mercoledì, Settembre 30

Terrorismo o guerra?

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Il 24 settembre di quest’anno, il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite ha adottato una risoluzione (la resolution 2178 /2014) un po’ imbarazzante nei contenuti, anche se tesa ad affrontare un tema importante quale quello del conflitto in atto in Siria e Iraq, in cui si scontrano le non meglio definite milizie integraliste di Abu Bakr al-Baghdadi e … questo è il punto: non è mica chiaro chi combatte contro chi.

Ma procediamo con ordine.
La risoluzione è adottata, si badi, a norma del Capitolo VII della Carta delle Nazioni Unite, e dunque è, strettamente parlando, una decisione, vale a dire un atto obbligatorio per gli Stati cui si rivolge. A stretto rigore, dunque, gli Stati sarebbe obbligati ad adottare le misure ivi indicate. Che, poi, quelle misure abbiano effetti diretti anche sugli individui, è una questione tecnica che non è qui il luogo per affrontare, salvo per dire una cosa banalmente ovvia (tanto lapalissiana da sfuggire agli illustri e pensosi giuristi che spesso se ne occupano) e, cioè, che una norma è destinata ad ottenere in un modo o nell’altro che gli uomini si comportino in una certa maniera e. quindi, quale che sia il tenore della norma, essa, in ultima analisi, si dirige agli individui. Ma, ripeto, su ciò nessun’altra parola, trattandosi di una di quelle disquisizioni da giuristi abituati a spaccare i capelli in otto.

Il punto, però, è che la Risoluzione intende combattere il fenomeno (ammesso che sia realmente tale) deiforeign terrorist fighters‘ (in italiano letteralmente ‘stranieri terroristi combattenti’, o meglio: ‘combattenti terroristi stranieri’). Il riferimento è alle persone (per lo più, si badi, liberi individui) che vanno a combattere in un Paese diverso da quello in cui si trovino o di cui siano cittadini.
E, fin qui, va bene, si capisce; in altri tempi li si chiamava mercenari o idealisti: Lord Byron, morì in Grecia per la libertà della Grecia, tanto per fare un esempio molto noto, ma certamente non era un mercenario. Così come Giuseppe Garibaldi, in America Latina, pur facendo salva la pelle. Ma lì c’è un altro aggettivo: terroristi.

Terroristi, prima di andare o dopo?

Se lo erano già da prima, perché non li arrestano direttamente gli Stati in cui si trovano? Se non lo fanno, vuol dire che terroristi non sono, o almeno non ‘operativamente’.

Prima di tutto non si comprende come si fa a capire se uno è un terrorista, finchè non fa nulla di … terroristico.
Qualche anno fa un giudice, la bravissima Clementina Forleo, stabilì, giustamente, che un tale che raccoglieva fondi da inviare in Iraq a chi si opponeva militarmente all’occupazione del territorio iracheno da parte degli USA, della Gran Bretagna e dell’Italia (duole ricordarlo, ma è esattamente così!) non era affatto un terrorista, dato che sosteneva, legittimamente, la legittima lotta di una parte del popolo iracheno contro l’occupazionestraniera‘ (appunto) della suaPatria‘. Feci notare all’epoca (ignorato da tutti, com’è ovvio) che al massimo si sarebbe potuto considerare quel tizio un ‘nemico’ (visto che tecnicamente eravamo in guerra con l’Iraq e per di più in una guerra di aggressione!  -tutti i termini sono strettamente tecnici e non implicano alcun giudizio di valore né politico, sia chiaro) e, quindi, ‘farlo prigioniero’, magari internandolo in un ‘campo di concentramento’, secondo quanto dicono le Convenzioni dell’Aja e di Ginevra, in materia di guerra e di prigionieri.
Se, viceversa, qualcuno vuole andare all’estero per commettere atti di terrorismo, è perfettamente lecito e logico, arrestarlo e condannarlo (o estradarlo) prima che espatri e, quindi, dopo averne scoperte le mire ecc., sempre che organizzi la cosa nello Stato di partenza.

Certo, uno Stato  -ed è a questo, in ultima analisi, ciò a cui mira il Consiglio di Sicurezzapuò collaborare anche prima che il terrorista parta per andare a … terrorizzare, sempre sia incriminabile, ma  ciò presuppone che si sappia e si dimostri che la persona in questione vuole andare a commettere atti di terrorismo (con la cautela che deriva dal fatto che, in un Paese civile, il processo alle intenzioni è vietato, giustamente) o che fa parte di una organizzazione criminale (terroristica) che già sta commettendo atti di terrorismo, ecc. Ma, se tutto ciò non c’è, o almeno non è dimostrabile, non vedo come si possa fare alcunché di diverso da una, doverosa, azione preventiva, nulla di più.

Il tema, in realtà, è più complesso. L’intenzione delle Nazioni Unite, in pratica, è di impedire che delle persone vadano in Iraq e Siria a combattere con l’ISIS, mentre curiosamente non ci si pone nemmeno il problema di che fare con qualcuno che vada o sia andato (e non sono pochi!) a combattere contro il regime di Bashar al-Assad in Siria, che, dal punto di vista del Diritto internazionale, è il governante legittimo della Siria, condannabile forse, contro il quale le Nazioni Unite potrebbero decidere di agire.
Ma, allo stato dei fatti nulla del genere è accaduto, salvo pretendere (e, pare, ottenere) da Assad di distruggere le armi chimiche (solo quelle, sia chiaro solo quelle … il cinismo, nella Comunità internazionale è notoriamente all’ordine del giorno: ammazzare gente con i gas non va bene, a cannonate, sì) e altrettanto salvo scoprire che anche i ‘ribelli’ ne disponevano e le usano contro Assad, ma su ciò nessuno ha nulla da dire.

Dato tutto ciò, comunque, la domanda da porsi è: chi lo ha detto che l’ISIS equivalga al terrorismo?
Qui, infatti, il problema è complesso e delicatissimo.
Anzi, i problemi sono due: cosa si intende per terrorismo‘ e come si concilii la definizione, implicita, dell’ISIS come organizzazione terroristica, con l’indicazione di chi ne fa parte con il nome di ‘combattente’ (fighter).

Su cosa si intenda per terrorismo la discussione è da decenni approfondita e intensa. Gli unici punti su cui si è, quasi, d’accordo, a livello internazionale, è che un atto terroristico, al di là della sua natura particolarmente selvaggia e imprevedibile, è destinato a creare paura, per indurre i Governi, pressati dalle rispettive popolazioni ad esempio, a modificare la propria linea politica rispetto a determinate situazioni o movimenti politici. Anche il nostro codice penale, in maniera molto pasticciata, accredita simili idee.
Ma, sempre per il diritto internazionale, uncombattenteè il membro di una forza armata (non necessariamente ‘regolare’, si pensi ai partigiani italiani, che non indossavano certo divise o altri segni distintivi) di una entità che, nel medesimo diritto, si definirebbe un soggetto di diritto internazionale, uno Stato, insomma, o un ente assai simile ad uno Stato.
Nelle condizioni normali, dunque, un soldato. Che non è ovviamente perseguibile mai, dal punto di vista del diritto penale, per gli atti che compie: il soldato che uccide i soldati nemici non commette omicidio. E dunque non può essere perseguito a quel titolo, ma può solo essere fatto prigioniero, cioè reso inoffensivo per il ‘combattente’ avversario.
Ciò, in altre parole, presuppone che l’ente avversario sia accettato come un soggetto di diritto internazionale. Solo un soggetto di diritto internazionale dispone di combattenti, che dunque terroristi non sono.

Non è solo una disputa cavillosa, questa, al contrario! Basti pensare a cosa sarebbe accaduto se i nostri partigiani, o i membri del Maquis francese, ecc. fossero stati considerati terroristi. Anzi, le Convenzioni di Ginevra del 1949 e i due Protocolli del 1977, sono stati pensati proprio (anche) allo scopo di definire quelli che spesso sono stati chiamati ‘guerriglieri’ come combattenti e dunque non terroristi.

Orbene, non sta al giudice o ad un organismo stabilire se il fine perseguito da un certo ente sia o meno ‘giusto’, ma solo se sia legittimo, legale.
Si tratta, quindi, solo di capire se l’ISIS persegue legittimamente un fine legittimo o no.
Qui, il diritto internazionale, benché complicato, è abbastanza chiaro nel definire come legittima solo la lotta di un popolo contro una oppressine straniera o contro un regime non corrispondente alle proprie aspirazioni.
Ora, la lotta dell’ISIS è certamente una lotta di massa, organizzata e armata che persegue un fine che, condivisibile o no che sia, è legittimo: instaurare un regime politico consono alle proprie aspirazioni, alla propria filosofia di vita.
Ciò rende i suoi membri dei combattenti‘, magari odiosi, ma legittimi.

Se, però, il modo in cui queicombattenti combattono è illecito (e nel caso è ovvio che lo sia, ma quando usano sistemi repressivi contro la propria stessa popolazione, quando tagliano la testa alla gente o se usano armi non consentite, ecc.) allora questi combattentinon sonoterroristi‘, ma sono perseguibili secondo lo Statuto (rifiutato, e non è certo una cosa di cui vantarsi, dagli USA, da Israele e altri) della Corte Penale Internazionale dell’Aja, per crimini di guerra o contro l’umanità.

Il diritto internazionale, spesso visto come il regno della prevaricazione, in cui il più forte ha sempre ragione, in realtà ha una sua logica, ferrea, che spesso è del tutto misconosciuta.
Dopo la Seconda Guerra mondiale, i responsabili politici e militari tedeschi e giapponesi (per favore: non nazisti e simili) furono processati e condannati per crimini di guerra (allora la Corte Penale internazionale ancora non c’era) ma non come terroristi.
Se lo si rispetta, il diritto internazionale funziona, a modo suo, ma funziona, e un Paese civile è tale se lo rispetta.

 

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.