mercoledì, Agosto 21

TPP senza gli Stati Uniti: il Pacifico è pronto a rinunciare alla guida americana? L'analisi del Professor Paolo Guerrieri, Università La Sapienza, sulle prospettive di un TPP senza la partecipazione degli Stati Uniti

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Il Transpacific Partnership (TPP), l’accordo multilaterale di libero scambio fra gli Stati Uniti e undici nazioni dell’Asia e dell’America, può ritornare in vita. Nei primi mesi del 2017 il neoinsediato Presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva annunciato il ritiro degli Usa dall’intesa, ritenuta dannosa per l’occupazione e le imprese americane, infliggendo all’accordo un colpo che rischiava di essere fatale. A distanza di meno di un anno, gli undici Stati che avevano preso parte al TPP, nel corso del vertice dell’Asia Pacific Economic Cooperation (APEC) tenutosi in Vietnam l’11 novembre, hanno deciso di mantenere l’accordo. Una scelta forte con cui gli Stati firmatari dell’originario TPP mirano a superare il disorientamento dovuto al ritiro strategico degli Stati Uniti nella regione e a smarcarsi dalla crescente influenza della Cina nell’area.

Ma le incognite sul tavolo rimangono numerose. La rinata intesa, orfana degli Stati Uniti, avrà una portata certamente più limitata del precedente accordo, limitandosi a disciplinare solo gli aspetti commerciali delle relazioni bilaterali: l’accantonamento di numerose clausole riguardanti i diritti di proprietà intellettuale e le ricadute ambientali sono un chiaro esempio di questa tendenza. E la contrazione della presenza americana nella regione rischia di lasciare un instabile vuoto di potere che solo la Cina, al momento, sembra in grado di colmare. Se infatti da una parte l’area del Pacifico rinuncia alla ‘guida’ americana, dall’altra nessuno fra i Paesi della regione sembra avere le giuste capacità per sostituire gli Stati Uniti nel ruolo di potenza di riferimento. Mentre l’America di Trump rischia di ripiegarsi in un dorato isolamento, il vero interrogativo è se i Paesi facenti parte di questo rinato TPP riusciranno a fare a meno degli Stati Uniti senza al contempo cadere nell’orbita cinese, pur essendo consapevoli che un’influenza di Pechino a livello non solo regionale ma anche mondiale è diventata ormai inevitabile. Ne abbiamo parlato con il Professor Paolo Guerrieri, docente presso l’Università La Sapienza di Roma.

Con il paventato rilancio del TPP senza gli Usa, gli Stati Uniti rischiano di subire un isolamento che nemmeno una grande potenza si può permettere?

Si tratta di un rischio molto concreto. Nel gennaio di quest’anno il Presidente Donald Trump ha dichiarato ufficialmente defunto, per quanto riguarda gli Stati Uniti, il Transpacific Partnership (TPP), il quale era giunto alla fase finale della sua approvazione in quanto mancavano solo le ratifiche ad opera dei singoli Stati che ne erano parte. Tale mossa ha costituito una risposta inevitabile agli impegni presi dal Presidente durante la campagna elettorale, durante la quale Trump aveva denunciato apertamente il TPP come un accordo che non aveva tutelato gli interessi degli Stati Uniti, ma che al contrario aveva generato vantaggi unicamente per gli altri Paesi. Il mantenimento di questa promessa elettorale ha tuttavia prodotto conseguenze che si vedono ancora oggi in quanto l’uscita da quell’accordo ha modificato radicalmente quella che era la strategia statunitense nell’area del Pacifico e ha lasciato inizialmente disorientati gli altri Paesi di fronte al ritrarsi della maggiore potenza regionale. Queste nazioni, tuttavia, nelle ultime settimane hanno dichiarato l’intenzione di voler rivedere l’accordo al fine di portarlo a termine senza gli Stati Uniti. Se questo dovesse veramente avvenire, porterebbe senza dubbio a un pericoloso isolamento degli Stati Uniti in Asia e a un conseguente raffreddamento anche nei rapporti fra gli USA e i singoli Paesi facenti parte del TPP, fra i quali vi sono sicuramente nazioni aventi un certo peso, quali Giappone, Messico o Australia.

E’ credibile che gli altri Stati facenti parte del resuscitato TPP possano riuscire in concreto a far funzionare l’intesa senza gli Stati Uniti?

L’implementazione di questo accordo non è scevra da ostacoli, al momento assistiamo a quella che è ancora solamente una dichiarazione di intenti fra le Parti, all’apertura di una sorta di ‘piano B’ , di piano di riserva, rispetto a quella che sarebbe dovuta essere la strategia principale, vale a dire la ratifica dell’originario TPP da parte di tutti. Il fatto che gli Stati Uniti non siano più parte di questo accordo comporta delle conseguenze certamente rilevanti in quanto gli USA costituivano il mercato di sbocco di gran lunga più importante per i Paesi asiatici. Pertanto è evidente che il contenuto di questo accordo dovrà essere almeno in parte rivisto: la nuova intesa avrà natura di un accordo commerciale di tipo tradizionale, differente da quello che in origine era pensato come un accordo avanzato che disciplinasse anche gli standard e le regole amministrative da applicarsi agli scambi commerciali. Il TPP nella sua versione originaria mirava non solo al commercio e allo scambio fra beni, ma anche alla creazione di una serie di normative domestiche interne che regolamentassero i diversi aspetti delle transazioni, normative che sono considerate di grande importanza dagli investitori internazionali. Oggi, i grandi accordi multilaterali guardano sempre di più agli investimenti, non limitandosi a regolare gli scambi commerciali tradizionalmente intesi, al contrario un’eventuale ridefinizione del TPP porterà a diminuire le implicazioni di carattere non commerciale e diventerà qualcosa di diverso. In ogni caso ritengo che le motivazioni alla base di questa scelta siano serie e determinate in quanto vi è un indubbio interesse da parte di questi Paesi di mantenere spazi aperti agli scambi e agli investimenti transnazionali. In quest’opera di ridefinizione vi sono certamente ostacoli e difficoltà ma credo che le nazioni coinvolte abbiano tutte le capacità per portarla a termine. La risposta a questa nuova politica americana ispirata ad una sorta di bilateralismo neo-mercantile sta avvenendo ovunque e non si tratta di una risposta basata su un braccio di ferro con gli Stati Uniti ma sulla volontà di portare avanti un discorso di apertura e di accordi multilaterali anche a prescindere dagli Usa stessi. Di fronte a questo scenario la posizione degli Stati Uniti, tradizionalmente i campioni del multilateralismo a livello globale, diventa sempre più difficile: per raggiungere un vantaggio a breve termine, quale quello di aver soddisfatto la promessa elettorale di un maggior protezionismo, Trump ha rischiato di lasciare campo aperto alla strategia di espansione cinese nell’area, laddove l’accordo del TPP costituiva un’importante arma strategica idonea a contenere tale espansione.

Nonostante i forti propositi di rilanciare il TPP, non vi è il rischio che i Paesi che ne sono parte vengano progressivamente attratti nell’orbita di influenza della Cina?

Se è certamente possibile giungere all’adozione del TPP anche senza gli Stati Uniti, al contrario non risulta possibile dare a questo accordo una valenza di contenimento dell’espansionismo cinese nella regione. Il nuovo TPP avrà una portata molto più limitata del precedente, pertanto vi è il forte rischio che i singoli Paesi parte dell’accordo percepiscano alla fine come inevitabile un rapporto più ravvicinato con la Cina. Questo sta già avvenendo e costituisce la conseguenza più grave della strategia di Trump nell’area. Si stanno facilitando quelle che sono le sempre più concrete opportunità commerciali che la Cina è in grado di mettere sul tavolo, quali i vantaggi derivanti dalla partecipazione al progetto della Nuova Via della Seta. Pertanto il TPP, anche se portato avanti, non avrà più la valenza strategica che possedeva quando dell’intesa erano parte anche gli Stati Uniti: non rappresenterà più un’alleanza in grado di valere anche come contenimento delle mire espansionistiche cinesi. Questo naturalmente non ha il significato di una capitolazione di fronte a Pechino, ma comporta una influenza cinese nell’area via via maggiore che diventerà sempre più inevitabile. La particolarità dell’area del Pacifico è data dall’inesistenza di accordi strategico-militari fra i Paesi della regione, gli Stati Uniti sono stati storicamente la rete di sicurezza dell’area, rete che si sarebbe dovuta consolidare proprio in forza del TPP. Con il ritiro dell’America di Trump questa rete di sicurezza statunitense è venuta meno.

I lavori intrapresi dalla Cina per l’accordo commerciale RCEP(Regional Comprehensive Economic Partnership), un’intesa che potrebbe coinvolgere alcuni degli undici Paesi parte del TPP ed estendersi persino all’India, può essere considerato una sorta di contromisura da parte cinese per contrastare la rinascita del TPP?

L’accordo RCEP rappresenta la prima definizione di uno spazio commerciale comune che nel tempo potrebbe essere destinato a rafforzarsi, pur essendo difficile che tale intesa coinvolga anche l’India a causa delle divergenze anche strategiche fra Pechino e Delhi. In ogni caso la Cina, anche attraverso questo accordo, si sta presentando sempre di più come la nazione ‘campione’ del libero scambio e dell’apertura commerciale, archiviando quella che era la sua passata immagine di un attore esclusivamente regionale ed interessata solo al proprio sviluppo interno. E il ritiro degli Stati Uniti da diversi teatri strategici mondiali non può che facilitare questo cambiamento.

Allo stato attuale vi è una potenza in grado di prendere il posto degli Stati Uniti come Paese leader dell’area del Pacifico?

Innanzitutto bisogna precisare che gli Stati Uniti non intendono ritirarsi tout court dall’area del Pacifico: il loro obiettivo è quello di sostituire una strategia basata sul multilateralismo con un modus operandi basato su relazioni bilaterali con i singoli Paesi interessati. Tuttavia si tratta di un passaggio tutt’altro che scontato e che non comporta automaticamente una presenza più incisiva nell’area in questione. Il teatro del Pacifico rimane pertanto privo di quello che era un collante fondamentale: gli Stati Uniti rappresentavano un hub strategico attraverso il quale i diversi Stati asiatici diversi dalla Cina trovavano un punto di incontro per cooperare in vari settori, non ultimo quello della sicurezza. Venuto meno l’hub statunitense, le possibilità che il ruolo esercitato dagli Stati Uniti venga svolto da un altro Paese che non sia la Cina sono estremamente difficili perché al momento non vi è una nazione in grado di sostituire gli Stati Uniti come Paese di riferimento nella regione. Il Giappone, che a prima vista parrebbe un buon candidato in quanto rappresenta indubbiamente una potenza economica rilevante, dal punto di vista militare, al contrario, è praticamente inesistente, avendo addirittura una Costituzione che gli impedisce di possedere forze militari che non siano di mera autodifesa.

Il Giappone non potrebbe ambire ad un ruolo da protagonista nella regione nemmeno qualora venisse approvata la riforma costituzionale che sancisce l’abbandono del principio pacifista e si aprisse pertanto la possibilità, per Tokyo, di diventare una potenza militare a tutti gli effetti?

La vittoria elettorale di Shinzo Abe e la conseguente disponibilità da parte del Primo Ministro dei seggi parlamentari necessari all’approvazione di questa riforma costituzionale consentiranno certamente al Giappone di varare questo nuovo assetto in grado di rafforzare le sue capacità militari. Tuttavia, un percorso come quello Giapponese, intrapreso esclusivamente da un singolo Paese, non verrebbe letto dalle altre nazioni come la volontà di creare uno scudo strategico al fine di arginare l’espansione cinese, ma al contrario come un ulteriore possibile minaccia nell’area. Il rischio è che dopo il vuoto lasciato dagli USA si arrivi a una serie di rafforzamenti unilaterali da parte di singoli Paesi, i quali non verrebbero percepiti come propositi di cooperazione ma come minacce alla stabilità dell’area. Al momento, pertanto, non può ritenersi esistente alcun valido sostituto degli Stati Uniti in grado di svolgere il ruolo di garante della stabilità regionale, un tempo appannaggio di Washington.

In conclusione, quali sono le prospettive aperte dagli scenari sin qui delineati?

L’emergere di un nuovo attore globale complica sempre gli equilibri esistenti in quanto è difficile garantire uno spazio di manovra alla potenza emergente senza compromettere le sfere di influenza esistenti. L’espansione cinese non può essere affrontata attraverso una strategia di mero contenimento perché il contenimento della sua influenza in ambito tanto regionale quanto mondiale potrebbe rivelarsi impraticabile. Al contrario, la strategia da seguire dovrebbe essere improntata sul gestire e l’accompagnare il percorso di crescita della Cina, ad esempio tentando di coinvolgerla all’interno di organizzazioni internazionali o impegnandola ad una maggiore responsabilità nel rispetto delle regole e dei diritti. La preoccupazione è che proprio questo cambio di strategia da parte degli Stati Uniti di Trump possa ostacolare l’implementazione di tale percorso. L’attuale slogan statunitense America First rischia di incoraggiare la Cina a perseguire una sorta di China First: una prospettiva ben poco rassicurante.

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