giovedì, Luglio 18

Terre rare: Cina imbattibile, gli altri stanno a guardare Pechino conserva il monopolio delle terre rare, gli altri devono puntare su catene del valore proprie, secondo lo studio Adamas Intelligence

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Tanto si è detto su quanto siano importanti le terre rare per lo sviluppo tecnologico degli Stati di tutto il mondo. Ma siamo sicuri di conoscere il mercato che ci sta dietro? Molto spesso la questione si liquida con un ‘la Cina è monopolista mondiale, cosa ci vuoi fare?’, ma le dinamiche economiche dietro la produzione e la lavorazione delle terre rare sono dannatamente complicate.

Proprio per questo proponiamo un report di Adamas Intelligence, una compagnia indipendente di ricerca e di consulenza che aiuta i suoi clienti a prendere decisioni su metalli e minerali strategici. Nella loro ultima pubblicazione, Rare Earth Elements: Market Issues and Outlook, la conclusione è alquanto chiara: «finché il resto del mondo non inizierà ad investire in catene del valore (alternative) di terre rare, e finché non sottoporrà le terre rare alle regole del mercato concorrenziale, gli acquirenti finali rimarranno sempre dipendenti (e vulnerabili) nei confronti del monopolio cinese – nonostante tutte le nuove miniere create nel mondo».

Ciò significa che gli Stati di tutto il mondo, che desiderano sviluppare e produrre nuove tecnologie, devono ponderare una nuova strategia per scampare alla morsa della tigre cinese. Fino ad ora, il Presidente USA, Donald Trump, è rimasto graffiato dal felino pechinese, ma ci sono anche gli europei e i canadesi che guardano con il fiato sospeso alla guerra commerciale tra Pechino e Washington.

Le terre rare sono presenti sulla nostra Terra quanto rame, piombo e stagno. Eppure, a livello mondiale, la loro produzione è molto bassa se paragonata a quella dei tre metalli menzionati. Le terre rare sono usate in piccole quantità in molte tecnologie, in molti materiali e prodotti chimici – nei quali è fondamentale la presenza di questi 17 metalli rari. Le terre rare innervano il settore commerciale, industriale, medico e ambientale.

Insomma, sono dei materiali fondamentali per la società contemporanea che investe molto nello sviluppo (e nella produzione) di illuminazioni a basso consumo, di generatori eolici di elettricità e di motori elettrici. Tutte tecnologie che hanno il potenziale di abbassare le emissioni di anidride carbonica e altri fumi tossici del motore a scoppio. Non dimentichiamoci, però, che l’estrazione di terre rare e l’apertura di nuove miniere hanno costi ambientali non proprio trascurabili.

E se a casa abbiamo una batteria ricaricabile (quelle al nichel-idruro di metallo) scopriremo che le leghe interne sono costituite da terre rare. Allo stesso modo, la nostra macchina a benzina o diesel contiene Cerio e Lantanio nel catalizzatore; mentre le ceramiche decorative, le piastrelle e tutte gli strumenti da taglio in ceramica si producono, anche, usando terre rare. 

L’Erbio permette il funzionamento della fibra ottica che porta l’internet ad altissima velocità nelle nostre case. Il Cerio è usato per lucidare i vetri ottici e gli schermi LCD dai quali guardiamo video online e programmi televisivi. Il loro utilizzo permea anche la produzione di magneti permanenti, fondamentali per il funzionamento di PC e cellulari.

Nello scorso anno, secondo il report di Adamas Intelligence, la produzione di magneti permanenti e catalizzatori ha assorbito il 60% del volume totale di ossidi di terre rare. La cosa interessante, però, è che i magneti permanenti rappresentano il 91% del valore totale degli ossidi di terre rare – ma ‘solo’ il 35% del volume totale. 

Nella stessa pubblicazione si avverte che questa grossa fetta occupata dalla produzione di magneti permanenti è destinata ad aumentare. Infatti, si attende un aumento del valore di Neodimio, Praseodimio, Disprosio e Terbio per via della domanda in continua espansione – almeno per quanto riguarda la produzione di magneti permanenti. Ciò significa che il monopolista cinese ha tutto l’interesse ad alzare il prezzo di questi materiali – mossa molto plausibile dopo il gelo  commerciale di battaglia voluto dalla Casa Bianca.

Questa crescita di domanda è una vera e propria sfida per i produttori – come Pechino – che dovranno impegnarsi a soddisfare la richiesta di terre rare. Il report suggerisce che entro il 2030 la domanda mondiale degli ossidi di Neodimio e Disprosio supererà l’offerta annuale del mercato: servono, il prima possibile, innovazioni e soluzioni – non basterà rivolgersi alle scorte arretrate.

Altra questione importante dal punto di vista dei produttori è la bilancia dei profitti. Non tutte le terre rare sono richieste e non tutte vengono pagate con prezzi da capo giro –  come nel caso di quelle destinate ai magneti permanenti. Infatti, Cerio e Lantanio, nonostante nuovi usi e applicazioni, sono materiali poco richiesti (rispetto alle quattro ‘che contano’) e, soprattutto, sono meno ‘rare’ visto che sono spesso avanzate (rimangono invendute).

Però, la vendita ad alti prezzi di Neodimio, Praseodimio, Disprosio e Terbio sopperisce alle altre terre rare invendute o meno preziose. Questo aumento dei prezzi è una lama a doppio taglio molto affilata: il loro aumento dei prezzi potrebbe soffocare settori vasti e solidi come quello automobilistico, quello dell’elettricità eolica, quello dell’elettronica e quello dell’industria bellica – per dirne solo qualcuno.

Secondo le statistiche che possiede Adamas Intelligence, il Neodimio e il Praseodimio sono prossimi ad un’impennata vertiginosa di prezzo. Chi si sfrega le mani, ora, è la Cina. Pur essendo diminuita (in percentuale) per numero di miniere attive a livello globale, Pechino mantiene l’immenso vantaggio di essere il leader mondiale nella lavorazione di terre rare per la loro conversione in ossidi, metalli, leghe e magneti.

La Cina, oggi, detiene il 70% delle miniere di terre rare a livello mondiale, e quello che viene estratto viene convertito in ossidi (per l’85% in mano cinese), poi in metalli (90%), e ancora in leghe (90%), infine in magneti (90% della produzione è controllata da Pechino). Percentuali altissime se pensiamo al peso specifico che hanno questi materiali nella nostra economia e nella nostra vita quotidiana.

Quei 17 preziosi metalli sono veramente la linfa tecnologica dei nostri giorni quotidiani. E pensare che un Paese solo possa controllare quasi la totalità del mercato, deve fare pensare USA e potenze alleate. L’era cinese inizia nel 1985, quando gli Stati Uniti mollano la presa e diminuiscono la loro produzione (tuttora in corso, ma flebile rispetto a quella di Pechino).

Storicamente il titolo di primo produttore di terre rare è stato mantenuto da India e Brasile (fino al 1948), poi dal Sudafrica e dagli Stati Uniti, ma ora lo scettro è nelle mani di Pechino: oggi produce il 95% della fornitura mondiale di terre rare. Nel frattempo, per assottigliare la differenza con Pechino, sono state cercate altre fonti di terre rare in Sudafrica, Brasile, Canada e Stati Uniti: addirittura, Washington, nel 2012, ha riaperto una miniera californiana che avrebbe dovuto tenere chiusi i propri battenti per sempre.

In ogni caso, avverte Adamas Intelligence, qualsiasi sia la miniera di produzione – che sia in Canada, in Groenlandia o in Australia – le terre rare passeranno per la catena del valore cinese: e proprio questa deve essere l’obiettivo delle potenze occidentali, il controllo della catena del valore delle terre rare. 

«Finché il resto del mondo non inizierà ad investire in catene del valore alternative di terre rare, e non sottoporrà le terre rare alle regole del mercato concorrenziale, gli aquirenti finali, esterni alla Cina, rimarranno dipendenti e vulnerabili nei confronti del monopolio cinese». 

Adamas Intelligence suggerisce alle potenze occidentali, e tutti gli Stati che non sono la Cina, di pensare a una strategia per dotarsi di una catena del valore propria ed alternativa: devono tornare a lavorare le terre rare per trasformarle in ossidi, metalli, leghe e magneti. E se ci tengono al loro sviluppo tecnologico, dovrebbero farlo subito, senza aspettare le nozze di pace commerciale tra Donald Trump e Xi Jinping.

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