lunedì, Agosto 10

Terroristi buoni, terroristi cattivi La liberazione in Pakistan del terrorista Hafiz Saeed in conseguenza delle pressioni statunitensi

0

L’Alta Corte pakistana di Lahore ha liberato Hafiz Muhammad Saeed, fondatore e leader dell’organizzazione terroristica Lashkar i-Taiba impegnata, attraverso il suo braccio politico-umanitario Jamaat u-Dawa, nel reclutamento di terroristi in tutto il subcontinente. Parlare di liberazione è già di per sé piuttosto paradossale – sottolinea Francesca Marino, Direttore di Stringer Asia – “in quanto Saeed non ha trascorso nemmeno un giorno in galera e i posti di blocco dell’Isi, il servizio segreto pakistano, intorno a casa sua servivano più a tenere lontani i curiosi che non a tenere prigioniero Saeed stesso”.

Circostanze queste che evidenziano come il capo di Lashkar i-Taiba sia ben lungi dall’essere considerato un nemico da combattere per il Pakistan: “Hafiz Saeed non solo è stato creato, ma anche mantenuto e protetto dall’esercito e dai servizi segreti pakistani. Saeed non finisce sotto processo e non viene condannato in Pakistan perché nello Stato non ha mai sparato un colpo”, afferma Francesca Marino. La sua liberazione pertanto si inserisce in una strategia ben precisa da parte di Islamabad: l’uso di terroristi come mezzo di politica estera. “Il Pakistan si è sempre servito dei maggiori leader fondamentalisti operanti sul suo territorio come arma strategica contro l’India, vero grande nemico di Islamabad”, sottolinea la Marino, “così come ha utilizzato gli uomini di Lashkar i- Toiba e della rete Haqqani come pedine in Afghanistan”. Si tratta di una strategia da sempre utilizzata dalle autorità pakistane “ma che noi occidentali facciamo finta di non vedere per ragioni di opportunità politica e che gli Stati Uniti tollerano per evitare che sia tagliato loro il principale corridoio di accesso all’Afghanistan”, conclude la Marino.

La liberazione di Hafiz Saeed, tuttavia, non può essere spiegata unicamente come una scelta dettata dalla debolezza delle istituzioni pachistane quando non da una vera e propria connivenza da parte di queste ultime con la galassia dell’estremismo islamico. Secondo Francesca Marino “la scelta di liberare Saeed è una diretta conseguenza della decisione degli Stati Uniti di subordinare nuove tranches di finanziamenti al Pakistan all’adozione di misure concrete contro la sola rete terroristica di Haqqani, eliminando, invece, ogni riferimento alla formazione terroristica Lashkar i-Toiba di cui Saeed è il leader”.

La disposizione in questione faceva parte del progetto di legge destinato a finanziare le forze armate statunitensi per il 2018, noto come National Defense Authorization Act (NDAA). La versione originale di questo di segno di legge imponeva al Pakistan di dimostrare di aver adottato misure per «impedire alla rete Haqqani e a Lashkar i-Tayyiba di utilizzare qualsiasi territorio pakistano come rifugio sicuro e di raccogliere fondi per il reclutamento». Inoltre, Islamabad si sarebbe dovuta coordinare con l’Afghanistan per impedire il movimento di terroristi di entrambi i gruppi lungo il confine. In un chiaro riferimento al leader di Lashkar i-Taiba Hafiz Saeed, il disegno di legge sottolineava la necessità per il Pakistan di mostrare «progressi nell’arresto e nella persecuzione di alti dirigenti e operatori di medio livello della rete Haqqani e Lashkar i-Taiba».

A tali obblighi veniva subordinata la concessione della metà dei complessivi settecento milioni di dollari in aiuti militari stanziati per il Pakistan nel 2018. Ma a questo punto è intervenuto il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti il quale ha esercitato pressioni sulle principali commissioni del Congresso per abbandonare la disposizione che collegava tali aiuti finanziari alla capacità da parte di Islamabad di portare avanti azioni dimostrabili e concrete contro Lashkar i-Taiba. Il Pentagono ha infatti insistito con forza sulla necessità che la lotta alla rete Haqqani abbia la massima priorità e sul rischio che l’aggiunta dell’organizzazione di Hafiz Saeed possa contribuire a confondere la strategia americana di lotta al terrorismo in Pakistan. L’iniziativa, maturata agli alti livelli del Dipartimento della Difesa, non ha trovato opposizione né in seno al Pentagono, essendo gli ufficiali di livello meno elevato timorosi di contraddire i superiori, né fra i membri, tanto repubblicani quanto democratici, del Congresso. Pertanto, nella fase finale della legge non compare più alcun riferimento all’organizzazione di Saeed.

Una scelta che stride apertamente se confrontata con le dure parole pronunciate dal Presidente degli Stati Uniti Donald Trump lo scorso agosto quando, nell’annunciare una nuova strategia per il teatro di guerra afghano-pakistano, aveva accusato il Pakistan di dare <<rifugio sicuro agli agenti del caos, della violenza e del terrore, invitando Islamabad a «dimostrare il proprio impegno per la civiltà, l’ordine e la pace». E che riflette una divisione arbitraria e inadeguata fra terrorismo apertamente in contrasto con gli interessi occidentali, pertanto da combattere con ogni mezzo, e terrorismo impegnato in altri fronti che non sono di immediato interesse per l’Occidente, il quale, al contrario, non costituisce una priorità.

Nel corso degli anni, mentre la lotta al terrore affinava le proprie armi, gli analisti statunitensi avevano cominciato a percepire come tale divisione fosse semplicistica e poco aderente alla realtà in quanto anche il mondo del terrorismo presenta al suo interno connessioni profonde fra le organizzazioni che ne fanno parte. Ma quando arriva il momento di agire, le massime autorità militari tornano a considerare i terroristi operanti in Pakistan alla stregua di gruppi che operano separatamente l’uno dall’altro e come tali meritevoli di trattamenti differenziati. Ne è convinta anche Francesca Marino secondo la quale “la cosiddetta nuova strategia americana per l’Afghanistan e l’Asia meridionale non è affatto una novità, ma rappresenta la riedizione della vecchia strategia statunitense basata sulla distinzione fra terroristi ‘buoni’ e terroristi ‘cattivi’. Il problema principale degli Stati Uniti è quello della vittoria in Afghanistan e da questo punto di vista gli Haqqani, impegnati in prima linea a fianco dei taliban e contro gli americani, costituiscono sicuramente un nemico prioritario per Washington. Ma d’altra parte non bisogna dimenticare che la rete Lashkar i – Toiba non è affatto un’organizzazione provinciale che combatte solamente contro l’India in Kashmir, ma al contrario porta avanti un manifesto di jihad globale, possiede cellule in Bosnia, Cecenia, Siria, persino nei campi profughi dei Rohingya ed è pertanto attiva in ogni zona del mondo in cui vi siano tensioni o guerre”.

Le motivazioni della sentenza pakistana, al contrario, ritengono che Saeed possa essere liberato “perché non costituisce più un pericolo di peggioramento delle relazioni diplomatiche e finanziarie del Pakistan”, sottolinea Francesca Marino, avallando in tal modo una narrazione non corrispondente alla realtà e rischiando di aumentare le tensioni con l’India, fondamentale partner strategico nella regione per Washington e nemico giurato di Lashkar i – Taiba a causa della sua responsabilità nei sanguinosi attentati di Mombai del 2008.

La strategia americana sul Pakistan, delineata in questi termini, non si focalizza su una prospettiva a trecentosessanta gradi sul terrorismo all’interno del Paese, al contrario considera esclusivamente la rete Haqqani il punto fondamentale della lotta al terrore privilegiando una visione miope di un quadro molto più ampio. E consentendo all’estremismo islamico di continuare a prosperare all’interno di un Paese in cui i confini fra le ideologie dei vari gruppi jihadisti sono quanto mai sottili.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore