giovedì, Luglio 18

Terremoto in California: ‘Big One’ in vista? La recente scossa preannuncia un sisma di dimensioni colossali?

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La maggior parte dei grandi terremoti che si verificano sulla Terra si concentra entro il perimetro del cosiddetto ‘anello del fuoco‘, una linea immaginaria lunga oltre 40.000 km che collega le catene montuose di origine vulcanica dalla Nuova Zelanda fino alla regione andina, passando – tra gli altri – per Indonesia, Filippine, Giappone, Canada, Stati Uniti e Messico. Qui si sono verificati i sismi più potenti e distruttivi di cui l’uomo abbia memoria, come quello in Cile del 1960 (con una magnitudine di 9.5 della scala Richter), quello in Alaska del 1964 ( 9.2) e quello il Giappone nel 2011 (9.0).

L”anello del fuoco’ comprende anche l’ormai famosa faglia di Sant’Andrea, che attraversa l’intera California occidentale per quasi 1.300 km separando la placca nordamericana e quella pacifica, che scorrono in senso opposto, per poi legarsi ad un’altra faglia situata più a Sud, quella di San Jacinto. La frizione tra le due placche accumula grandi quantità di energia che quando viene liberata produce violentissimi terremoti, specialmente nel  corso degli ultimi due secoli. È il caso del terremoto di Fort Tejon del 1857, che raggiunse una magnitudo di 8.0 della scala Richter; del sisma (magnitudo 8.3 della scala Richter) che nel 1906 distrusse la metropoli di San Francisco provocando la morte di oltre 3.000 persone, di quello di Loma Prieta del 1989 (magnitudo 7.1 della scala Richter) e di quello verificatosi lo scorso 6 luglio (magnitudo 7.1 della scala Richter). La particolare geografia sismica della California, che ha visto i grandi terremoti più recenti concentrarsi intorno ai segmenti centrale e superiore della linea di faglia, ha indotto diversi scienziati a prevedere che l’energia prodotta – e liberata per l’ultima volta oltre 300 anni fa – dallo scorrimento delle placche lungo il segmento meridionale della faglia di Sant’Andrea sia ormai prossima alla soglia critica, raggiunta la quale si produrrebbe un sisma di enorme potenza e dalle disastrose conseguenze.

Alcuni studi risalenti al 2005 attribuiscono forte credibilità all’ipotesi che il grande terremoto – ribattezzato ‘Big One’ dai giornalisti statunitensi – colpisca le città di San Francisco e Los Angeles entro e non oltre il 2035. Il deficit sismico che investe da oltre 150 anni il segmento meridionale della faglia di Sant’Andrea ha portato i geologi Ruth Harris e Robert Simpson a formulare una spiegazione che ha trovato parecchi sostenitori in giro per il mondo, secondo la quale i grandi terremoti rappresenterebbero dei brutali ma efficaci sistemi di riorganizzazione della pressione sismica, che tende a concentrarsi temporaneamente in determinate aree geografiche mantenendo un clima di calma relativa in tutte le altre. Lo studio dei due scienziati Usa asserisce che  queste aree di sismicità provvisoriamente ridotta – definite ‘ombre di rilassamento dallo stress’ – siano la conseguenza diretta dei grandi terremoti del 1857 e del 1952 abbattutisi in aree non troppo distanti dalla megalopoli californiana di Los Angeles, che liberando l’energia accumulata avrebbero eseguito la loro funzione equilibratrice.

Il geofisico Yuri Fialko dello Scripps Intitution of Oceanography di La Jolla, negli Stati Uniti, ha ripreso e sviluppato la teoria di Harris e Simpson nell’ambito di un studio molto rigoroso, pubblicato per intero dall’autorevole rivista scientifica ‘Nature’. Avvalendosi di sofisticate apparecchiature collocate direttamente lungo la faglia e disponendo dei dati relativi ai movimenti del suolo forniti in tempo reale dai satelliti Ers-2 e Envisat, di proprietà dell’Agenzia Spaziale Europea, Fialko ha potuto appurare che «lo stress a cui è sottoposta la faglia di Sant’Andrea, causato dalla spinta dell’Oceano Pacifico lungo la costa occidentale degli Stati Uniti, avrebbe dovuto muovere i due fianchi della frattura facendola slittare di circa 7 metri nel corso degli ultimi 250 anni. Non si è verificato nulla di tutto ciò».

Il mancato slittamento della frattura, che avrebbe permesso all’energia accumulata di scaricarsi in maniera lenta ma costante attraverso ricorrenti sismi di piccole e medie dimensioni, pone secondo Fialko le premesse per un rilascio brutale e devastante dell’enorme massa di energia accumulata. Secondo le stime del geofisico, lo scatenamento del ‘Big One’ potrebbe allargare le due sponde della faglia di ben 10 metri; un movimento spaventoso, se si pensa che il sisma che distrusse San Francisco nel 1906 determinò uno scivolamento della faglia di ‘appena’ 6,4 metri. «Anche se nessuno è in grado  di prevedere se il terremoto avverrà domani o più avanti nel tempo, sono comunque convinto che ci troviamo alla conclusione della lunga fase di accumulazione energetica protrattasi per svariati decenni», ha aggiunto Fialko.

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