domenica, Dicembre 15

Tensioni in Brasile per la nomina a ministro di Lula Disordini e proteste nella strade delle città brasiliane

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Per la prima volta dal giuramento di Dilma Rousseff, il Brasile si trova ad affrontare una crisi politica che si diffonde a macchia d’olio proprio in queste ore. Dalla capitale Brasilia al palazzo presidenziale di Planalto a Rio de Janeiro, passando per l’avenida Paulista di San Paolo, la gente esce in strada e manifesta il proprio consenso o dissenso al giuramento dell’ex presidente Luiz Inacio Lula da Silva come nuovo ministro del governo di Dilma. Il fattore scatenante è stata la pubblicazione da parte del giudice Sergio Moro, simbolo dell’inchiesta ‘Lava Jato’, la Tangentopoli brasiliana, di un’intercettazione telefonica tra Lula e Rousseff, in cui la presidente avvisa Lula che sta per inviargli il decreto di nomina ministeriale, da usare «in caso di necessità». Secondo Moro, ciò dimostrerebbe che la nomina di Lula è stata fatta per godere dell’immunità delle cariche politiche e quindi tirarsi fuori dalla faccenda tangenti. Mentre davanti alla sede della presidenza della Repubblica avvengono persino tafferugli sedati dalla polizia antisommossa e alcune strade iniziano ad esser bloccate dalle migliaia di manifestanti, il governo ha ben pensato di non ascoltare le motivazioni dei cortei, anzi, ha annunciato che la cerimonia di giuramento di Lula, prevista originariamente per martedì prossimo, è stata anticipata alle 10 di oggi, le 14 in Italia. Intanto, il giudice federale brasiliano Itagiba Catta Preta Neto, del 4° tribunale del Distretto federale, ha emesso una sentenza provvisoria che sospende la nomina dell’ex presidente della Repubblica, Luiz Inacio Lula da Silva, a ministro della Casa civile, carica per la quale ha prestato giuramento nelle mani del presidente in mattinata. Il governo della presidente ora può fare ricorso contro la sospensione.

Un’altra grande crisi politica è quella che vede il sultano turco Recep Tayyip Erdogan, radicale islamista a fronteggiare un contesto bellico interno completamente eluso dall’opinione pubblica internazionale. In Turchia si susseguono infatti una serie di attentati per mano di fazioni fondamentaliste probabilmente legate al movimento dei resistenza PKK che da sempre reagisce alle politiche oppressive del governo centrale. Il sud est del Paese, invaso da un’ondata di violenza perpetrata dall’esercito nazionale avrà nei prossimi mesi un sostengo maggiore almeno dalla federazione autonoma dei curdi del nord della Siria. I 3 cantoni di Afrin, Kobane e Djazira avevano già proclamato una stato di semi indipendenza dal gennaio dell’anno scorso – al quale si aggiunge Tal Abyad qualche mese fa – ma ora la questione si fa più seria. I vari esponenti politici (co-presidenti donna e uomo) dei cantoni starebbero ultimando un documento che renderebbe ufficiale la realizzazione di una federazione separata da Damasco. Il parere contrario di Erdogan si è già ampiamente notato visto che ha più volte non rispettato gli accordi di non belligeranza della NATO se non in difesa invadendo i territori curdo- siriani per evitare un contagio. Inoltre, gran parte degli idrocarburi e le principali riserve idriche della zona risultano in territorio curdo. Intanto, l’ambasciata tedesca ad Ankara e il consolato tedesco a Istanbul sono rimasti chiusi oggi per una possibile minaccia alla sicurezza. Lo conferma il ministero degli Esteri di Berlino, aggiungendo che per gli stessi motivi è stata chiusa anche la scuola tedesca a Istanbul. Secondo un messaggio inviato ai residenti, la decisione è giunta a seguito di una minaccia «non verificabile in modo definitivo».

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