mercoledì, Aprile 8

Texas, l’irredentismo come ragione di vita

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« Il Texas è uno stato d’animo. Il Texas è un’ossessione. Ma soprattutto, il Texas è una nazione nel senso autentico del termine»

John Steinbeck, Viaggio con Charley

 

Oltre a rappresentare secondo Stato degli Stati Uniti per dimensioni (dietro l’Alaska) e popolazione (dietro la California), il Texas è il principale serbatoio di indipendentismo di tutti gli Usa. Qui il Texas Nationalist Mouvement (Tnm), che da sempre anela alla secessione da Washington, racimola denaro e consensi, patrocina il conio di una moneta scollegata dal sistema della Federal Reserve e stampa passaporti sul cui frontespizio campeggia il celebre simbolo della stella solitaria.

Le pulsioni irredentiste texane affondano le radici nel XIX Secolo, quando il grande stato conobbe una reale indipendenza (1836-1845) prima di decidere in maniera sovrana di aderire all’Unione. Allo scoppio della Guerra Civile, Austin si schierò a fianco dei confederati e decise di secedere dopo neanche 20 anni di appartenenza alla federazione per conservare la propria identità messa in pericolo dall’ondata riformista di Abraham Lincoln. Ancora oggi, l’orientamento indipendentista texano si alimenta di conservatorismo e raccoglie un successo maggiore quando la Casa Bianca è controllata da un presidente democratico. Non è un caso che il Tnm abbia mietuto i maggiori successi sotto le amministrazioni Clinton e, soprattutto, Obama, che con la riforma sanitaria e l’intervento massiccio dello Stato per salvare banche e grandi imprese dal fallimento ha suscitato un’ondata di indignazione per le strade di Dallas, Houston, San Antonio, Austin, ecc. Dal 2008 in poi, il movimento guidato da Daniel Miller è riuscito a creare una rete costituita da un esercito di attivisti che si occupano di fare proselitismo e raccogliere fondi. Un network che si estende attualmente a tutte le contee dello Stato e che nel 2012 è riuscito a garantire alla causa irredentista l’appoggio di oltre 250.000 cittadini, grazie al quale il Tnm e i vicini separatisti della Louisiana hanno raccolto un numero di firme sufficiente a chiedere alla Casa Bianca di concedere l’indipendenza.

Questa mossa è scaturita dal meticoloso lavoro di preparazione messo in atto dal Tnm, che nel 2009 aveva indotto la Camera texana ad approvare la risoluzione 50, che imponeva di ‘vietare o respingere’ le misure decretate da Washington giudicate lesive dell’indipendenza di Austin. All’epoca, il governatore repubblicano Rick Perry (che nel 2012 avrebbe tentato di conquistare la nomination repubblicana) decise di aprire pubblicamente alla prospettiva secessionista nel corso di un raduno del Tea Party, l’ala ultra-libertaria ispirata al movimento popolare di Boston che nel 1773 si sollevò per protestare contro le tasse imposte dalla Gran Bretagna. «Il Texas è un luogo unico. Quando siamo entrati nell’Unione, in 1845, una delle condizioni poste era che avremmo potuto andarcene se lo avessimo deciso […]. Spero che l’America in generale e Washington in particolare siano a conoscenza di ciò. Abbiamo una grande Unione. Non c’è alcuna ragione di scioglierla. Ma se Washington continua a vessare gli americani, sa che l’esito sarà proprio questo», affermò Perry, spingendosi addirittura a dichiarare allora illegittime le penali previste dallo statuto in caso di mancata applicazione delle leggi federali. Accusò inoltre Washington di «opprimere i texani, interferendo nella vita dei cittadini e nella gestione dello Stato» attraverso misure che, facendo lievitare costantemente la spesa pubblica, rappresentavano «un’ipoteca sul futuro dei nostri figli».

L’aspetto economico ha una notevole rilevanza per i secessionisti, consapevoli che, come ha affermato un attivista, «disponiamo di tutto ciò che serve non per sopravvivere, ma per prosperare. Sappiamo che lo stesso spirito che ci ha portato allo sviluppo ci porterà a traguardi ancora maggiori come nazione indipendente».

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