lunedì, Maggio 27

Tortura: tra ‘funzione’, pubblica sicurezza e diritti della persona

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«Nonostante l’asserzione da parte dello Stato Parte che, ai sensi del Codice Penale italiano, tutti gli atti definibili come tortura secondo il significato dell’articolo 1 della Convenzione sono punibili e pur rilevando che il disegno di legge (Senato, DDL n. 1216), approvato dalla Camera dei Deputati, è ancora in attesa di essere preso in esame al Senato, il Comitato rimane preoccupato per il fatto che lo Stato Parte non abbia ancora incorporato nel proprio diritto interno il crimine di tortura come definito nell’articolo 1 della Convenzione (articoli 1 e 4)».

La raccomandazione citata, espressa sotto forma di preoccupazione da un organo del Consiglio d’Europa (il «Comitato europeo per la Prevenzione della tortura e delle pene o trattamenti inumani o degradanti»), risale al 18 maggio 2007.

Dieci anni più tardi, una proposta di legge ampiamente emendata nella sua stesura originaria passa, in seconda lettura, alla Camera sollevando una nube di critiche da parte del suo primo firmatario, il Sen. Luigi Manconi (PD), e di diverse realtà associative come Antigone o Amnesty International.  Si parla soprattutto di inapplicabilità per un reato divenuto ‘comune’, svincolato dalla qualifica del soggetto che lo commette (il pubblico ufficiale o l’incaricato di un pubblico servizio). Altre critiche interessano la sostituzione delle «violenze reiterate» con  «più condotte» quale condizione di punibilità, che allontana la soglia di imputabilità per il soggetto che le compie; l’insussistenza del reato quando le sofferenze derivino dall’esecuzione di «legittime misure privative o limitative di diritti»; la possibilità di verificare i traumi subiti al momento del processo.

La Prof.ssa Laura Cesaris, Docente di Diritto dell’esecuzione penale presso l’Università di Pavia, ha accettato di illustrare, mediante un excursus dettagliato, le principali ragioni e criticità che hanno comportato, per l’Italia, un rallentamento dell’iter legislativo, creando uno iato tra i rischi che comporterebbe una fattispecie giuridicamente ‘sbilanciata’ e l’evoluzione del diritto internazionale e comunitario, ai quali gli altri Paesi dell’Unione (con l’eccezione della Germania) si sono da tempo adeguati.

 

Professoressa Cesaris, in base all’evoluzione giuridica in ambito internazionale ed europeo, quali sono le ragioni di policy che hanno portato il nostro legislatore a muoversi solo di recente (pensiamo alle Convenzioni ONU ed Europea del 1987)?

Mi pare doveroso ricordare che il divieto di tortura, di trattamenti e pene disumane e degradanti è previsto dalla Costituzione nell’Art. 13, quarto comma, in cui si afferma che «è punita ogni violenza fisica o morale sulle persone comunque sottoposte a restrizioni di libertà». Inoltre, secondo il terzo comma dell’Art. 27, le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità. L’adeguamento alle norme internazionali discende dall’Art. 117, dove si fa esplicito riferimento agli «obblighi internazionali».

Per quanto concerne i disegni di legge, a dire il vero risalgono alla fine degli anni Ottanta i primi testi volti a introdurre il reato di tortura (nel 1989 fu presentata dal Sen. Nereo Battello – PCI – la prima proposta) e, ancor prima, la volontà di istituire un Fondo di solidarietà a favore delle vittime di tortura. Questi ultimi  sono andati a buon fine, nel senso che l’Italia  partecipa annualmente con una quota al predetto Fondo, istituito dalle Nazioni Unite con Risoluzione dell’Assemblea Generale nel dicembre del 1981.

Negli anni 2000 si registra una rinnovata sensibilità per il tema, ma, a mio avviso, non si è mai giunti alla approvazione di una proposta di legge, e quindi all’introduzione del reato di tortura, per una serie di concause.

A cosa possiamo attribuire questo ritardo?

Penso alle anticipate cessazioni delle legislature, ma anche alle frammentazioni parlamentari. Penso, soprattutto, al prevalere dell’idea – profondamente errata e preconcetta – che le forze d polizia debbano essere tutelate: vale a dire, che l’introduzione di questa fattispecie nel codice penale impedirebbe loro di agire e di perseguire i reati. Pertanto, hanno sempre finito con il prevalere le istanze securitarie (ne è conferma, ancora di recente, la nuova disciplina sulla legittima difesa), oggi più che mai drammaticamente suscitate dagli attacchi terroristici dell’Isis.

Considerando l’operatività di disposizioni assimilabili alla fattispecie, come si è mosso il nostro ordinamento per colmare questo vuoto giuridico? 

All’assenza di una specifica fattispecie di reato volta a punire la tortura e, altresí, i trattamenti inumani e degradanti si è cercato di porre rimedio, ricorrendo a fattispecie presenti nel Codice Penale (come lesioni, minacce, eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi), ma si tratta di fattispecie punite con pene medio-lievi che sono destinate a ridursi nell’ipotesi in cui l’imputato faccia ricorso a riti alternativi. Per fare un esempio, il giudizio abbreviato comporta, in caso di condanna, la riduzione secca di un terzo della pena stabilita dal giudice. Ciò si è verificato nel Caso Aldrovandi (Cass. pen., Sez. IV, 21 giugno 2012, Forlani ed altri), in cui i 4 poliziotti imputati sono stati condannati per eccesso colposo nell’uso delle armi a tre anni e sei mesi. Tuttavia, usufruendo dell’indulto, hanno scontato solo i 6 mesi residui. Non solo: il rischio che intervenga la prescrizione è elevato proprio in ragione delle pene edittali non elevate previste per le fattispecie ricordate.

Potrebbe citare uno o due casi giurisprudenziali significativi – diversi dalle sentenze della Corte di Strasburgo sui fatti del G8 – decisi dal Giudice comunitario che hanno interessato l’Italia?

Mi viene immediato pensare alla Sentenza della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo Nasr Osama Mostafa Hassan (ex-Imam di Milano, più noto come Abu Omar) c. Italia, del 2016. Essa riguarda la pratica delle extraordinary renditions, di cui quel soggetto fu vittima; una pratica dal ricorso assai frequente. Si tratta di arresti di persone sospettate di terrorismo, posti in essere dopo gli attentati del 2001, al fine di tradurle in altri Stati, poco garantisti e a bassa democraticità, per estorcere una confessione attraverso la sottoposizione ad atti gravemente lesivi dei diritti umani.

Nondimeno, mi pare opportuno ricordare che: l’Art. 3 della Convenzione europea per la salvaguardia dei Diritti dell’Uomo (o CEDU, firmata a Roma nel 1950) così come la Convenzione Onu del 1984 per la prevenzione della tortura e delle pene e trattamenti inumani e degradanti; la omonima Convenzione europea del 1987 e, già prima, l’Art. 5 della Dichiarazione universale dei Diritti dell’Uomo (1948) e l’art. 7 del Patto internazionale sui Diritti civili e politici (1966) non fanno riferimento solo alla tortura ma altresì a trattamenti inumani e degradanti.

Nei testi citati si differenziano le condotte: tortura, trattamento o punizione disumana e trattamento o punizione degradante. E in quest’ultimo caso il riferimento è, come hanno affermato la Corte di Strasburgo e la dottrina, a condotte che comportano lesioni della dignità umana.  Con riferimento a queste ultime, l’Italia ha subito varie condanne: si tratta delle Sentenze Sulejmanovic c. Italia, del 2009, e della più nota Torreggiani c. Italia, del 2013, che hanno riconosciuto il sovraffollamento carcerario quale causa di trattamento inumano e degradante. La disponibilità di uno spazio «vitale» – come lo definisce la Corte – inferiore a 3 mq, l’assenza di riscaldamento, di acqua calda nelle docce, di cibo insufficiente e di scarsa qualità, condizioni spesso precarie degli istituti penitenziari, per non dire fatiscenti, sono stati ritenuti elementi degradanti, sintomatici di una situazione umiliante tale, appunto, da ledere la dignità delle persone recluse. Una situazione soltanto tamponata, che purtroppo ancor oggi si ripropone a distanza di 4 anni, come conferma il costante aumento della popolazione detenuta, così da indurre a dubitare fortemente della reale efficacia dei rimedi introdotti dopo la Sentenza Torreggiani.

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