lunedì, Agosto 10

Tra gas e politica l’Italia sempre più fuori dalla Libia Libia sì, Libia no, Libia forse. L’accordo turco-libico deve preoccupare l’Italia, ne parliamo con Wolfango Piccoli e Matteo Colombo

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Libia sì, Libia no, Libia forse. Così, mentre regna la solita indecisione che contraddistingue ormai da tempo i governanti italiani sulla questione libica, il Ministro degli Esteri nostrano, Luigi Di Maio, si è recato oggi nel Paese che fu del defunto generale Muhammar Gheddafi e che dalla sua deposizione, nel 2011, è crollato in un caos senza fine. Il viaggio in Libia del capo della Farnesina pare, però, più un disperato tentativo dell’Italia di riguadagnare posizioni su un terreno viscido. Roma, in virtù degli ultimi sviluppi, sembra essere fuori dai giochi a causa della sua inconsistenza nel proporre e trovare una soluzione al conflitto e instaurare, quindi, un processo di pacificazione.Inoltre, le mosse libiche del Presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, unitamente all’approccio debole del Bel Paese, potrebbero smontare i piani dell’Italia nel Mediterraneo Orientale.

Ma andiamo con ordine. In Libia, Di Maio ha incontrato i leader delle due fazioni principali: da una parte il Primo Ministro Fayez al-Sarraj, che guida il Governo di Accordo Nazionale (GNA) con sede a Tripoli; dall’altra il generale Khalifa Belqasim Haftar al comando delle truppe di stanza in Cirenaica e, al momento, assoluto protagonista del conflitto. Fino alla tarda serata di ieri, però, regnava ancora un po’ confusione sul programma della visita di Di Maio. Una fonte del Governo libico aveva infatti riferito all’agenzia stampa ‘AGI’ di non sapere se il Ministro si sarebberecato prima a Tripoli, oppure, in Cirenaica. Anche l’elemento cronologico non passa per una semplice quisquiglia diplomatica quando si tratta di un Paese spaccato in due e in cui agiscono diverse forze centrifughe. Alla fine, Di Maio si è recato prima a Tripoli, dove ha incontrato il vicepresidente del Consiglio ed ilMinistro degli Esteri, poi si è recato da Haftar a Bengasi e, successivamente, facendo ritorno nella capitale, ha avuto un colloquio con al-Sarraj. In mattinata, dopo essere stato ricevuto dai vertici del GNA, il Ministro italiano ha dichiarato che la soluzione alla crisi che attanaglia la Libia «non può essere militare».

Una dichiarazione – forse tardiva – che arriva a tre giorni dall’ultima avanzata dellEsercito Nazionale di Liberazione libico (LNA) verso Tripoli sotto gli ordini di Haftar e con il benestare di Mosca. Ma oltre la Russia, da sempre vicina al signore della guerra libico, Haftar gode dellappoggio di Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti ed Egitto, con Al-Sisi che ha recentemente confermato il sostegno al Parlamento di Tobruk, rompendo definitivamente i rapporti con al-Sarraj. La Francia, invece, ha ammiccato dietro le quinte all’uomo forte della Cirenaica, che invece Israele si è preparato a supportare apertamente.

Dall’altro lato, invece, al fianco del GNA, riconosciuto ufficialmente dalle Nazioni Unite, si sono schierate l’Unione Europea, con l’Italia in prima fila, gli Stati Uniticon DonaldTrump che intrattiene anche rapporti con Haftar – il Qatar e laTurchia.

Proprio la Turchia di Erdogan ha recentemente siglato degli accordi marittimo-militari con al-Sarraj, che sembrano esserela pietra tombale sul ruolo politico dell’Italia in Libia e che fanno diventare effimero il viaggio istituzionale di Di Maio.

Gli accordi tra Ankara e Tripoli prevedono una maggiore cooperazione nello scambio di personale, materiali, attrezzature, consulenza tra le parti e listituzione di una Zona Economica Esclusiva. Erdogan punta a mettere i bastoni tra le ruote a Paesi come Egitto, Israele, Cipro, Grecia, dunque UE, che da tempo portano avanti un ambizioso programma per la costruzione di un gasdotto marittimo che tagli fuori la Turchia dal mercato del gas naturale, in forte crescita negli ultimi anni.

L’accordo turco-libico è quindi fondamentale per due motivi: dal lato economico getta luce sull’importanza che rivestono gli idrocarburi del Mediterraneo orientale, nel cui trasporto l’Italia vorrebbe essere implicata; dal punto di vista strettamente geopolitico, la Turchia emerge come principale sponsor del GNA e scalza – come se ce ne fosse bisogno – l’Italia dal ruolo di attore che ha sempre voluto avere, ma che ha interpretato malamente.

Ma quali ripercussioni può avere a livello regionale l’intesa tra turchi e libici sul campo energetico?

Dal punto di vista materiale, delle ripercussioni sono improbabili, al massimo può aumentare la tensione tra la Turchia e la Grecia e tra Ankara e il Governo greco-cipriota.”, afferma Wolfgango Piccoli, Direttore della ricerca presso la società di consulenza TENEO, che spiega poi le motivazioni.In primis, l’accordo turco-libico non è valido legalmente, quindi qualsiasi Corte Internazionale lo giudicherebbe come illegittimo”, continua Piccoli, “non sappiamo, poi, chi sarà a capo del Governo libico alla fine della settimana: è dunque un accordo raggiunto con un Esecutivo la cui tenuta è ancora tutta da vedere. Infine, la Turchia non ha la capacità tecnico-finanziaria per effettuare perlustrazioni per la ricerca di gas nella zona in questione”.

Sembrano essere invece più importanti le ripercussioni per il nostro Paese, che potrebbe perdere l’importante occasione di diventare un hub del trasporto di gas naturale verso i Paesi dell’UE.

Il gasdotto che dovrebbe raggiungere l’Italia è un’operazione che potrebbe avere un senso politico, ma che allo stato attuale non è conveniente sul lato economico, poiché servirebbero ulteriori giacimenti, dice Matteo Colombo, ricercatore associato presso l’ISPI (Istituto per gli Studi di Politica Internazionale) all’interno del programma Medio Oriente e Nord Africa, “con questo accordo tra Turchia e Libia sorge però un problema: praticamente una parte di mare da dove dovrebbe passare il gasdotto verrebbe di fatto diviso tra questi due Paesi e ciò renderebbe difficile fare questo tipo di operazione. Bisogna vedere poi cosa succede, perché a livello internazionale l’accordo turco-libico non è stato riconosciuto”.

Dello stesso avviso Piccoli, dubbioso sulla fattibilità del gasdotto che collegherebbe Cipro e Italia. “L’idea di questo gasdotto è un sogno, una cosa irrealizzabile dal punto di vista commerciale”, spiega il Direttore di ricerca TENEO, “l’unica alternativa credibile dal punto di vista economico-finanziario è passare per la Turchia: ovviamente questo è possibile dal momento in cui c’è un accordo. In questo caso, l’aspetto libico non è altro che un atto provocatorio da parte di Erdogan per indicare che, senza la Turchia al tavolo, gli accordi per portare il gas sul mercato europeo non possono esistere.

L’obiettivo di Ankara, infatti, è quello di congiungere il gasdotto cipriota a quello già esistente, il famoso TAP, che ha una possibilità potenziale di trasportare gas più di quanto in questo momento ne trasporti. Ciò, però, vorrebbe dire che una parte consistente dei nostri approvvigionamenti energetici dipenderebbero dalla Turchia e questo pone un problema molto forte”, chiarisce Colombo, perché se la strategia dell’UE, e quindi dell’Italia, è quella di diversificare gli approvvigionamenti per evitare che vengano soprattutto dalla Russia, ci troveremmo nuovamente punto e a capo se la Turchia si trovasse in mano le chiavi del gasdotto”.

La situazione sull’asse Roma-Ankara diventa allora paradossale. Alleate al fianco di al-Sarraj, ma concorrenti sul gas estratto nel Mediterraneo orientale, con l’ambizione di diventare entrambe delle piattaforme importanti nel trasporto degli idrocarburi.

Con la mossa turca, dunque, UE e Italia rischiano di essere tagliate fuori sia dalla quesitone energetica e, di riflesso, dalla situazione libica, dove si stenta nel trovare un’unione di intenti.

L’UE non ha una posizione sulla questione libica ed anche se ci fosse una condivisione su cosa c’è da mettere in campo, l’Europanon è nella posizione di fare nulla che possa facilitare un accordo tra le varie fazioni e poi sostenere un eventuale accordo di pace che, ad oggi, sembra veramente lontano”, asserisce Piccoli, qui, Erdogan, come al solito, ha approfittato delle questioni internazionali dove c’è un vuoto di potere. L’abbiamo visto anche sulla questione cipriota, sulla quale l’UE, al di là del fare comunicati dove si esprime la solidarietà, non ha fatto nulla di concreto contro la Turchia”.

E così, se da una parte l’Italia viene bloccata sul fronte gas, dall’altro viene soppiantata da Ankara nel ruolo di principale sostenitore del Governo di Tripoli. Con la visita di Di Maio che assume i contorni di una disfatta.

Il punto è che ci stiamo muovendo un po’ in ritardo. Di Maio ha dichiarato che l’opzione militare in Libia non è un’opzione, però, l’Italia è uno di quei Paesi che dovrebbe proporre una soluzione alternativa, afferma Colombo, “l’Italia può giocare due ruoli: o si schiera apertamente con al-Sarraj, ma il rischio è che si crei una reazione a catena per cui gli altri Paesi dichiarino di appoggiare Haftar; oppure ci si incentra sulla mediazione trale parti, ma se tu vuoi fare il mediatore, devi portare avanti anche un’iniziativa, una proposta concreta”.

Aprendo negli ultimi mesi ai colloqui con Haftar, però, l’Italia non ha dimostrato di appoggiare fortemente Tripoli, e d’altra parte ha fallito anche nella mediazione tra le due fazioni: vedi la Conferenza di Palermo che non ha prodotto nessun risultato concreto.

Ma più il tempo passa, più l’LNA si avvicina a Tripoli, più si corre il rischio di un’escalation. E lo scenario non sarebbe dei migliori. “Se Haftar riuscisse a vincere e conquistare quindi la capitale, sarebbe comunque un uomo di 77 anni, che non si sa quanti anni potrà governare e che non sarebbe amato da una parte della popolazione, che è armata: immaginiamo la guerriglia che potrebbe scatenarsi”, spiega il ricercatore ISPI, “il rischio, ora, è che il conflitto aumenti di intensità perché ci sono sempre più approvvigionamenti di armi e quant’altro su entrambi i lati. Si potrebbe passare da un conflitto a bassa intensità ad uno ad alta intensità con tutti i rischi umanitari del caso”.

Così il conflitto libico assumerebbe proporzioni inimmaginabili anche per l’Italia, che ha di fatto rinunciato al suo ruolo di mediatore.

Diventa tutto molto complicato, con l’aggravante che il tutto succederebbe a pochi chilometri dalle nostre coste, chiosa Colombo, “la questione libica dovrebbe veramente essere uno dei punti principali per l’agenda italiana, non solo di politica estera, ma anche di politica interna: dovrebbe essere la cosa di cui parlare di più in questo momento e ovviamente non succede”.

Nel frattempo che lo diventi, Roma si interroga e pensa… Libia sì, Libia no, Libia forse.

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