giovedì, Gennaio 23

Terra Santa, tensioni per la visita di papa Francesco 40

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Il viaggio del Papa in Terra Santa  inizierà sabato 24 e terminerà lunedì 26 maggio. Secondo quanto riferisce a Radio Vaticana il portavoce vaticano padre Federico Lombardi lo si può definire «molto breve e molto intenso», come il viaggio di Paolo VI nel 1964. Ad accomunare questi due papi sarà la brevità e l’assenza di alcune tappe tipiche di una visita papale nei territori più importanti del cristianesimo, ma non solo. Saranno persino lo «stesso luogo e stessa stanza» in cui si incontrarono Papa Montini e il Patriarca ortodosso a ricordare quell’incontro voluto già dal patriarca ecumenico di Costantinopoli Bartolomeo.

Nel corso del viaggio, gli appuntamenti saranno molto intensi: quattordici discorsi, tre Stati -Giordania, Palestina, Israele-, parecchi spostamenti interni, incontri con tutte le rispettive autorità ortodosse ma a contraddistinguere ulteriormente questa visita pastorale sarà l’umiltà. Lombardi spiega, infatti, che il Papa non userà «né papamobile, né auto blindata», ma si muoverà con «auto normale o jeep aperta». In particolare per salutare i fedeli presenti alla Messa del sabato pomeriggio al giordano International Stadium di Amman e domenica, prima della messa nella piazza della Mangiatoia a Bethlehem, in Palestina. Nessuna tappa in Giudea, dove, in realtà, sono presenti molti più cristiani.

Ad accompagnare Francesco non solo lo stuolo dei prelati: il cardinale Segretario di Stato, Pietro Parolin i tre cardinali responsabili delle Chiese orientali, Leonardo Sandri, Kurt Koch e Jean-Louis Tauran, ma anche il rabbino Abraham Skorka e l’islamico Omar Abboud, ex-sSgretario generale del Centro islamico dell’Argentina.

Ciò che rende complessa questa visita non è sicuramente solo l’organizzazione dei tragitti bensì il fatto che all’interno di quellarea convivano tanti gruppi etnici e parecchie estrazioni religiose che condividono una costante linea di tensione. Nella quarta visita papale in Terra Santa, la patria di Pietro  -primo Papa per tradizione-  i timori sono proprio che la situazione possa degenerare come è già successo in passato.

La visita di Paolo VI dal 4 al 6 gennaio 1964 fu la prima visita papale al di fuori dei confini italiani nei tempi moderni e coincise con la fondazione dell’OLP (la delegazione di rappresentanza palestinese alle Nazioni Unite).

Papa Giovanni Paolo II visitò la Terra Santa dal 20 al 26 marzo 2000. La visita fu una delle tappe delle celebrazioni giubilari per il 2000 ma può essere definita una della cause di quella che viene comunemente chiamata Seconda Intifada, ossia la rivolta palestinese esplosa a Gerusalemme il 28 settembre del 2000 e in seguito estesa a tutta la Palestina. Secondo la versione palestinese l’episodio iniziale fu la reazione ad una visita, ritenuta dai palestinesi provocatoria, dell’allora capo del Likud Ariel Sharon (accompagnato da una delegazione del suo partito e da centinaia di poliziotti israeliani in tenuta antisommossa) al Monte del Tempio, luogo sacro per musulmani ed ebrei situato nella Città Vecchia. L’Intifada fu una successione di fatti violenti che aumentarono rapidamente di intensità e proseguirono per anni, assumendo i caratteri di una guerra d’attrito.

Papa Benedetto XVI visitò invece la Terra Santa dall’8 al 15 maggio 2009, questa visita pastorale coincise con la tregua dell’Operazione Piombo Fuso, ma la situazione portò comunque a una serie di rappresaglie che vengono ricordate per l’utilizzo di fosforo bianco nella popolatissima Striscia di Gaza. Questo tipo di arma, utilizzata anche dalle forze britanniche e statunitensi in Iraq, è capace di causare giganteschi incendi, ma risulta non illegale se utilizzata come copertura schermante. Proseguono gli attacchi dell’Esercito israeliano: il 20 gennaio fonti palestinesi denunciano l’uccisione di un contadino. Nei giorni successivi anche missili palestinesi colpirono le città israeliane. Il numero dei morti sul lato israeliano è di 10 militari più 3 civili. Sul lato palestinese, le cifre sono ancora molto discordanti: le fonti israeliane parlano di 500-600 morti, mentre secondo quelle palestinesi i morti al 18 gennaio sono 1305.

La situazione attuale vede la proposta di legge di Netanyahu di rendere queste terre ‘Stato Nazione del popolo ebraico inoltre nel marzo scorso il Consiglio degli Ordinari Cattolici di Terra Santa ha approvato un documento -preparato dalla Commissione Giustizia e Pace’ della Knesset– che intende stabilire una distinzione tra palestinesi cristiani e musulmani, e secondo il quale i cristiani palestinesi in Israele non sarebbero palestinesi rendendo così il servizio di leva israeliano.

Secondo quanto dichiarato da padre Frédéric Manns al Fatto Quotidiano «Un gruppo di ebrei si oppone alla visita del Papa in Terra Santa perché sostiene che Francesco potrebbe essere il Che Guevara o il Mandela dei palestinesi e scatenare una nuova intifada». Parole molto dure che danno anche la spiegazione del perché il patriarca latino di Gerusalemme, Fouad Twal riferendosi ai continui attacchi vandalici di estremisti israeliani su chiese, moschee e edifici posseduti da arabi sostenga: «Gli atti di vandalismo sfrenato stanno avvelenando l’atmosfera, un’atmosfera di coesistenza, cooperazione, specie ora, due settimane prima della visita di Papa Francesco».

La scritta «Morte agli arabi e cristiani e a tutti coloro che odiano Israele», apparsa qualche giorno fa sulle pareti del centro Notre Dame di Gerusalemme ha evidenziato la preoccupazione del Governo israeliano che ha reagito con una sorta di coprifuoco della durata dell’intero arco di tempo della visita pastorale ma non possono mancare le reazioni: «Alla vigilia della visita di Sua Santità Papa Francesco a Gerusalemme, e del suo incontro con Sua Santità Bartolomeo I, noi rivendichiamo il nostro legittimo diritto ad accogliere i nostri Capi spirituali». Così si legge in una lettera inviata da un gruppo di cristiani di Gerusalemme all’Arcivescovo Giuseppe Lazzarotto, Nunzio apostolico in Israele e Delegato apostolico per Gerusalemme e la Palestina. Intanto, si è drammatizzata la situazione pure a Nazareth. Il vescovo Giacinto-Boulos Marcuzzo ha ricevuto una lettera minatoria con la pretesa che «tutti i cristiani a eccezione dei protestanti e degli anglicani» lascino Israele. In caso contrario, la pena per il vescovo e i fedeli sarebbe la morte. Ad aver firmato pare sia proprio stato ‘Messia, figlio di David’. Per fortuna si è scoperto in poco tempo che si trattava solo di un esaltato.

La popolazione israeliana ha reagito già con una manifestazione senza bandiere proprio davanti alla casa del Primo Ministro per prendere posizioni più severe ma non proibizioniste contro atti vandalici e discriminatori derivati da differenze religiose e problemi politici. Il Tag Meir, come viene definita in ebraico questa forma di razzismo, rappresenta la più grande angustia e la più triste inquietudine per un evento che ancora una volta avvicina porporati ed alte cariche da una parte ma crea ennesime divisioni e allontanamenti dall’altra. 

 

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