giovedì, Dicembre 12

Tiangong-1, un rientro senza danni Il Palazzo cinese è finito nel cimitero dei satelliti

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Alla fine tutto si è concluso con uno splashdown che la forza mediatica si è affrettata a definire indolore. La notte scorsa alle 2.16 italiane il Palazzo Celeste è venuto giù, disgregandosi in migliaia di pezzi come previsto dagli scienziati, ma in un punto piuttosto lontano dai calcoli dichiarati, che secondo l’astronomo Jonathan McDowell dovrebbe allocarsi a nord di Thaiti tra Cile e Nuova Zelanda, nello stesso perimetro in cui il 28 ottobre 1993 cadde un altro satellite di quattro tonnellate sfuggito al controllo degli scienziati di Pechino.

Ci scusiamo dell’indeterminazione ma al momento nessuno sa precisamente dove siano finiti i resti di oltre otto tonnellate e mezzo di materiale orbitante.

Nelle scorse settimane non sono mancate preoccupazioni per un impatto che si immaginava sarebbe avvenuto nelle prossimità del 43° parallelo, una fascia che in Italia poteva scendere dall’Umbria meridionale e che nella regione europea avrebbe interessato un allineamento dei santuari di Santiago de Compostela, Lourdes, Assisi e Medjugorie. Ma inutile parlarne, nonostante tutte le valutazioni, è andata in un altro modo. Peccato solo per i poveri abitanti marini della regione del Pacifico interessato, considerato un po’ il cimitero dei satelliti che ancora una volta si vedono piombare nei loro abissi una macchina dal carico mortale. Perché è vero che dopo oltre 2.375 giorni di vita Tiangong-1 non ha fatto danni tornando sulla Terra ma i suoi serbatoi sicuramente non hanno consumato tutta la tonnellata di propellente imbarcato al lancio. Stiamo parlando, permettiamocelo di idrazina, ovvero di idruro di azoto, impiegato per il controllo orbitale e d’assetto dei veicoli spaziali. La sostanza si decompone a temperature elevate in presenza di ossigeno sprigionando un forte odore pungente e dai manuali è considerata una sostanza corrosiva, tossica e cancerogena tanto che gli indirizzi spaziali sono tutti rivolti alla propulsione elettrica che sicuramente non ha tante dosi di nocumento. Quindi, speriamo che una volta individuata la superficie dell’impatto, si eviti di praticare la pesca per alimentazione umana fino a pericoli scongiurati.

Non possiamo negare che questi cinesi ci abbiano fatto stare in profonda ansia. Il vascello del Catai nei suoi ultimi giorni aveva dato segni di vita irregolari ruotando più rapidamente rispetto a come muoveva nei mesi precedenti, con un un giro completo ogni 2,40 minuti alterando le stime per il rientro con una discesa di 4 o 5 km. al giorno in un’orbita non circolare.

Proviamo a sintetizzare alcune delle sue tappe miliari. Il lancio di questo laboratorio, dal centro spaziale di Jiuquan era stato previsto inizialmente per il 17 agosto 2011, ma poi era stato posticipato al 29 settembre per un’avaria al sistema veicolare. La missione era stata definita nell’orbita bassa, a un apogeo di 362 km. quale risposta alla Stazione Spaziale Internazionale che secondo un preciso veto dei più potenti, ha escluso ogni presenza cinese al programma. Tiangong era composto da un modulo di servizio, un laboratorio e un piano di attracco, che hanno consentito la realizzazione di missioni automatiche e con equipaggio umano fino a quando, il 15 settembre 2016, l’agenzia spaziale cinese ha messo in orbita la sua seconda stazione spaziale, la Tiangong-2, progettata per mettere a punto nuove tecnologie, tra cui il rifornimento automatico di propellente. Però, già il 21 marzo dello stesso anno, l’ente guidato da Chen Qiufa perdeva i dati di telemetria per cui il mezzo diventava un ordigno vagante senza alcun controllo, se non il monitoraggio attento dei radar anche dei paesi più ostili. Questo dovrebbe far pensare proprio a tutti che il mondo dello spazio è talmente complesso che qualunque animosità dovrebbe essere superata.

La soglia di attenzione è stata molto elevata questa volta anche se di rientri senza controllo di satelliti con dimensioni rilevanti se ne contano circa un paio all’anno. Nessun pericolo concreto, hanno assicurato in molti: la probabilità di essere raggiunti da un frammento, confrontata con il rischio di essere colpiti da un fulmine è 130.000 volte minore. Ma qui pariamo solo in termini probabilistici!

Non sono mancate domande assolutamente lecite. Come fa infatti un oggetto grande quanto un grosso camper a finire sul suolo terrestre senza far danni? Indubbiamente il manto atmosferico è una potente rete protettiva. Si parla di rientro nell’atmosfera quando l’oggetto scende a 120 km. di quota, raggiungendo il punto da cui l’attrito dell’aria diventa così aggressivo che molte strutture esposte iniziano a dissolversi a causa dell’azione combinata delle forze aerodinamiche e del riscaldamento superficiale. Gran parte della massa si vaporizza ad alta quota e quindi sulla superficie terrestre tutto si riduce a poco più di un pulviscolo. Il fatto che l’acqua è predominante sul nostro pianeta è un’ulteriore garanzia ma possiamo affermare in tranquillità che i limiti protettivi sono realmente elevati. Ma possono accadere anche altri eventi. A quanto ricorda il CNR italiano, il 10 marzo scorso uno stadio del lanciatore Lunga Marcia 3B è rientrato sul Paraguay ma un serbatoio è stato recuperato nei pressi del confine con il Brasile. Situazioni un po’ diverse ma tutte meritevoli di attenzione.

E pertanto qualora un impatto di tale natura dovesse causare danni, chi ne pagherebbe la spesa? C’è una giurisprudenza in materia regolata da trattati internazionali che chiariscono con efficacia buona parte del quesito generalmente posto. Riconoscendo l’interesse comune dell’umanità intera di favorire l’esplorazione e l’utilizzazione dello spazio extra-atmosferico per scopi pacifici, i principali Paesi convenendo che nel lanciare oggetti spaziali si possono cagionare dei danni, hanno convenuto che il termine designa la perdita di umane, le lesioni corporee o altre menomazioni. Uno Stato che procede o fa procedere al lancio di un oggetto spaziale ha la responsabilità assoluta di risarcire il danno cagionato alla superficie terrestre o agli aeromobili in volo. Quindi non sarà compito dell’agenzia che ha effettuato il lancio ma del Paese attraverso il suo esecutivo, tant’è che la domanda di risarcimento va presentata allo Stato di lancio per via diplomatica oppure tramite il Segretario generale dell’Organizzazione delle Nazioni Unite, a condizione che lo Stato attore e lo Stato di lancio ne siano l’uno e l’altro membri. Una Convenzione del 1972 impedisce a uno Stato o persona fisica o giuridica da esso rappresentata, di adire le istanze giurisdizionali o gli organi amministrativi di uno Stato di lancio. Tutto pacificamente previsto, dunque. Avremmo qualche difficoltà a risolvere con pari serenità una vertenza così spinosa ma almeno per questa volta non ci porremo questioni. Dopo tutto la Cina non ci ha nemmeno invaso, questa volta!

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