domenica, Dicembre 15

Terrorismo e anticorpi democratici in Italia Con lo storico Andrea Baravelli analizziamo i possibili scenari in caso di attentato nel nostro paese

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Parigi, Bruxelles, Nizza, Berlino, Istanbul. Città che nell’immaginario comune sono direttamente associate alla scia di terrore che ha colpito l’Europa negli ultimi due anni.
I riflessi che gli attentati terroristici hanno avuto si sono focalizzati sul modo di concepire e reagire a questioni epocali che caratterizzano il nostro tempo e che tra loro sono concatenate, fenomeni migratori ed integrazione su tutte. Reazioni della società, della mentalità collettiva ma anche del corpo politico dei paesi colpiti così come di quelli che ancora, e si spera per sempre, sono state risparmiati da questa follia.
Il sentire dei cittadini si rispecchia sulle risposte dei propri rappresentanti e viceversa, e se in quei paesi colpiti da attentati le dinamiche interne puntano – soprattutto in Francia – verso posizioni sempre più conservatrici, negli altri osserviamo una differenziazione che trova le sue radici nella diversità delle rispettive esperienze storiche e politiche.

Considerando che l’Italia è tra i paesi in cui la questione della prima accoglienza dei migranti assume i connotati più problematici e drammatici, la deriva verso posizioni sempre più radicali sembrerebbe minore rispetto a quella di altri stati europei, come Austria, Ungheria e Paesi Bassi.
Le divisioni interne all’area di centrodestra, dove è ancora in corso un processo di recupero di credibilità affidato – almeno in ambito leghista – a Matteo Salvini, e la forza incanalatrice che il Movimento 5 Stelle ha avuto nei riguardi del malcontento popolare evitando (a parere, tra gli altri, di Andrea Scanzi) la nascita di un Trump italiano, spiegano solo in parte questa apparente stabilità. E questo perché dietro alle dinamiche politiche nostrane c’è un tessuto sociale, come spiega Andrea Baravelli, professore di storia contemporanea presso l’Università di Ferrara, con una storia sulla questione dell’integrazione che si distanzia da quella dei partner europei.

Facendo un paragone con la Francia, il paese in cui il binomio mancata integrazione/radicalizzazione ha raggiunto i livelli più preoccupanti, in Italia “storicamente non abbiamo in alcun modo un problema, intendo a livello sociale e non di emergenza umanitaria per gli sbarchi, sull’immigrazione”, e questo anche per un discorso meramente quantitativo in quanto “i nostri numeri sono ridicoli rispetto a quelli di Francia o Germania”.
A questo va aggiunto un fattore che paradossalmente si è rivelato positivo in questo senso, ovvero la minor capacità di gestione di fenomeni a lungo termine che caratterizza il nostro paese: “la nostra disorganizzazione ha funzionato negli anni come vettore di integrazione e mescolamento delle minoranze con la popolazione” spiega Baravelli, per il quale “basta pensare a quanto successo in Francia dove, per efficienza, nelle grandi periferie urbane gli immigrati erano messi in quartieri costruiti apposta per loro”, quei quartieri dove poi sarebbe avvenuta la gestazione di quei fenomeni di radicalizzazione con cui dobbiamo fare i conti oggi. Anche i dati forniti dal Viminale sembrerebbero escludere cause di timore sulla possibile radicalizzazione delle comunità già esistenti da più generazioni sul nostro territorio.
Può uno stato delle cose come quello descritto prevenire i venti della xenofobia? A quanto pare non necessariamente, poichè in Italia sembrerebbe esserci “un distacco tra la realtà concreta e la realtà percepita”, legato anche all’azione poco responsabile svolta tanto dai media quanto da certi intellettuali negli ultimi quindici anni, rei di avere costruito “un immagine molto negativa ed allarmistica del fenomeno immigrazione, poi legittimamente cavalcato da certe forze politiche italiane”.

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