lunedì, Ottobre 21

Terre rare: fermento dagli USA all’Asia e all’Europa La Cina non ha mancato occasione in questi mesi per sottolineare il suo impegno a sviluppare l’industria delle terre rare, ma ora anche altri Paesi ci pensano

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La guerra commerciale tra USA e Cina ha sollevato all’attenzione internazionale il tema delle terre rare, sconosciuto ai più fino a pochi mesi fa, materiali fondamentali per l’industria tecnologica e che, senza che ce ne accorgiamo, entrano nella nostra vita quotidiana, e  potrebbero essere alla base dei conflitti di un futuro non troppo lontano, di certo già ora hanno la capacità di mutare gli equilibri internazionali.
La domanda di terre rare dovrebbe crescere parallelamente al mercato dei prodotti high-tech. Secondo la società di ricerche Adams Intelligence tra il 2018 e il 2030 il valore della domanda quadruplicherà, trasformando le terre rare in un mercato di quasi 16 miliardi di dollari.

Le antenne dei mercati si sono alzate quando, lo scorso, 16 maggio, la Cina, attraverso il ‘Global Times’, il quotidiano che, in lingua inglese che esprime la voce del Governo e del partito comunista, in un servizio sulle  rare earths, tra il resto affermava: «gli Stati Uniti devono fare affidamento su terre rare dalla Cina per fornire industrie di importanza strategica», «il monopolio cinese sulla produzione di terre rare aiuterà Pechino a controllare la linfa vitale del settore high-tech statunitense», avvertendo, infine, che la Cina probabilmente non arriverà a mettere in campo il  «divieto totale delle esportazioni per evitare un’eccessiva tensione con gli Stati Uniti, ma non ignorerà l’opportunità di salvaguardare e massimizzare i propri interessi».
I dati doganali cinesi  rilasciati la  scorsa settimana mostrano che a maggio le esportazioni anno su anno sono diminuite del 18,2% e sono diminuite del 16,2% da aprile.

Da quel 16 maggio quando ‘fattore REE’ è stato di fatto calato sul tavolo delle trattative tra Pechino e Washington, il clima attorno al tema delle terre rare si è di mano in mano surriscaldatoEffettivamente, come ci conferma in questa intervista James C. Kennedy, tra i massimi esperti internazionali in materia, le terre rare sono uno dei maggiori punti deboli degli USA  -vi è una sola miniera in USA, la  Mountain Pass, che è in fase di rilancio, e però il problema di fondo è la lavorazione, il fronte sul quale sono deficitari gli States, infatti anche questa sola miniera americana esporta in Cina il materiale estratto per il processamento-, sia sul fronte della Difesa, sia su quello dell’industria civile, sono l’asso nella manica della Cina. 

La Cina non ha mancato occasione in questi mesi per sottolineare il suo impegno a sviluppare l’industria delle terre rare, Pechino è al lavoro -e ha mobilitato tutto il suo apparato sulle Province- per aggiornare l’industria delle terre rare e migliorare la gestione dell’esportazione di materiali di base, nonché combattere il mercato illegale -prospero- di questi materiali. La chiave per migliorare il settore è nella ricerca e nello sviluppo di più brevetti relativi ai metalli delle terre rare  e poter applicare quei brevetti alla produzione.

Mentre la Cina calca, dunque, il piede sull’acceleratore, il resto del mondo non è stato esattamente a guardare, anzi, pare che la guerra commerciale tra Washington e Pechino abbia dato un  impulso alle compagnie per individuare siti di estrazione e costruire impianti per la lavorazione.
Quale giorno fa un report -‘Rare Earth Elements: Market Issues and Outlook’ di Adamas Intelligence, una compagnia indipendente di ricerca e di consulenza, sostiene: «finché il resto del mondo non inizierà ad investire in catene del valore (alternative) di terre rare, e finché non sottoporrà le terre rare alle regole del mercato concorrenziale, gli acquirenti finali rimarranno sempre dipendenti (e vulnerabili) nei confronti del monopolio cinese- nonostante tutte le nuove miniere create nel mondo». 

In questa direzione pare inizino a muoversi gli Stati Uniti, dopo che per decenni hanno quasi ignorato il settore, ma anche l’Asia e qualcosa si muove pure in Europa. E’ di qualche giorno fa la notizia che la compagnia canadese Medallion Resources Ltd sta esaminando siti in tutto il Nord America per sviluppare un impianto di estrazione per terre rare  e sta cercando partner per  costruire una struttura che trasformi la monazite in terre rare da utilizzare in Nord America. «Consideriamo questo come un passo fondamentale per contribuire a costruire quella catena di valore in tutto il Nord America», ha dichiarato a ‘Reuters l’AD della compagnia. 

Secondo gli esperti il problema americano, ma non solo, di praticamente tutti i Paesi, il che si traduce nel quasi monopolio cinese, e che ostacola la diversificazione della catena di approvvigionamento, non è l’estrazione, bensì la vera sfida è la separazione, ovvero la lavorazione dei materiali. Gran parte del materiale estratto continua essere spedito in Cina per la lavorazione. 

La Malesia è uno dei Paesi che si prepara a trarre vantaggio dalla guerra commerciale tra Stati Uniti e Cina, fornendo prodotti lavorati all’Occidente. La Malesia potrebbe attirare investimenti fino a 33 miliardi di dollari nel settore delle terre rare nei prossimi 10 anni, appena il Governo chiarirà come intende regolamentare il settore. A dichiararlo è stato, in queste ore, il Ministro dello sviluppo imprenditoriale della Malaysia, Mohd Redzuan Md Yusof, affermando tra l’altro che alcuni investitori sono interessati al settore, erano titubanti a causa di notizie contrastanti sul fatto che la lavorazione delle terre rare sarebbe stata autorizzata nel Paese. Il problema è l’inquinamento causato dai processi di lavorazione, qualcosa che ha molto preoccupato il Paese, ma secondo il Ministro  il Governo avrebbe già predisposto politiche per garantire che i rifiuti derivanti dalla lavorazione delle terre rare siano stati smaltiti correttamente, per proteggere la salute pubblica e l’ambiente. 

L’UE è stata di gran lunga il più grande importatore di magneti in terre rare della Cina nel 2018, con il 52% delle esportazioni. L’Unione europea dipende interamente dalle importazioni per le sue forniture di terre rare, la maggior parte provenienti dalla Cina. Dopo gli shock dei prezzi del 2011, le terre rare sono state aggiunte all’elenco dei metalli critici della Commissione e l’iniziativa Materie prime, che mira a garantire l’accesso dell’Unione a forniture equi e sostenibili dall’estero. L’UE ha finanziato progetti per l’esplorazione delle miniere di terre rare, ma l’instabilità del mercato non permette loro di lanciarsi.  Secondo gli esperti, in Europa ci saranno gradualmente più miniere di terre rare, anche se dovranno affrontare una legislazione ambientale più severa e costi del lavoro di conseguenza più alti rispetto ai concorrenti asiatici. 

Ora qualcosa si muove anche in Europa.  A fine giugno è stata lanciata una nuova associazione industriale a Bruxelles con l’obiettivo di riunire tutti gli attori della filiera dei metalli delle terre rare, la Rare Earths Industry Association (REIA). La nuova associazione è ‘la prima vera rete globale’, sostengono i promotori, per i metalli delle terre rare, hanno detto i dirigenti.

L’Associazione ha 12 membri fondatori provenienti da Nazioni come il Regno Unito, Germania, Francia, Paesi Bassi, Giappone e Cina. È la prima associazione commerciale delle terre rare in Europa e l’unica al di fuori della Cina. Obiettivo chiave è sostenere la trasparenza lungo tutta la catena di approvvigionamento, affermano i fondatori.
Inizialmente sviluppato con il finanziamento del programma europeo di ricerca e innovazione Horizon 2020, l’associazione è ora indipendente.
Resta da vedere, per quanto attiene la UE, come la nuova Commissione gestirà questo dossier, a partire dall’ostacolo delle problematiche ambientali, e quanto le imprese saranno in grado di investire su questo che si prospetta come un business strategico e dove di certo un po’ di sangue scorrerà.

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