giovedì, Ottobre 22

Totò Riina: la Costituzione vale anche per lui

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Non è la prima volta che Totò Riina accusa condizioni di salute incompatibili con il regime del carcere duro a cui è sottoposto; crisi respiratorie e problemi cardiaci, con conseguenti ricoveri in ospedale. Anche un anno fa era malato; grave, ma non al punto di non riuscire a preoccuparsi del menù del giorno di Natale, e chiedere che gli fosse dato anche il panettone.

Gli anni ci sono, comunque. Riina ne ha 86 anni. Ha anche un paio di tumori.  Viene descritto la larva di se stesso. Sembra condividere lo stesso declino psico-fisico di Bernardo Provenzano. Più accorto, ma non meno sanguinario, Provenzano per anni, assieme a Riina è stato ai vertici della Cosa Nostra siciliana. Il 15 gennaio 1993 Riina viene arrestato. «Me l’hanno venduto», grida la moglie, Ninetta Bagarella, sorella di un altro boss, Leoluca. C’è chi dice ci sia stato lo zampino di Provenzano, che così si è assicurato un altro lungo periodo di latitanza, e la leadership della Cosa Nostra. ‘Zu Binnu’ lo avevano definito ‘U tratturi’, per dire che era rozzo e di poco cervello. Però ne ha dovuto avere quel che basta, e poter contare su complicità e connivenze di livello se lo hanno catturato solo nel 2006…

Muore nel 2016 Provenzano: la malattia lo ha devastato fisicamente e mentalmente; per molti una finta, una recita, per sfuggire al duro regime carcerario previsto dal 41-bis. Chissà. Di sicuro negli ultimi mesi era incapace di intendere e di volere.

Un destino che sembra condividere anche Riina: entrambi latitanti imprendibili per anni; entrambi condannati a svariati ergastoli per una serie infinita di crimini commessi o ordinati; in coppia hanno braccato e spietatamente eliminato tutti i loro avversari interni; entrambi sono stati i mandanti di decine di delitti eccellenti: una lista sterminata di poliziotti, carabinieri, politici, magistrati; entrambi hanno voluto e ordito, venticinque anni fa, le stragi vicino Capaci e via D’Amelio, dove hanno perso la vita Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli otto agenti di scorta. Una sorta di beffa che proprio venticinque anni dopo le due stragi, la prima, consumata il 25 maggio, l’altra il 19 luglio del 1992, si discuta se al mafioso che ha voluto la loro morte si debba sospendere la pena.

Riina l’ultima volta ha seguito un processo che lo riguardava, a Milano, sdraiato su una barella. Recitava? Forse no. Forse sta davvero molto male. Forse davvero è giunto al capolinea. Famiglia e avvocati difensori chiedono che gli sia revocato il carcere duro previsto dal 41-bis. Richiesta respinta dal tribunale di sorveglianza di Bologna. Da qui, il ricorso alla Cassazione e la sentenza che tanto scandalo solleva in queste ore: come se si stesse scarcerando Riina; come se si stia decidendo di rimandarlo nella sua Corleone, dove tantissimi anni fa ha preso le prime mosse: quand’era un ‘picciotto’ agli ordini di Michele Navarra, il medico ‘mammasantissima’ del paese, che viene poi ucciso da Luciano Liggio, il luogotenente che lo sostituisce; e che nomina suoi fidati scherani proprio Riina e Provenzano; poi, quando Liggio verrà sorpreso nell’abitazione della fidanzata di Placido Rizzotto (il sindacalista che aveva materialmente ucciso) e condannato all’ergastolo, Riina e Provenzano ne raccolgono l’eredità, e uno a uno cominciano a sterminare i ‘palermitani’ e chiunque si oppone ai loro voleri… Fino a quando è toccato anche a loro, finire in carcere. Cronaca che ormai si è fatta storia, che si legge nei libri. Sono ormai vecchi i cronisti che hanno vissuto quei giorni, e non tanti quelli che li possono ancora raccontare.

Per tornare alla sentenza-scandalo. Come sempre è opportuno leggerla, non fidarsi delle sintesi giornalistiche, del ‘si dice’, del bla-bla frettoloso e superficiale. Chi legge quelle sette paginette si accorge subito che la sentenza dice altro; che è un ineccepibile documento di civiltà giuridica. Al di là degli inevitabili tecnicismi, la Cassazione chiede al Tribunale di Sorveglianza di Bologna di motivare meglio le ragioni del suo NO al differimento del regime del 41-bis per Riina; perché le motivazioni fornite sono generiche, carenti, in più punti perfino  contraddittorieCome si fa a sostenere che Riina è malato al punto che il regime del 41-bis è incompatibile con il suo stato, e che però il 41-bis non gli va revocato? C’è qualcosa che non torna. La Cassazione poi ricorda che per ogni cittadino di questo Paese (eh sì… perfino per Riina), vale l’articolo 27 della Costituzione: «Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità, e devono tendere alla rieducazione del condannato. Non è ammessa la pena di morte».
Gli indelicati giudici della Corte di Cassazione ricordano inoltre che l’Italia da tempo ha sottoscritto i trattati della Convenzione Europea per i Diritti dell’Uomo, e che questi trattati è tenuta a rispettarli, tante volte li ha violati, e ne è stata rudemente richiamata e condannata.

I giudici della Corte di Cassazione non dicono che Riina va scarcerato, e neanche che le sue condizioni sono incompatibili col carcere. Vogliono ‘semplicemente’ che il Tribunale di Sorveglianza di Bologna chiarisca e spieghi le ragioni per cui si oppone al differimento della pena. Perché così come le ha formulate sono, appunto, carenti, lacunose, contraddittorie. Se la Corte di Cassazione ha una funzione è proprio quella di valutare la regolarità della forma, che, trattandosi di diritto, legge, giustizia, è tutt’uno con la sostanza. In definitiva, il nodo che la Cassazione invita a sciogliere, è come conciliare le indubbie esigenze di sicurezza e di certezza della pena, con i principi e i valori costituzionali. Nulla di scandaloso, come si vede.

La cosa si era già proposta un anno fa, con Provenzano: anche lui, spietato, sanguinario, pericoloso come Riina. Negli ultimi mesi in uno stato psico-fisico lo aveva reso incapace di intendere e volere. Morto tuttavia in carcere. Come altri capimafia: Liggio e Michele Greco, per fare due nomi. Ad altri boss, ugualmente sofferenti, come Gaetano Fidanzati o Gerlando Alberti, è stato invece concesso di morire nelle proprie abitazioni, agli arresti domiciliari. Le vie del diritto sono davvero infinite.

Alla sentenza della Corte di Cassazione va riconosciuto almeno un merito: quello di aver posto un problema, e aver innescato un dibattito, un confronto. Certo, molti parlano per ‘sentito dire’, vanno dove li porta il cuore. Pazienza.

Giuseppe Ayala, amico di Giovanni Falcone, pubblico ministero del primo maxi-processo alla Cosa Nostra, dice cose che meritano una riflessione: «Molti parlano senza conoscere la legge. Ciascun detenuto anche il più sanguinario, e Riina è un sanguinario, ha diritto di essere curato al meglio. Lo dice la legge che prevede il trasferimento, nel caso si renda necessario, in un carcere ospedaliero. Ne esistono molti in Italia e funzionano bene. Se poi si verificasse che le attrezzature a disposizioni non sono sufficienti a curare il detenuto malato, questi può essere trasferito in un ospedale normale, ben piantonato ovviamente. La scarcerazione non c’entra nulla con quel che dice la legge, dunque non si capisce perché Riina debba lasciare il carcere e tornarsene a casa. Al massimo può finire in ospedale. E non si capisce perché per un detenuto come Riina debba valere il percorso contrario a quello che si adotta per ogni essere umano».
Riina è ancora il boss pericoloso che qualcuno dice sia? «Non lo so, bisognerebbe far parte di una qualche cosca per saperlo. So però che viene ancora considerato il capo dei capi. Se è così, dopo 24 anni di detenzione con il 41bis, vuol dire che lo stato su questo terreno ha fallito è stato sconfitto. Se Riina continua o ha continuato nei suoi 24 anni di detenzione a dare ordini, mi dispiace dirlo ma lo Stato ha perso». Come dargli torto? Il ragionamento non fa una grinza.

Tuttavia, il Procuratore Nazionale Antimafia Franco Roberti dissente: ritiene che Riina sia ancora il capo della Cosa Nostra, che debba restare in carcere. Concorda il procuratore di Catanzaro Nicola Gratteri: per lui Riina è ancora in grado di dettare legge, capace di mandare messaggi con i gesti, con la sua sola presenza.

Alfonso Sabella  non è d’accordo: «Lo Stato non è la mafia, non si vendica e non fa ritorsioni. Il richiamo della Cassazione è sensato, abbiamo già perso un’occasione con Provenzano. Così rischiamo di perdere il 41 bis. Fui condannato a morte da Riina per l’arresto del figlio maggiore, Giovanni, che avevo arrestato e fatto condannare per vari omicidi che aveva commesso, tra cui uno strangolamento, cui lo aveva indotto lo zio Leoluca Bagarella, che doveva insegnare al ragazzo come si faceva, quale era la tradizione di famiglia. La questione proposta dalla Cassazione è molto seria e va affrontata con la testa, non con la pancia. Bisogna rispettare le leggi. La Cassazione non ha detto di scarcerare Riina, ha semplicemente detto che ciascuno ha diritto di morire con dignità e che bisogna valutare se la struttura penitenziaria sia in grado di assicurargli le cure necessarie. Non c’è niente di strano, è chiaro che siccome la cosa riguarda Riina si accendono i riflettori sul caso. Ricordiamoci che noi viviamo in un ordinamento civile, lo Stato non è la mafia, lo Stato non si vendica, non facciamo vendette tribali né possiamo legittimare forme di tortura. Le pene, lo dice chiaramente la Costituzione, nell’articolo 27, non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. La dichiarazione dei diritti dell’uomo dice che tutti gli esseri umani sono uguali in dignità e diritti e che nessun individuo deve essere sottoposto a tortura o a trattamento che lo privi dei diritti umani. Da Stato noi questi principi li dobbiamo applicare, è questo che ci differenzia dalla mafia e dalle organizzazioni criminali».

Sabella poi parla del caso Provenzano: «Da Stato, perdemmo un’occasione. Mi sono speso pubblicamente dicendo che andava revocato il 41bis a Provenzano. Non perché fossi buono, ho mandato in carcere centinaia di mafiosi, ma solo perché temo per il futuro del 41 bis, un regime penitenziario molto più duro e molto più rigido di quello normale, imposto ai criminali per cui sussiste un concreto pericolo che continuino a dirigere dal carcere le organizzazioni criminali cui erano a capo. E’ importante, è uno strumento giuridico introdotto a cavallo tra le stragi di Capaci e via D’Amelio che ha permesso di avere una serie di risultati straordinari nel contrasto alla lotta alla mafia, anche se viola palesemente tutta una serie di diritti umani, che viola palesemente alcuni aspetti della dignità umana. Ma è un costo che la corte costituzionale e la corte europea dei diritti dell’uomo hanno salvato perché in ballo c’è l’ordine e la sicurezza pubblica».

Cerca di quadrare il cerchio il presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati Eugenio Albamonte: «E’ la prova che lo Stato è più forte della mafia. Il fatto che la Cassazione riesca a porre un tema umanitario rispetto a un soggetto che ha dimostrato con la sua condotta criminale il massimo della disumanità rende quasi orgogliosi di una giustizia che riesce a ragionare in termini di diritti nei confronti di chi ha negato diritti agli altri. Il principio del rispetto di umanità nel trattamento dei detenuti riposa anche su trattati internazionali a cui l’Italia ha aderito. La Cassazione ha posto anche il tema della compatibilità rispetto al suo stato delle condizioni di salute in cui versa, perché c’è un diritto a un trattamento umanitario nel momento finale della vita. E ha rimesso al giudice la valutazione di questi profili».

Non c’è che da augurarsi che il dibattito e il confronto prosegua. Naturalmente non mancheranno i professionisti delle campagne demagogiche e belluine. Già sono in azione, ancor più lo saranno nei prossimi giorni. Ma che gli stessi magistrati e giuristi non siano, per una volta, un fronte compatto e si pongano interrogativi e domande, già solo questo è positivo.

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