domenica, Aprile 5

Timor Est, una speranza da Trento La Nazione più giovane del Sud Est Asiatico raccontata da un gruppo di umanitari trentini

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Bambino Timor Est

Bambino, Timor Est. Copyright Luca Brentari

Da Trento a Dili. La strada, che unisce una delle zone più prospere d’Italia con una delle più povere del Sud Est Asiatico, passa attraverso l’impegno di pochi ma dinamici individui: missionari, medici, volontari, economisti, agronomi, cooperanti all’avanguardia. Padre Francesco Moser, detto ‘Padre Chico’, arriva a Timor Est nel 2004, due anni dopo che la piccola porzione orientale dell’isola di Timor, ha ottenuto l’indipendenza dall’Indonesia. Dopo quattrocento anni di dominazione portoghese e venticinque di “genocidio permanente” da parte di Giacarta, la neo-repubblica è devastata. Un volontario dello stesso quartiere di Moser, a Trento, Piergiorgio Corn, decide di aiutare il compaesano fondando la onlus ASsMA. Essendo troppo piccola per occuparsi dell’intera filiera di un progetto umanitario, Corn chiede l’aiuto di Onorio Clauser, presidente del Gruppo Trentino di Volontariato (GTV) e docente di economia dello sviluppo. Il GTV collabora da anni con gli Amici della Neonatologia Trentina (ANT), storica associazione per un’assistenza razionale ed efficiente al neonato. Operosità e lavoro di squadra innescano un processo virtuoso, al quale partecipano molte altre persone, a vari livelli, tra i quali l’agronomo Luca Brentari e il cooperante Luciano Moccia, che lavora per l’Ong statunitense East Meets West Foundation, partner di ANT, facendo realizzare macchinari ospedalieri sostenibili, cioè adeguati al Sud del mondo.

L’unione di differenti storie, competenze, età, costruisce un saldo legame fra Trento e Timor Est che, pochi giorni fa, è stato collocato al terzo posto nell’Indice Mondiale della Fame, dopo Burundi ed Eritrea. Racconta Clauser a ‘L’Indro’: “Se nel dopoguerra in Trentino non avessimo collaborato gli uni con gli altri saremmo morti. Un esempio: cinquemila produttori di mele con un solo ettaro si misero insieme, creando una potenza, Melinda. GTV, AssMA e EastMeetsWest coinvolgono in ogni progetto esperti e Ong locali. Secondo loro, non si può importare lo sviluppo dall’Occidente, ma si deve fornire un input affinché Timor Est avanzi con le proprie forze.

Geograficamente adagiato sulla Linea di Wallace, che separa idealmente gli oceani Indiano e

Preparazione del pranzo, Timor Est. Copyright Luca Brentari

Preparazione del pranzo, Timor Est.
Copyright Luca Brentari

Pacifico, e ‘oppresso dai giganti indonesiano e australiano, conta poco più di un milione di abitanti, proprio come il Trentino Alto Adige. E’ povero di risorse, eccetto il petrolio e il gas dei fondali sfruttati in gran quantità da Camberra. Anche se può sembrare un’impresa impossibile, i trentini intervistati da ‘L’Indro’ sperano che si applichi lo stesso binomio di intraprendenza e creatività che li salvò nel dopoguerra.

I timorensi sono abituati alla carestia. Il periodo da dicembre a febbraio, in cui sono già finite le scorte e non si ha ancora raccolto, lo chiamano ‘stagione della fame’. La rassegnazione è il primo ostacolo da superare, in una popolazione sottomessa e depauperata dal 1600. I portoghesi hanno abbattuto tutte le foreste di sandalo, che regalò loro un commercio fiorente, mentre i locali continuano a praticare come in Amazzonia lo ‘slash and burn’, ‘taglia e brucia’, per far posto alle piantagioni. L’agronomo di 42 anni Luca Brentari, che si reca nel Paese asiatico come consulente tecnico per GTV e ASsMA dal 2009, spiega: “In questa agricoltura di sussistenza si incontrano molti ostacoli. Trattandosi di un territorio equatoriale, si può coltivare soltanto durante la stagione delle piogge. La produzione di mais, riso, manioca e legumi locali è scarsa perché il terreno è prevalentemente roccioso. Le perdite successive al raccolto sono ingenti a causa di un coleottero che mangia le sementi e le rende inutilizzabili per la semina. Non sono in grado di prevedere e reagire ai cambiamenti climatici, come quelli provocati dal Niño e dalla Niña con alluvioni e siccità. La mancanza di vie di comunicazione e trasporti, infine, compromette la vendita dei prodotti, che solitamente si svolge nei mercati più vicini ed è basata sul baratto”.

Il secondo ostacolo allo sviluppo è l’assenza di conoscenze specializzate. Bisogna partire da zero e per gradi. “Al momento non possono ricorrere a un antiparassitario“, prosegue Brentari. “Non solo importarlo dall’Indonesia sarebbe troppo costoso, ma usarlo richiede delle competenze specifiche affinché non ci si avveleni”. “Per questo, dopo un’indagine di fattibilità condotta nel 2013, abbiamo avviato un progetto di formazione di lattonieri che costruiscano silos per lo stoccaggio e la conservazione dei semi”, aggiunge il professore sessantottenne Onorio Clauser, esperto di sostenibilità. “Imporre un cambiamento radicale sarebbe sbagliato. A queste popolazioni tribali, che per secoli sono sopravvissute al di sotto della sussistenza, possiamo porgere una mano per una vita più dignitosa”.

GVT e AssMA intervengono ad Atauro, un isolotto a 40 chilometri di traversata da Dili che è fra le zone più povere e dimenticate. Continua Clauser: “C’è un solo battello alla settimana per raggiungerla. Una volta, con padre Moser, rimasi steso per tre ore di notte sotto il monsone. Ad Atauro, ex luogo di confino durante il periodo coloniale, gli autoctoni sono ancor più diffidenti verso lo straniero. Quando li vidi coltivare il granoturco sui sassi con un chiodo, pensai a me bambino di sette anni nei campi. Era faticoso irrorare, rastrellare, ma almeno avevo una zappa”.

A Timor Est il terreno non è fertile e manca anche l’acqua per irrigare e per bere. Se un italiano consuma in media 300 litri di acqua al giorno, un timorense può disporre di 40 litri, che corrispondono alla soglia di inizio sviluppo. L’agronomo Brentari dichiara: “La quantità d’acqua varia secondo la zona, il nord è più secco e aspro del sud. Stiamo preparando un progetto di orti domestici di due tipi, in assenza di acqua e con più disponibilità idriche. In queste aziende didattiche ogni famiglia imparerà a curare il proprio orto”.

Timor Est. copyright Luca Brentari

Timor Est. copyright Luca Brentari

I timorensi muoiono per malattie banali, come un’infezione intestinale. A 62 anni, il volontario Piergiorgio Corn, racconta che fin dalla fondazione di AssMA, nel 2008, l’analisi delle fonti e la messa in sicurezza dell’acqua ad Atauro è stata una priorità: “Ma non è detto che un’idea si realizzi com’è stata concepita. Dopo aver eseguito le analisi chimiche e batteriologiche in tre poverissime fonti, dalle quali sgorgavano 2 o 3 litri d’acqua al minuto e in cui si trovarono colibatteri fecali, volevamo costruire dei recinti in cemento e rete metallica per proteggerle dall’avvicinamento di animali e persone che potessero inquinarle. Di fatto, il nostro partner locale Belun li ha fatti erigere in bambù, non completamente ermetici. Era complicato trasportare i blocchi di cemento per due ore di cammino attraverso la foresta. Sicuramente si trattava di protezioni eco-sostenibili, ma i locali prendevano il bambù per bruciarlo. E, così, siamo intervenuti nuovamente e giunti a un compromesso, celebrando una cerimonia per rendere sacra la zona”.

Un outliner‘, così definisce Timor Est lo studioso malesiano Madhu Narasimhan, che collabora al programma statunitense Fulbright. “Il Sud Est Asiatico sta fiorendo. La regione annovera oltre 600 milioni di abitanti, riceve più investimenti stranieri della Cina, vanta un PIL di 2.5 trillioni di dollari, più grande di quello indiano di 1.9 trillioni”. Ma c’è un escluso dal club: la sua Nazione più giovane che, malgrado ne abbia fatto richiesta, non è stata ancora accolta nell’Associazione delle Nazioni del Sud Est asiatico (ASEAN).

Con il 38 per cento di poveri, una disoccupazione giovanile al 50 per cento, produzione interna e investimenti esteri insufficienti, Timor Est dipende per l’80 per cento del PIL dalle estrazioni petrolifere. Ha costituito un Fondo Petrolifero di 16 miliardi di dollari, da impiegare nello sviluppo, ma non è riuscita a evitare clientele e sprechi, dei quali è metafora il grattacielo che ospita il nuovo Ministero delle Finanze. Nei 12 anni del post-indipendenza ha ricevuto oltre 5 miliardi di dollari in aiuti stranieri, ma si dice siano finiti in un buco nero. Timor Est rischia di trasformarsi in un’altra repubblica di Ong e consulenti. Ad aggravare la situazione si aggiungono l’instabilità politica, i gruppi armati che vorrebbero annettersi all’Indonesia e lo sfruttamento di tale vulnerabilità da parte delle amministrazioni australiane.

Con ogni mezzo, persino spie, Sidney avrebbe indirizzato a suo favore gli accordi per lo sfruttamento delle risorse nel mare di Timor. Dili resiste, ma non ha ancora ottenuto un riconoscimento legittimo dei suoi confini marittimi. Per tutte queste ragioni l’’outliner’ avrebbe bisogno di un’alleanza economica Sud-Sud con i Paesi dell’area, che ne favorisca esportazioni e collegamenti aerei. Essendo una nazione troppo piccola e con una popolazione esigua, non può puntare sul consumo interno.

Secondo l’economista malesiano di Fulbright, dovrebbe concentrarsi sull’export di caffè, su pesca e turismo. Qualcosa si muove. Lo scorso settembre il colosso statunitense Starbucks ha annunciato che distribuirà il caffè di Ramelau, la vetta più alta di Timor Est. “Per quanto riguarda la pesca”, insiste Brentari, “si usano tecniche rudimentali non efficienti e addirittura rischiose per la salute, come l’immersione con fiocina senza bombole e occhialini fino a 30 metri”. Bali e Darwin non sono lontane, la barriera corallina è una delle più intatte del pianeta, ma gli unici turisti sono avventurieri australiani. Ristoranti e alberghi, finora, hanno ospitato il personale Onu, che ha lasciato l’isola nel 2012 dopo due missioni di pace, e gli espatriati delle altre organizzazioni umanitarie. Sarebbe il posto ideale per un’eco-turismo, ma solo se ci fossero collegamenti, strade, fognature, sistemi di smaltimento dei rifiuti, assistenza sanitaria.

“Si rischia di contrarre malattie endemiche come il dengue, la lebbra, la malaria, il tifo”, racconta al telefono da Dili, Luciano Moccia. E’ l’unico dei nostri intervistati che vive stabimente a Timor Est, con moglie e figlia. Cooperante di professione, 38 anni, ha lasciato Trento nel 1997 per ultimare gli studi di economia in Danimarca, conseguendo un master sulle tecnologie che favoriscono uno sviluppo sostenibile. E dopo dieci anni in Vietnam, da oltre tre è direttore di ‘Breath of Life’, il programma di East Meets West Foundation che ha installato macchinari sostenibili nei reparti di neonatologia di 300 ospedali in 15 Paesi. Una cinquantina di macchine si trova in sei ospedali di Timor Est.

Per Moccia si sta realizzando il suo sogno di studente. “All’inizio del nuovo millennio l’ingegnere statunitense Kurt Evans, con cui collaboravo all’ospedale di Hanoi, inventò macchinari di facile uso e manutenzione per la rianimazione e l’ipotermia dei neonati. Per decenni nel mondo si era combattuta la mortalità nei bambini con meno di cinque anni, ma nel 2000 ci si accorse che si erano trascurati i neonati. Tuttora, dei 4 milioni di piccoli che muoiono ogni anno la maggior parte è appena nata”. Secondo l’Unicef, 2milioni e 800mila piccole vite spirano nei primi 28 giorni di vita, un milione nelle prime 24 ore.

L’anno scorso, in una TED conference a Trento, Moccia ha denunciato che le macchine occidentali

Bambina che gioca sulla spazzatura, Timor Est. Copyright Luca Brentari

Bambina che gioca sulla spazzatura, Timor Est. Copyright Luca Brentari

inviate nel Sud del mondo smettono di funzionare dopo un anno dal loro arrivo. Possono essere l’unica soluzione nell’emergenza, in cui non c’è il tempo di trovare e formare i locali, ma in un’ottica di sviluppo servono mezzi a basso costo, realizzati con materiali reperibili, lavabili, facili da usare e da aggiustare, che si auto-alimentano in mancanza di elettricità. ‘Breath of Life’ li fa produrre da un’impresa sociale vietnamita, un esempio di collaborazione Sud-Sud.

Anche nel settore sanitario a Timor Est, considerato un Paese ‘ad alta mortalità infantile’, con uno dei tassi più alti di mortalità materna (300 decessi su 100mila) e il 54 per cento di bambini malnutriti cronici, bisogna partire dalla base: educazione, prevenzione, semplificazione. “I medici sono rari e non adeguatamente formati. Per colmare questo gap, circa mille persone sono state mandate a studiare medicina e infermieristica a Cuba”, continua Moccia. “Costruire un ospedale moderno, con così pochi abitanti, ha un costo per utente enorme. Tuttavia, qualora ci fossero medici e strutture, resterebbero da abbattere le barriere culturali”.

I timorensi non sono abituati a usare i servizi sanitari. “Le donne partoriscono in casa. Per credenze e superstizioni ai bambini non si cucinano carne e pesce, ma esclusivamente riso. La scarsità di cibo non è l’unica causa della malnutrizione. E la lebbra potrebbe essere debellata, se si facesse prevenzione. Da adesso in poi lavoreremo su due fronti: l’accompagnamento delle ostetriche e delle madri fin dal concepimento, e il trasferimento delle partorienti e dei neonati a rischio in centri adeguati”.

Da economista, Moccia definisce Timor Est non uno dei Paesi più poveri, ma uno dei più problematici. “Il reddito medio non è fra i più bassi, anche se esiste un divario fra città e campagna. La ricchezza è controllata dalle élite al potere. Tutti si conoscono e si fanno favori. Il sistema scolastico e quello legale sono tanto anacronistici da utilizzare testi in portoghese, che nessuno sa più leggere, visto che la lingua locale è il tetum. Tuttavia, se l’ingente Fondo Petrolifero fosse ben impiegato si potrebbe costruire una nuova nazione dalle fondamenta”.

Nessuno può dire se ciò accadrà. Alcuni osservatori parlano di uno Stato già fallito. I nostri intervistati confidano i loro timori, ma intravedono degli spiragli. A essere ottimisti, Timor Est potrebbe diventare un laboratorio per una cooperazione moderna. Intanto, dal margine estremo del Sud Est Asiatico, Moccia guarda all’Africa come un pioniere: “Un intero continente senza ditte che producano macchinari medici. Sto lavorando affinché abbia una manifattura come quella vietnamita”.

 

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