremistiche; poi si è chiuso nel suo studio, per mettere a punto la scaletta e studiare i dossier che i suoi collaboratori gli hanno predisposto. Al momento di chiedere la nuova fiducia sarà sul terreno concreto delle riforme istituzionali, che lancerà il suo guanto di sfida: una nuova sforbiciata al finanziamento ai partiti, il taglio dei parlamentari, la fine del bicameralismo perfetto, la cancellazione delle Province: se ne parla da trent’anni, la prima Commissione di riforma, presieduta dal liberale Aldo Bozzi risale al 1983; molti dibattiti, tanti convegni, nulla di concreto.  Ma chissà, forse, non foss’altro per disperazione e per dare una qualche risposta a un’opinione pubblica sempre più tentata di disertare le urne o votare Grillo, può essere che sia la volta buona. Se fosse il Governo dellestrette intesea condurre per primo in porto le riforme del nostro sistema istituzionale, per Berlusconi si tratterebbe di una grande sconfitta politica; la dimostrazione che Forza Italia non è più determinante e che il moderatismo italiano ha imboccato definitivamente una nuova strada.

Quanto al Pd, il successo del Sindaco di Firenze sembra annunciato. L’unico dubbio è sulle sue dimensioni: se ai gazebo non affluiranno almeno due milioni di cittadini i renziani rischiano l’insuccesso. E poi si tratta di vedere quali percentuali prenderanno i due sfidanti, Gianni Cuperlo sostenuto dal vecchio establishment e Pippo Civati. Tra tutti i litiganti Letta (non) gode. I ripetuti richiami di Renzi alla necessità di uno scatto da parte del Governo su costi della politica, lavoro ed Europa, «oppure il PD separerà i suoi destini da quelli della maggioranza», vanno letti anche in questa direzione:  il timore che vi sia una scarsa affluenza alle primarie, il tentativo di rianimarle facendo leva su un’annunciata e ritrovata iniziativa politica. E le reazioni dei competitori ‘interni’ saranno anche interessate; ma evocano problemi e ‘fantasmi’ ben presenti: «Questo atteggiamento mette a repentaglio l’unità del partito», sostiene Gianni Cuperlo; «Offensiva che esprime l’ennesima giravolta,  ma l’elettorato del PD non si farà abbindolare», auspica Civati. Ha un bel dire il neo-renziano Dario Franceschini che «tra Matteo ed Enrico c’è un’intesa, Matteo non farà cadere il Governo». La tensione, in realtà, si taglia a fette, e la dice lunga il sospiro strappato a un collaboratore di Renzi: “Se va a votare meno di un milione di persone, è da prevedersi una specie di Vietnam”. Così fosse, infatti, gli equilibri dell’Assemblea del PD (che si vota con il Segretario), potrebbero creare problemi. L’‘ANSA’ ha tracciato uno scenario: se Renzi raccogliesse il 65 per cento dei consensi, otterrebbe 650 delegati, così suddivisi: 300 circasuoi’; 200 dell’area Dem; 40-50 lettiani; una cinquantina che fanno capo a Veltroni; se invece la soglia dei votanti alle primarie si dovesse assestare sul 55 per cento, i renzianidocsarebbero a questo punto 220-230; l’area Dem oscillerebbe intorno ai 180; una ventina i lettiani, una trentina i veltroniani. Con tutte le conseguenze del caso …    

 

 

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