martedì, Aprile 7

Thailandia: il ruolo strategico del riso in Patria e sulle piazze internazionali Vi è stato un progressivo decremento nella produzione, che ha fatto perdere il primato al Paese: perché?

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BangkokIl primato mondiale della produzione del riso, appannaggio della Thailandia da una cinquantina d’anni, è andato perso causa la stretta congiunturale, la crisi globale, la riduzione delle importazioni dell’Europa, alle quali ora si aggiungono i successi di India e Vietnam. Paesi, questi, che si sono attrezzati per aumentare la propria produzione di riso e che quindi si sono via via affrancati dalle importazioni, man mano che son diventati sempre più capaci di produrne in proprio.

Vi è stato un progressivo decremento nella produzione del riso esportato del 40% circa. In considerazione del fatto che la Thailandia è stata per svariati anni prima al Mondo nell’esportazione di riso all’estero, il fatto che questo primato sia andato perso è diventato improvvisamente tema di dibattito sulla scena nazionale thailandese. L’allora Ministro del Commercio del Governo Shinawatra disse che era meglio perdere il primato mondiale nell’esportazione di riso se questo significava poter migliorare le condizioni di vita dei produttori di riso thailandesi. Essi erano stati fino a quel punto spremuti proprio sull’altare del primato dell’esportazione di riso nel Mondo, meglio concentrarsi sui problemi della produzione, ovvero sul miglioramento degli standard di vita dei coltivatori di riso e sulle loro retribuzioni e non più solo in termini di redditività, di prezzi finali, di vantaggi particolari. Oggi la Magistratura thailandese non la pensa così.

Il Governo di Yingluck Shinawatra era determinato a conseguire due differenti obiettivi: innalzare la qualità di vita dei contadini e dei coltivatori ed il secondo era quello di innalzare i prezzi dei prodotti agricoli. Il Governo thailandese aveva deciso di vendere alcune quantità mirate di riso con prezzi da sussidio sociale, specifiche, quindi, per i consumatori thailandesi che dichiarassero di essere in chiare condizioni di difficoltà economica. Si trattava di riso venduto in sacchi da un chilo ciascuno.

Il Governo di Yingluck Shinawatra, da parte sua, pur senza ammetterlo ufficialmente, ha agito avendo come stella polare la necessità di non urtare la propria base politica che trova lo ‘zoccolo duro’ nei contadini e nei coltivatori (più in generale nel mondo produttivo agricolo). Infatti, proprio nel mondo agricolo l’attuale Governo Shinawatra fonda la base più solida del proprio partito di maggioranza, il Pheu Thai Party.

Da almeno un decennio la Thailandia ha visto continuamente innalzarsi l’incremento del PIL nazionale, in senso lineare e progressivo. Per fare degli esempi, nonostante il colpo di stato del 19 settembre 2006, quello che ha deposto l’ex Premier Thaksin Shinawatra e secondo una stima del 2007, ben 14,5 milioni di turisti hanno visitato la Thailandia in quell’anno, facendone il 14º Paese più visitato al Mondo. Nello stesso anno il turismo ha rappresentato il 6.7% del PIL thailandese. Il 23 dicembre 2007 si sono svolte elezioni democratiche, ripristinando il normale andamento delle attività politiche, dopo l’esautoramento per mano dell’Esercito sebbene in modo del tutto incruento. Però, si è trattato di un quadro letteralmente disegnato su misura dai militari, a guida militare e secondo i criteri dei militari. E nonostante tutto, la Thailandia ha continuato a marciare. Il PIL non ha subìto particolari scossoni se non nel periodo delle sommosse popolari intercorse tra il 2008 (proteste delle ‘Magliette Gialle’) ed il 2010 (proteste delle ‘Magliette Rosse’ e violenta repressione attuata nei loro confronti). Però, il momento storico in cui il PIL thailandese ha subìto una contrazione di notevole entità è stato nella seconda metà del 2010.

Proprio nel momento in cui si verificava l’avvento di Yingluck Shinawatra sulla scena politica thailandese, con il suo conseguimento del ruolo di Premier, ci si è ritrovati di fronte ad un contesto economico globale fortemente mutato ed allo stesso tempo, per quel che riguarda le questioni locali, si sono abbattute – nella parte più produttiva della Thailandia – le piogge più pesanti che si siano verificate negli ultimi cinquant’anni: le conseguenti inondazioni sono state il colpo più duro che l’economia nazionale potesse subire. Ecco perché nella seconda metà del 2012, all’arrivo della stagione monsonica, la popolazione thailandese ha ripreso a preoccuparsi grandemente del rischio inondazioni. C’è stato un anno di grandi opere pubbliche, di invasi messi in sicurezza, di ponti controllati e revisionati, di argini innalzati, si sono create condotte con grande portata e capaci di dare una risposta pronta anche a spinte idriche come quelle del 2012.

La risposta thailandese è stata nella diversificazione dei mercati, investendo sempre di più sull’area ASEAN, sull’Asia più in generale e non solo sullo stretto quadrante estremo-orientale.

Nell’arco di pochi anni, insomma, molte cose sono cambiate e stanno cambiando in Thailandia e tutt’intorno al Regno del Siam. La globalizzazione ha comportato l’internazionalizzazione sempre più spinta della Grande Crisi che oggi è appunto una Crisi Globale. E la Thailandia ne è coinvolta, volente o nolente.

Finora l’atteggiamento della Thailandia è stato alquanto protezionista, stabilendo dazi doganali molto alti sulle merci importate ed imponendo il pagamento di cifre alquanto cospicue ai lavoratori di origine straniera che operano sul proprio territorio. Infatti, chi vuole lavorare in Thailandia ottiene sì permessi di soggiorno ma sono temporanei per permanenze più o meno lunghe e/o definitive, non ottiene mai la cittadinanza thailandese nemmeno dopo il matrimonio con un cittadino thailandese e deve obbligatoriamente pagare cifre non irrisorie per ottenere il diritto di lavorare in Thailandia, deve cioé acquisire il ‘work permit’ (lavorare senza ‘work permit’ equivale all’infrazione di un reato grave, è previsto l’arresto).

La Thailandia, quindi, ha finora attuato un liberismo spinto all’esterno ed un protezionismo ferreo all’interno, a difesa della propria economia. E se qualcosa la Thailandia ha consentito all’estero, con maggiore liberalità, lo ha fatto solo in ambito strategicamente integrato come è quello dell’ASEAN (Association of South-East Asian Nations cioé Associazione delle Nazioni Sud-Est Asiatiche), alla quale appartengono insieme alla Thailandia anche Indonesia, Malaysia, Filippine, Singapore, Brunei, Vietnam, Laos, Cambogia e Birmania.

Finora la Thailandia ha visto nell’Unione Europea una delle sponde estere privilegiate per le proprie esportazioni ma la crisi di liquidità europea, le politiche europee in difesa dei bilanci nazionali e dell’Euro hanno portato l’Europa ad arroccarsi sempre più in posizioni di difesa e di chiusura più o meno netta verso l’estero. Ecco perché la Thailandia ora sta diversificando le proprie direzioni a favore del mercato più prossimo, cioé l’Asia, in un clima di armonizzazione delle politiche economiche locali (in special modo con le economie asiatiche trainanti, quelle della Corea del Sud, della Cina e del Giappone) ed a favore dell’Africa, dove alcuni prodotti thailandesi sono molto richiesti. Il riso, ad esempio.

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