domenica, Dicembre 8

Terremoti ed eruzioni: non li eviti ma li prevedi

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«C’è qualcosa di nuovo nell’aria, anzi di antico». Il ricordo innegabilmente va alle terzine di Giovanni Pascoli quando si passeggia in uno degli spicchi dei Campi Flegrei, appena a nord-ovest della città di Napoli e del suo golfo, dove i segnali di irrequietezza del mostro sottostante dei campi, risvegliano periodicamente l’attenzione degli studiosi e degli scienziati che sono i veri guardiani dell’inferno. L’origine dell’area vulcanica è conosciuta da sempre, tant’è che il nome è di origine greca: flègo, che significa ardo.

E da un punto di vista geologico, l’area è un bacino dal diametro di una quindicina di km, tra la collina di Posillipo, i Camaldoli e poi il cratere di Quarto, la collina di Sanseverino, l’acropoli di Cuma e Monte di Procida. Una distesa di enormi dimensioni coperta da spettacoli della natura invidiati da tutto il mondo e spesso narrati come angoli di paradiso, senza poi sapere che questi spicchi plateali poggiano su crateri e edifici vulcanici che presentano manifestazioni gassose effusive e idrotermali non sempre favorevoli alla convivenza umana. Un’area fortemente monitorata e già dal 2003, in attuazione della Legge Regionale della Campania n. 33 del 1 settembre 1993, è stato istituito il Parco regionale dei Campi Flegrei sottoposto a costante sorveglianza dall’Osservatorio Vesuviano.

È fuor di dubbio che qualunque monitoraggio non ha nessun peso nella prevenzione di qualsiasi atto sismico. Le forze della natura in gioco sono incommensurabili rispetto alle capacità raggiunte dall’uomo, quindi chi si aspetta soluzioni impossibili resterà deluso dalla scienza e ancor più dai suoi portatori.

Per cui quando l’autorevole rivista ‘Nature Communications ha trattato l’argomento, c’è voluto poco ad affermare che da un punto di vista pratico, nulla è cambiato. Anche perché lo stato della zona è già in allerta gialla dal 2012. Quanto hanno osservato i ricercatori dell’University College London (Ucl) e dall’Osservatorio Vesuviano dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) è qualcosa di natura scientifica, «priva al momento di immediate implicazioni in merito agli aspetti di protezione civile».

Allora bisogna star tranquilli? Probabilmente no. «I segnali indicano che c’è una dinamica in atto, ma non sappiamo se questa agitazione a lungo termine porterà ad un’eruzione», ha dichiarato recentemente il vulcanologo Stefano Carlino all’Ansa, aggiungendo di non sapere «quale sia la soglia di criticità dell’energia accumulata» ma lo scienziato non ha escluso che se la situazione dovesse evolvere verso un’eruzione «questa potrebbe essere simile a quella del 1538, che è stata piccola rispetto a quelle catastrofiche che hanno generato la caldera dei Campi Flegrei». La caldera, termine che saremo costretti ad usare spesso nelle parole che seguono, è una depressione spesso occupata da un lago e di forma circolare o ellittica, che si forma normalmente dopo lo sprofondamento della camera magmatica di un edificio vulcanico causato dal suo parziale svuotamento a seguito di un’imponente eruzione.

Un bel pasticcio, indubbiamente per una classe politica nostrana che mostra in prevalenza la sua attenzione all’amministrazione della cosa pubblica attraverso l’andamento di elezioni primarie, secondarie o terziarie. E in sostanza qui potremmo tornare proprio a uno stato terziario del mondo, quell’era geologica nota come Cenozoico in cui le masse continentali sollevarono importanti catene montuose e avvennero altri episodi di sconvolgimento quali l’ampliamento dell’Atlantico. I nostri lettori perdoneranno il guizzo storico che nulla ha a che spartire con il catastrofismo spicciolo, ma ci sembra necessario tornare un po’ indietro nel tempo e ricordare quanto riportato da un gruppo di geologi italiani secondo cui l’ultima eruzione dei Campi Flegrei, avvenuta tra il 29 settembre e il 6 ottobre 1538, dopo un periodo di quiescenza durato circa 3.000 anni: in quei giorni il magma fuoriuscito dalla terra impazzita si accumulò sotto alla caldera per circa 300 anni, creando il cratere di Monte Nuovo e facendo alzare il suolo di Pozzuoli di 19 metri. Esistono diverse pubblicazioni al riguardo che raffigurano quanto accadde in quei giorni infernali: prima dell’eruzione del 1538 il magma si spostò lateralmente da una sorgente posta a circa 4,6 km. di profondità, sotto il centro della caldera. Questa sorgente ha alimentato una camera magmatica proprio nella zona sottostante l’invasione della nuova montagna di Pozzuoli, da cui la pietra fusa si è propagata verticalmente formando una camera più piccola e superficiale che ha alimentato l’eruzione.

Il giornale ‘Scientific Reports ha pubblicato tempo fa la ricerca condotta dal già citato Ingv, dalle università di Roma Tre e Sapienza, Federico II e Seconda Università di Napoli, con l’agenzia per le indagini geologiche americane (Usgs) confermando che nonostante i ripetuti sollevamenti nella parte centrale della caldera flegrea, le eruzioni hanno avuto luogo sempre al margine dell’area sollevata. Conoscere i movimenti del magma aiuta quindi a capire meglio il comportamento di un supervulcano imprevedibile. Quindi la validità scientifica è confermata. E così pure il pericolo, che sarebbe ben più alto di quello minacciato dal Vesuvio, che nel suo torpore non smette di agitare i tecnici che pure si aspettano un rischio di annullamento di tutta una urbanizzazione scelleratamente costruita lungo le sue pendici. Si è persuasi però che non esista una regola precisa. Secondo il vulcanologo Mauro Di Vito «mentre alcuni vulcani mostrano un comportamento prevedibile e costante, unito ad una bassa pericolosità, altri mostrano una maggiore variabilità, con conseguente aumento della pericolosità se caratterizzati da grossi sistemi magmatici e ubicati in aree densamente popolate». Da queste considerazioni è facile evincere che occorre un sistema di monitoraggio per ogni soggetto con un diverso modello interpretativo e un piano soggettivo per far scampare da morte certa diversi milioni di persone che hanno la ventura di essere stanziali in quelle e altre zone ad alto rischio sismico.

Dopo la moderazione del bradisismo di tre decenni fa -e non si è mai escluso che potesse essere collegato al terremoto che colpì la zona a sud di Napoli nel 23 novembre 1980-, nel 2005 la baia di Pozzuoli ha ripreso la sua fenomenologia di innalzare il suolo: grazie alle rivisitazioni dei satelliti della costellazione COSMO-SkyMed e Sentinel, di tecnologie prevalentemente italiane, l’istituto Irea del Cnr riceve costantemente i dati e valuta le variazioni della caldera costruendo evidentemente un archivio necessario per il modello in esame.

Riccardo Lanari, direttore dell’Irea ha dichiarato: «Dal 1990, finita la fase di innalzamento degli anni ’80, i Campi Flegrei si sono leggermente abbassati. Ma dal ’90 è ripreso il trend di risalita, soprattutto nella zona del porto di Pozzuoli. Tra il 2005 e il 2010 il suolo si è sollevato di 5 cm. Tra il 2010 e oggi l’aumento è stato di altri 25 cm. Seguiamo il fenomeno con molta attenzione, sia perché è stato uno dei nostri primi campi di studio, sia perché il nostro istituto è ai margini dei Campi Flegrei». Ma noi riteniamo che a lato di personale altamente qualificato che dedica la propria vita alla sorveglianza di questi fenomeni sotterranei, occorra elaborare sistemi di emergenza che non si basino solo sulla buona volontà di qualche ente locale o sugli spiccioli da regalare sui numeri dei cellulari quando accade un sisma. E ci risulta, ma saremo ben lieti di essere smentiti, che un piano di evacuazione in caso di emergenza sia ancora allo stato di bozza, indipendentemente dalle compagini politiche che si sono succedute nel corso della storia della Repubblica d’Italia.

Negli ultimi anni la rete satelitare ha offerto molto alla ricerca sismologica. Ma i satelliti, essendo macchine molto avanzate, sono soggetti a una rapida obsolescenza e hanno necessità continua di aggiornamenti e rimpiazzi. Una mentalità attenta potrebbe cercare di far comprendere al contribuente quanto sia opportuno l’utilizzo di questi sistemi e come lo Stato dovrebbe recepire le ovvie necessità, con una politica industriale che favorisca e incrementi gli studi al riguardo.

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