giovedì, Gennaio 23

Terrorismo e anticorpi democratici in Italia Con lo storico Andrea Baravelli analizziamo i possibili scenari in caso di attentato nel nostro paese

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Fin qui siamo rimasti dentro l’analisi della situazione attuale, con le sue dinamiche (tanto politiche quanto sociali) prevalentemente cristallizzate. Ma se, entrando nel campo della futurologia, ipotizzassimo l’avvenire di un evento altamente destabilizzante come un attentato terroristico di matrice islamista, cosa ci dovremmo aspettare?
Secondo Andrea Baravelli, sul solco di quanto avviene anche in risposta ad eventi estremi come calamità naturali, la reazione immediata sul piano politico-istituzionale ad un attentato sarebbe quella di “rassemblement, ovvero di unione e solidarietà” in quanto, di fronte ad un evento di questo tipo “sarebbe difficilissimo esprimere posizioni differenti rispetto a quella che diventa il giudizio di massa del paese”.
L’anticonformismo rispetto alle posizioni governative, nelle fasi immediatamente successive all’evento, non sarebbe tollerato, “con il rischio di essere additati, tanto dalle altre forze politiche quanto dai cittadini, come disfattisti e nemici della nazione”. Non a caso in Francia la reazione iniziale agli attentati che hanno colpito Parigi ed in particolare il Bataclan “ha rappresentato l’unico momento di luce della presidenza Hollande, in cui ha saputo mostrare la statura presidenziale con il popolo che si è riconosciuto nel proprio leader”.

Anche in Italia, presumibilmente, con un evento isolato la reazione istintiva sarebbe questa. Questione ben diversa però si avrebbe nel momento in cui uno stato di allerta-terrorismo divenisse costante, duraturo e generalizzato, in particolare a causa di elementi di pericolo provenienti dall’esterno e che entrano nella sfera italiana grazie alla difficile gestione dei fenomeni migratori. In una situazione del genere spetterebbe alle forze più moderate tenere le redini del sentire comune, in modo da trainare la democrazia italiana indenne fuori dalla tempesta fomentata dai movimenti populisti-xenofobi, che avrebbero vita facile in un contesto del genere attraverso la demonizzazione tout court del mondo musulmano.
Ma proprio quelle componenti politiche moderate che si riconoscono nel riformismo di sinistra quanto di destra “hanno dato pessima prova di sé, soprattutto nella gestione dell’immigrazione, problema che, come spesso accade in Italia, quando era affrontabile con poche risorse fu derubricato salvo poi affrontarlo in successivamente in una situazione precaria ed emergenziale”.
Ma l’affermazione dei principi di uguaglianza, rispetto, e pluralismo, tanto facile in tempi di pace quanto difficoltosa nel contesto attuale si regge solo sulla base di un tessuto sociale che a livello maggioritario si riconosce concretamente in essi.
E forse qui sta il problema più grande, quello di una società italiana che “è molto impegnata a livello molecolare” (si pensi alla realtà del volontariato), ma che mostra però a livello collettivo “un’apatia di fondo, senza cioè una mobilitazione visibile di massa che in un certo senso produca un anticorpo preventivo per la difesa di determinati valori”.

È anche in un tale contesto di apatia che la comunità musulmana italiana si sente accerchiata, nella percezione di un aumento dei fenomeni di discriminazione sia esplicita che implicita, come affermato da Foad Aodi.
Un corpo democratico in cui, in assenza di specifici anticorpi sarebbe difficilissimo, all’interno di un clima di terrore generalizzato, tentare di gettare acqua sul fuoco della discriminazione senza distinzioni di sorta. Con la già citata realtà percepita radicatasi nella mentalità collettiva, forse per le forze più democratiche sarebbe già troppo tardi.

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