venerdì, Febbraio 28

Terrorismo e immigrazione: il dilemma di Mosca

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Le ex-repubbliche sovietiche in Asia centrale sono i Paesi più problematici per Mosca, impegnata ad affrontare la questione del terrorismo, strettamente legata a quella dell’immigrazione. L’attentatore di Pietroburgo proverrebbe infatti dalla regione meridionale di Osh, nel Kirghizistan. Stando all’International Crisis Group, tra le duemila e le quattromila persone sono state ‘radicalizzate’ dall’islam nelle repubbliche del Tagikistan, Kazakistan e Turkmenistan

Lo stesso Vladimir Putin ha denunciato che sono settemila i ‘foreign fighters’ provenienti dal blocco ex sovietico che hanno raggiunto le armate dell’Is o di al Nusra in Siria, duemila dei quali russi, la maggior parte caucasici. Un flusso che ha, paradossalmente, alleggerito il problema, interno al Paese, del legame tra criminalità e jihadismo nell’area della Cecenia e del Daghestan.

L’esistenza nel Paese, da secoli, di una cospicua minoranza musulmana, rafforzata per certi aspetti dall’immigrazione, rappresenta però, nell’attuale congiuntura internazionale, un potenziale pericolo, che qualche esperto ritiene di poter persino quantificare. Lo fa ad esempio Roman Silant’ev, islamista e storico moscovita, il quale non nega che la situazione sia in realtà migliorata rispetto a cinque anni fa, quando la minaccia dell’estremismo islamico, nonostante tutto, era ancora sottovalutata anche perché praticamente circoscritta agli immediati dintorni della Cecenia, già pervicacemente ribelle ma poi drasticamente ‘normalizzata’. In un’intervista dello scorso aprile al settimanale ‘Argumenty i fakty’ Silant’ev sostiene che misure preventive e repressive complessivamente efficaci sono state nel frattempo adottate per controbattere la propaganda e le macchinazioni di stampo wahabita, facenti capo esternamente a potentati arabi e in particolare al Qatar.

Misure efficaci, ma ancora insufficienti a contrastare un fenomeno relativamente nuovo quale l’espatrio di giovani musulmani dalla Russia e altre repubbliche ex sovietiche per partecipare alle imprese militari e agli eccidi dell’ISIS nel Medio Oriente e in Africa o venire indottrinati e addestrarsi a compiere attentati in Europa e altrove.

Il processo di radicalizzazione dei cittadini dell’Asia centrale, a opera di estremisti provenienti dall’Asia centrale o ancora di più dal Nord del Caucaso, avviene a Mosca o in altre città della Russia. Il percorso di molti jihadisti di età compresa fra i 20 e i 30 anni originari dei Paesi dell’Asia centrale inizia proprio con il viaggio in Russia, per impieghi per lo più stagionali.

Il permesso di lavoro richiesto dal 2015 prevede controlli medici e esami di lingua, storia e legge del Paese. Spesso gli immigrati finiscono coinvolti in impieghi in nero e in condizioni vicine alla schiavitù nei mercati della città o nell’edilizia. Agli abusi dei datori di lavoro – che tendono a preferire immigrati illegali dall’Asia centrale, più facili da sfruttare – si aggiungono quelli della Polizia e la generale ostilità della società e delle sue frange più estreme (come i tifosi del calcio) per gli immigrati.

In coincidenza con il boom economico russo dopo il 2000, c’è stato un drastico aumento gli immigrati provenienti dall’Asia centrale, per poi diminuire con l’inizio della crisi economica. (a fine 2014 i migranti provenienti dall’Asia centrale erano 4,5 milioni, secondo i dati del servizio migrazioni russo, pari al 40 per cento degli stranieri residenti nel paese, l’anno successivo si parlava di 3,7 milioni), in tutta Mosca sono solo sei i centri in cui vengono offerti ai migranti, che oramai non parlano più il russo come i loro genitori, corsi di lingua). 

È in tale ambiente ostile e sotto tali pressioni che i migranti si uniscono fra loro e cercano protezione nel loro gruppo etnico o mischiandosi con altri clan dell’Asia centrale e del Caucaso, dove il collante diventa l’islam. «Le persone originarie dei paesi dell’Asia centrale cambiano identità lontani da casa per trovarne una che manda all’aria l’ordine sociale e familiare in Uzbekistan, Tagikistan e Kirghizistan. Molti di loro iniziano a praticare la religione proprio in Russia», si legge in un recente studio dell’European Council on Foreign Relations firmato dagli analisti Marta Ter e Ryskelki Satke Ed è in questa situazione che i reclutatori originari del Caucaso del Nord operano con maggior successo.

Già a novembre 2014, il Tagikistan aveva precisato che la maggioranza dei suoi connazionali fra le fila dei jihadisti in Siria erano stati indottrinati mentre si trovavano in Russia a lavorare, citando di nuovo la moschea di Mira Proskekt, come centro di reclutamento.

«Il reclutamento alla causa dell’estremismo avviene nelle moschee e nelle namazkhana in tutta la regione. Internet e i social media hanno un ruolo importante ma non cruciale», si legge in un articolo dell’International crisis Group da cui emergono le differenze del jihadismo della regione rispetto a quello europeo e che, già all’inizio del 2015, confermava, inascoltato, che il processo di radicalizzazione avveniva spesso all’estero, quindi in Russia, fra i migranti.

Secondo un rapporto dell’ONU del 2013 la sua popolazione non autoctona era inferiore, nel mondo, solo a quella degli Stati Uniti, benchè con una percentuale dimezzata rispetto al totale degli abitanti. Nel 2014 il valore delle rimesse degli immigrati nei paesi d’origine, tutti o quasi già membri della defunta Unione Sovietica, figurava al primo posto nella relativa graduatoria europea.

La crisi economica che si è abbattuta sulla Russia in questi ultimi anni ha falcidiato tali rimesse ma non ha ridotto di molto la presenza e l’afflusso di immigrati, provenienti dalle repubbliche in maggioranza islamiche dell’Asia centrale e della Transcaucasia oltre che dall’Ucraina, Bielorussia e Moldavia. E ciò per il semplice motivo che la crisi ha colpito, di rimbalzo ma non solo, anche questi paesi, per lo più assai poveri e nei quali la vita rimane comunque più dura sotto vari aspetti in confronto al grande vicino russo.

Gli immigrati devono subire una diffusa ostilità popolare, accuse più o meno fondate di togliere il lavoro ai locali, alimentare la criminalità e turbare l’ordine pubblico con risse e faide. Il governo è perciò sottoposto da tempo a forti pressioni per uno sfoltimento del numero degli stranieri (divenuti in realtà tali, salvo i nuovi arrivati, solo dopo il crollo dell’URSS) e la chiusura dei confini, oggi valicabili nella fattispecie senza visto.

Esiste però anche una pressione quanto meno oggettiva di segno opposto. La Russia stenta ad uscire da un declino demografico che genera carenza di manodopera in rapporto all’offerta di lavoro, mentre le imprese sono spesso fin troppo protese a reclutare lavoratori sottopagati eludendo o aggirando, se necessario anche con la corruzione, norme e condizioni restrittive e controlli vari. Non si può dire del resto che i Paesi di emigrazione si battano decisamente affinchè le porte rimangano aperte. L’Uzbekistan, il più popoloso dell’Asia centrale, mantiene ad esempio per i suoi cittadini l’obbligo del visto per l’espatrio con la sola eccezione della destinazione Russia, che ne ospita 4 o 6 milioni a seconda delle stime, trattandosi per lo più di clandestini. In compenso, ha programmato la creazione di un milione di posti di lavoro per gli emigrati di ritorno, vedendo tra l’altro di malocchio più marcatamente di altri vicini l’egemonia regionale di Mosca.

 

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