domenica, Aprile 5

Thailandia scossa da un mass shooter militare In un centro commerciale, un militare sfoga la sua rabbia uccidendo 27 persone e ferendone 57, prima di essere abbattuto. Proprio in una Nazione dove i militari sono di fatto al comando

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Migliaia di persone intimamente raccolte, in riflessione e preghiera. Nakhon Ratchasima , nota a tutti in Thailandia col nome contratto di Korat, questa volta non è la capitale del Nord Est depresso della Nazione ma il cuore ferito di un Paese che si fa ancora una volta immagine dell’eterno paradosso. Una Nazione dove tutto ormai ha il ‘segno’ della presenza militare, nella vita politica e governativa, così come nel corpo stesso della società e che, questa volta, ha visto un mass shooter che uccide all’impazzata proprio con la veste di un militare. Un militare che uccide senza disciplina, in una Nazione fortemente condizionata e disciplinata dai militari.

Il bilancio attuale della strage esplosa a Korat, vede oggi 27 morti (compreso l’autore dell’assalto) e 57 feriti, dati confermati dal Nakhon Ratchasima Hospital. Il Primo Ministro, nel corso di una conferenza stampa tenutasi ieri domenica 9 febbraio, ha poi ulteriormente precisato che 32 sono stati feriti in modo grave e che otto sono stati sottoposti a delicati e prolungati interventi chirurgici. Truppe speciali sono state dispiegate nella Provincia di Nakhon Ratchasima per prendere definitivamente pieno controllo del territorio su disposizione del Ministero della Difesa, tutto confermato dal portavoce il Generale Kongcheep Tantravanich. Il Sergente Maggiore Jakapan Thomma è stato identificato come il militare autore del vero e proprio assalto militare condotto al Terminal 21, uno shopping mall di Korat solitamente molto frequentato e che, quindi, è stato circondato dalle truppe speciali inviate dalla Capitale.

Alle tre del pomeriggio di sabato 8 febbraio, la Polizia di Korat è stata informata della sparatoria in corso dall’interno di una casa nel Distretto Muang. Il Colonnello Anantaroj Krasae, 48 anni è stato trovato morto nelle baracche militari di Surathampitak insieme con Anong Mitchan, 65 anni. Il Colonnello Anantroj era il Comandante superiore di Jakapan. Entrambi i militari sono risultati colpiti a morte proprio dal loro sottoposto Jakapan. Il sospettato è stato poi autore dei colpi che hanno ferito altri commilitoni nelle baracche attigue dalle quali poi si è allontanato con un Humvee. Lungo il tragitto ha poi sparato, lasciando numerosi bossoli lungo il tragitto percorso a bordo del mezzo militare anch’esso.

Il Primo Ministro, Prayuth Chan-o-cha, anch’egli un ex militare, è stato progressivamente informato della situazione attraverso le Autorità del Governo locale, così confermato da Narumon Pinyosinwat. Il Primo Ministro, a sua volta, ha attentamente assegnato i propri ordini attraverso il Capo Militare, il Generale Apirat Kongsompong affinché ci fosse un monitoraggio continuo sulla situazione e soprattutto per capire quali fossero i motivi alla base della sparatoria e sulle condizioni dei feriti.

Il Governo ha espresso la propria vicinanza alle famiglie delle vittime e dei feriti, comunicando di essere particolarmente impressionato dalla violenza dell’evento ma di voler essere mentalmente e soprattutto finanziariamente vicino alle famiglie ed a tutte le persone variamente legate alle vittime ed ai feriti. Il Governo ha anche espresso grande gratitudine nei confronti di tutta la popolazione che ha voluto liberamente donare il proprio sangue, mostrando quanto sia forte l’unità del popolo thailandese e mostrando quanto si possa fare, in positivo, quando tutti i settori della società collaborano per un unico e alto fine comune.

Enucleando i risultati delle indagini -tutt’ora in corso- sulle motivazioni per le quali Jakapan Thomma abbia fatto esplodere la sua immensa rabbia e la nuvola di proiettili che hanno seminato morte, feriti e paura nel centro commerciale di Korat, il Primo Ministro ha affermato che un forte litigio con i superiori del Comando locale su certi business di intermediazione finanziaria potrebbe essere il fattore scatenante, il che una volta di più, dimostra quanto sia labile l’insieme delle cause della violenza dei cosiddetti mass shooters, come si è potuto verificare già nella storia recente e contemporanea del genere specifico.

Ora la Thailandia è chiusa in silenzio sul riflettere e pregare per i morti, invocando guarigione per i feriti. Ma soprattutto la Thailandia si riscopre nuovamente fragile, sotto i colpi della follia di un individuo, questa volta animato da una personale follia mentre in altri casi, come accaduto nell’attentato all’Erawan Shrine di Bangkok nel 2015 oppure come accaduto drammaticamente spesso nel Sud della Nazione, a causa di frange estremiste, separatiste, terroristiche.

Eppure, i militari, che oggi condizionano fortemente la vita sociale, culturale, della comunicazione (forte censura), dell’economia e della vita parlamentare del Paese, non sono riusciti ad evitare che proprio dall’interno delle sue fila partisse questa scheggia impazzita che ha colpito suoi connazionali sul suolo siamese. Il Sovrano attualmente in carica, Maha Vajiralongkorn Bodindradebayavarangkun , diversamente da suo padre Bhumibol Adulyadej, tanto amato dal popolo thailandese da essere considerato il Padre Spirituale del Regno e della Nazione, si è arroccato nei Palazzi Imperiali, ha attuato un repulisti dei funzionari interni esautorando de facto l’entourage della Corona precedente, per sostituirlo con pochi eletti fidati e -ricevuto l’attestato di lealtà da parte delle Forze Militari, le ha tenute ai margini della vita interna alla famiglia reale, chiarendo subito che Corona ed Esercito viaggiano a fianco nella Storia soprattutto recente del Regno del Siam ma sono due entità che vanno considerate separate; la Corona, insomma, non può sottostare all’Esercito, anzi, quest’ultimo deve essere soggiacente al Capo del Paese, figura che coincide, appunto, con il Monarca.

Oggi la Thailandia piange i suoi morti, gente comune e militari, entrambi trovatisi nel posto sbagliato al momento sbagliato. Soprattutto, alla luce di quel che accaduto in altre parti del Mondo, Stati Uniti in special modo ma non solo, ci si chiede cosa si possa fare per evitare che in futuro, nella folla della vita quotidiana, si cerchi di limitare quanto più possibile il danno che potrebbe nuovamente derivare da menti deviate, malate, violente.

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