martedì, Aprile 7

Thailandia: il Rosso perde e il Giallo vince davanti al Giudice La fragile Democrazia thailandese ed il suo Karma dei colpi di stato militari

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La ex Premier Yingluck Shinawatra oggi è notoriamente esule all’estero, poiché in Thailandia, la sua Nazione, è stata sottoposta a processo per una accusa riguardante ‘negligenza amministrativa’ durante il periodo della sua Premiership, nello specifico nella applicazione di uno schema di sostegno a favore delle classi agricole specializzate nella coltivazione e produzione di riso, uno dei principali prodotti esportati dalla Thailandia nel Mondo.

La stessa Yingluck Shinawatra che si era detta disponibile ad affrontare l’intero percorso processuale e che aveva già sottolineato di non volersi sottrarre al parere della Giustizia thailandese confermando la volontà di difendere fermamente la propria posizione assunta durante il periodo del suo Governo, ha poi deciso di seguire la strada già intrapresa dal suo più anziano fratello Thaksin Shinawatra, oggi anch’egli esule all’estero, dopo una condanna a due anni e mezzo di prigione in Patria in relazione al caso della cessione della Shin Corp. ad una società coreana.

Due sono stati gli elementi che molto probabilmente hanno spinto Yingluck Shinawatra a rivedere la propria posizione in termini di difesa legale. Decidendo di abbandonare i confini della propria Nazione e vivere esule all’estero. Innanzitutto una variazione in corsa della Legge attuata dalla Giunta militare attraverso la Commissione Nazionale Anti-Corruzione NACC che, inserita nella Gazzetta Reale 24 ore prima della prima seduta del processo, ha compresso il tempo a disposizione dell’accusato di difendersi anche in propria assenza fisica e che impone la obbligatorietà di presenza fisica in Aula. Nel caso di Yingluck Shinawatra si trattava di definire una potenziale condanna a cinque anni di carcere per ‘negligenza’ nella applicazione dello schema ‘riso in cambio di supporto’ prevista dal Governo di Yingluck Shinawatra (che l’aveva promulgato) che non è entrata nel merito della validità economica ma che semplicemente la vede accusata di non essere stata in grado di applicarla in toto.

L’altro elemento è stato quello della condanna a 42 anni di carcere comminata dall’Alta Corte di Giustizia, Divisione Penale della Corte Suprema per i titolari di posizioni politiche nei confronti di Boonsong Teriyapirom, ex Ministro per il Commercio nel Governo di Yingluck Shinawatra, considerato principale artefice della progettazione prima e poi del fallimento e della mancata applicazione dello schema di sostegno ai produttori di riso thailandesi, attraverso fondi e soprattutto attraverso l’accantonamento in scorte di riso governative per intervenire nella regolazione dei prezzi sul mercato del riso sia in sede nazionale sia internazionale.

Al pool legale di difesa di Yingluck Shinawatra deve essere risultato abbastanza facile intuire, quindi, che si stava andando verso un verdetto già designato nei confronti della loro assistita. In un processo che avrebbe dovuto tenersi in un tempo in cui è ancora al potere una Giunta militare che l’ha defenestrata nel 2014 e che ha post-posto la data delle prossime elezioni democratiche più volte per porre argine ad una eventuale vittoria nelle urne del popolo delle ‘Magliette Rosse’ che sostiene la Famiglia Shinawatra. La Giunta militare, inoltre, ha già rivisto la Carta Costituzionale a proprio favore avendo de facto ridisegnato la propria presenza e lo spazio d’azione nel Parlamento thailandese anche dopo le prossime elezioni.

La Storia recente della Thailandia vede, così, due componenti della famiglia Shinawatra ascendere al Potere attraverso le urne ed entrambi venire defenestrati da un colpo di stato militare, Thaksin nel 2006 e Yingluck nel 2014. Stessa sorte non è accaduta ai leader del fronte delle ‘Magliette Gialle’, i cosiddetti ‘Democrats’ Abhisit Vejjajiva, il quale fu battuto nelle elezioni del 2011 proprio da Yingluck Shinawatra e Suthep Thaugsuban, leader delle proteste del fronte dei ‘Gialli’ che paralizzarono la vita politica e amministrativa nella Capitale e conseguentemente nella intera Nazione, fino alla ‘risoluzione’ (ormai classica nella Storia della Thailandia moderna) del colpo di stato del 2014. Si tenga conto poi del fatto che le Forze Armate – al netto della loro reiterata dichiarazione di essere leali al Sovrano – sono generalmente ritenute vicine al fronte politico dei Democrats, così come amplissima parte della Magistratura thailandese.

Quando Abhisit Vejjajiva era al Potere, le Forze Armate non ebbero alcun cruccio nel sedare le proteste anti-governative del fronte politico delle ‘Magliette Rosse’ sparando ad alzo zero. In quei drammatici frangenti, corre obbligo di ricordare, perse la vita il photoreporter italiano Fabio Polenghi. Ed il processo riguardante quella morte, così come quelli connessi a numerose vittime civili e inermi nel corso di proteste di piazza di chiara natura civile e politica furono dichiaratamente ‘“all’acqua di rose’.

In un interessante (oltre che coraggioso) articolo apparso sulla testata thailandese in lingua inglese The Bangkok Post a firma di Umesh Pandey, si annota proprio la vistosa differenza di trattamento al cospetto della Giustizia tra i rappresentanti della Famiglia Shinawatra e del fronte delle ‘Magliette Rosse’ e i rappresentanti dei ‘Democrats’ e del fronte delle ‘Magliette Gialle’. E prende come ‘caso’ esemplificativo proprio Suthep Thaugsuban, la cui pervicace protesta di piazza condusse alla mannaia della Giunta militare che, per evitare ulteriori disordini che erano già stati causa di decessi, feriti e gravi danni ovunque, intervenne coi carri armati e prendendosi il Potere – attraverso il Generale Prayuth Chan-o-cha – con un colpo di mano militare.

L’ex Vice Primo Ministro Suthep Thaugsuban è stato accusato di aver violato l’articolo 157 del Codice Penale adottando un comportamento inadempiente nei confronti dei propri doveri istituzionali oppure origine di atti considerati illegali circa la gestione del progetto da 6,67 miliardi di Thai Baht per la costruzione di 396 stazioni di polizia sotto il Governo di Abhisit Vejjajiva del quale faceva parte e che ha perso il potere nel 2011 per la vittoria di Yingluck Shinawatra.

Il caso, che è iniziato molto prima del caso Yingluck, ha continuato a trascinarsi stancamente fino ad oggi. Se n’è parlato poco, in verità dal mese di Maggio 2015 quando l’onorevole Suthep era ancora un monaco e una volta che la Commissione Nazionale Anticorruzione NACC indipendente (ma da molti osservatori ritenuta anti-Pheu Thai) ha deciso di cambiare uno dei suoi membri esterni perché il signor Suthep ha affermato fosse eccessivamente a lui avverso. Questo membro esterno altri non era che Vicha Mahakhun, Presidente della Sottocommissione NACC incaricata di indagare sulla violazione del Suthep. Il signor Vicha era stato assunto come membro esterno dopo essersi ritirato dalla Presidenza del Sottocomitato in cui era coinvolto Suthep. Mentre questa sconfitta materiale della obbligatorietà nell’adempimento del proprio compito istituzionale va avanti stancamente in un mare di scartoffie, il leader del Partito Democratico, Abhisit, che di fatto è stato il principale capo politico di Suthep, è fondamentalmente lasciato fuori da ogni implicazione processuale o intervento della Magistratura.

Tutto questo dimostra ulteriormente quale sia la disparità di trattamento al cospetto della Giustizia tra i Shinawatra e il fronte delle ‘Magliette Rosse’ da una parte ed il fronte politico delle ‘Magliette Gialle’ e dei loro rappresentanti politici dall’altra. E se la fragile Democrazia thailandese non riuscirà a risolvere questo tipo di nodi interni, continuerà a coltivare il germe delle sue future sconfitte e della insorgenza di futuri colpi di stato militari. Un Karma politico che è la stessa Thailandia a dover risolvere.

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