domenica, Aprile 5

Thailandia: nel Sud odio chiama odio Dura repressione militare contro il separatismo del Sud ma ottiene l'effetto contrario

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All’apparenza, se ci si aggirasse per il centro storico di Pattani, sembrerebbe tutto tranquillo. I dintorni continuano ad essere sede di una lussureggiante vegetazione, boschi fitti e ombrosi, ovunque negozi con l’ingresso coloratissimo per distinguersi ed attrarre i clienti, in colori sgargianti come viola purpureo, arancio, blu oscuro.

Si vende di tutto, un po’ come ovunque, telefonia, sigarette e così via. Si noterebbe solo una cosa alquanto bizzarra: le auto sono parcheggiate distanti dai luoghi di vendita, specialmente se si tratta di grandi magazzini, centri commerciali e cose simili. Un motivo c’è: nei pressi dei luoghi deputati al commercio, dove ci si accalca per andare a fare la spesa e dare uno sguardo alle vetrine all’interno – soprattutto se si tratta di centri commerciali – si sono svolti gli attentati più sanguinosi, attuati facendo esplodere auto e in special modo fuoristrada sui cui cassoni erano sistemate bombe la cui deflagrazione ha sconvolto spesso le comunità locali del Sud della Thailandia, ai confini con la Malaysia. E così, la soluzione, almeno per limitare i danni derivanti dalle esplosioni, è stata quella di creare aree di parcheggio attrezzate ma distanti dai centri commerciali, dai luoghi di vendita e dai coloratissimi negozi del meridione thailandese.

Pattani è stata a lungo la capitale di un Sultanato islamico che ha visto intensi commerci con la Cina, il Giappone e l’Europa, in specie nei suoi periodi più gloriosi. L’insorgenza che oggi colpisce con la violenza il Sud della Thailandia, secondo gli studiosi, gli storici e gli osservatori di cose di Thailandia, affonda le proprie radici proprio nel tempo in cui il Regno del Siam prevale sulle etnie e sui territori musulmani del Sud del Regno. Ma senza un processo di integrazione. E Regno del Siam è proprio la dizione corrente più diffusa e nota della Thailandia almeno fino alla fine del Diciottesimo Secolo. La Resistenza del Sud della Thailandia, la cui popolazione è in prevalenza di origine malese, fu pesantemente colpita dalla crudeltà dell’Esercito del Regno del Siam. I racconti delle popolazioni locali ci tramandano storie di bambini, donne e uomini legati insieme e fatti uccidere dagli elefanti.

Ancor oggi, i circa tre milioni di abitanti delle tre Provincie meridionali thailandesi di Yala, Pattani e Narathiwat, così come del vicino territorio di Songkhla, sono costituiti in prevalenza da abitanti di estrazione musulmana e malese, il che è una vera anomalia etno-antropologica nel Regno del Siam in netta prevalenza popolato da abitanti thailandesi e buddhisti.

E’ pur vero che il Sud della Thailandia, nonostante tutto, è stato alquanto pacifico fino al 2001, quando si avviò una catena drammatica di attentati che hanno coinvolto le figure sociali e professionali che maggiormente sono state viste come espressione del Regno prevaricatore e spoliatore della natura etnica e culturale del Sud, non solo componenti dell’Esercito regolare e della Polizia, quindi, ma anche insegnanti, monaci buddhisti, insomma figure che impersonificavano l’imperialismo del Regno del Siam, vissuto come estraneo. Bisogna aggiungere che da parte del Governo centrale non sono giunti affatto segnali di inclusione o pacificazione, le regolamentazioni giuridiche, ad esempio, non hanno mai riconosciuto la lingua malese ed hanno sempre applicato il sistema burocratico che è vigente in tutto il territorio della Thailandia senza tener conto del fatto che nel Sud potesse non collimare con procedure e modi di amministrare tipici ed autoctoni.

Non è un caso, quindi, che le tre Provincie meridionali della Thailandia hanno rifiutato la nuova Costituzione disegnata dalla riforma della Giunta militare che detiene il potere in Thailandia, promulgata dopo il referendum popolare lo scorso anno, anche perché – tra altre cose ritenute non accettabili – vi era anche la definizione di Buddhismo come religione del Regno. Senza aggiungere alcunché a proposito di altre forme di credo religioso.

Il Regno del Siam non ha mai voluto mostrare un volto disposto al dialogo nel Sud. E la risposta finora era ben difficile da immaginarsi come improntata alla pazienza. Per fare un esempio, nel 2004, giovani studenti che erano scesi in piazza per dimostrare contro una serie di arresti la cui natura era definita eccessiva e censoria delle idee e delle aspirazioni dei civili del Sud thailandese, furono ammassati su mezzi di trasporto improvvisati come bus e van, e in un caso ne furono ammassati così tanti, tutti legati insieme, che 78 morirono soffocati prima di giungere ai centri di detenzione temporanea per procedere al riconoscimento e ad altre pratiche connesse con le manifestazioni non autorizzate. In realtà, le morti extra-giudiziali causate dalle forze di sicurezza thailandesi sono considerate quasi una prassi e finora non si conosce alcun processo avviato dal Governo Centrale thailandese né alcuna condanna, in tal senso.

Accade anche che il conteggio reale di casi riguardanti abusi commessi dalle forze di polizia e che sfociano in decessi siano ‘oscurati’ dal fatto che si preferisce dare indennizzi economici alle famiglie per insabbiare o impedire del tutto i processi ed evitare così un potenziale aumento di denunce. La tortura, nell’ordinamento attuale, non è ritenuta reato, nonostante spesso i politici inseriscano il tema in alcune loro campagne elettorali di tanto in tanto, e la legge marziale che oggi vige in tutta la Thailandia e che nel Sud dura da più di un decennio, rende più facile la sua applicazione soprattutto se si tratta di giovani sospettati di essere affiliati ai miliziani locali. Non è raro infatti, che essa sia attuata per settimane e arbitrariamente. Molti raccontano di essere stati picchiati, soffocati con sacchetti di plastica, strozzati con forza, sottoposti a scariche di corrente elettrica, come peraltro riporta anche Human Rights Watch.

Alcuni tentativi di dialogo tra le due parti ci sono stati ma, alla fin fine, non è cambiato molto. Un gruppo di rappresentanze delle forze separatiste è stato ammesso ai colloqui di pace fin dal 2015, tutto si è risolto in una reiterata catena di fallimenti, oltretutto – ammettono oggi gli osservatori e persino esponenti del Governo Centrale – la rappresentanza dei miliziani e dei gruppi separatisti è stata selezionata dalle forze militari thailandesi con criteri discutibili. Oggi il Barisan Revolusi Nasional BRN, il gruppo più grande e potente tra gli insorgenti meridionali, chiede maggior ruolo e rispetto da parte del Governo Centrale thailandese e colloqui di pace più freschi, innovativi e sinceri. Non mancano casi di colloqui di pace sensati e che hanno avuto un effetto pacificatorio anche in quadri conflittuali molto aspri, come accaduto ad Aceh, una provincia dell’Isola indonesiana di Sumatra, dove anni di violenze e contrasti, hanno visto un atto pacificatorio tra le parti nel 2015, dove fu concesso uno status particolare seppur all’interno del territorio indonesiano e anche fu concessa la possibilità di svolgere elezioni locali e alle forze insorgenti locali di identificare e creare una propria forza politica, un proprio partito. Anche nelle Filippine- affermano gli studiosi del settore – la gran parte di coloro che abbracciano le teorie separatiste allo stesso tempo si oppongono alla visione jihadista.

Sempre secondo gli osservatori dell’area, i movimenti separatisti di estrazione islamica del Sud della Thailandia non hanno mostrato alcun afflato – anch’essi – verso la Jihad, continuando a far riferimento -piuttosto – ad una propria specifica richiesta di identità separata dal resto della Thailandia. La Commissione Provinciale Islamica di Pattani ha affermato ufficialmente che è vero, la popolazione locale e le sue rappresentanze avvertono certamente la fratellanza dell’Islam ma allo stesso tempo, non intende affatto indulgere alla violenza e di ricercare, invece, la semplice e quieta pace.

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