giovedì, Novembre 14

Tech: come la Cina innerva il mondo Le società tecnologiche cinesi, come Huawei, non hanno solo obiettivi commerciali, secondo ASPI: il mondo occidentale dovrebbe preoccuparsi

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Sono mesi che la Casa Bianca accusa segni di nervosismo nella guerra commerciale contro Pechino: se l’Amministrazione Trump mira ad equilibrare la bilancia commerciale,  la Cina denuncia una minaccia diretta alla sua prosperità economica. Ma non si ferma qua. Washington si preoccupa per la propria sicurezza nazionale ed inizia a temere attacchi cibernetici e spionaggio informatico, mentre la Cina si espande nel mondo con la sua tecnologia.

E sono anni che sentiamo dire «i cinesi ci colonizzeranno», «la lingua del futuro è il cinese!». Ma a cosa è dovuta questa sensazione di ‘invasione’ imminente? Insomma, è una percezione distopica o rispecchia una dinamica presente e in crescita? Sicuramente, l’espansione commerciale cinese – e anche russa – degli ultimi decenni è stato qualcosa di immenso: in termini assoluti, Cina e Russia hanno registrato i surplus commerciali annui più elevati dal 2006.

I tre principali attori nel commercio mondiale sono Unione Europea, Cina e Stati Uniti. E se la Casa Bianca ha intrapreso questa guerra all’ultimo dazio c’è un motivo: nel 2016 gli Stati Uniti hanno registrato il maggior disavanzo commerciale, come riporta Eurostat. Cosa significa? Durante la Presidenza Obama, gli Stati Uniti hanno importato più beni rispetto a quelli esportati. Donald Trump sta agendo di conseguenza per equilibrare lo squilibrio, anche se nel mezzo si combatte una battaglia ben più sentita dalla Casa Bianca – una battaglia contro l’espansione tecnologica di Pechino.

La presenza cinese nel mondo è sentire comune, ma è sempre meglio affidarsi a dati reali. Sul sito del think-tank di Canberra, Australian Strategic Policy Insistitute (ASPI), è stato recentemente pubblicato uno studio approfondito che compie una «mappatura dei giganti tecnologici cinesi» in tutto il mondo.

Le aziende tecnologiche cinesi, con il tempo, stanno assumendo un ruolo sempre più importante e di elevata dinamicità nello scenario globale. Queste compagnie non sono inerti, e tanto meno sono prive di progettualità. Infatti, il loro apporto è rilevante in un’ampia serie di settori, che vanno «dalla ricerca ad alto livello di avanguardia fino alla connettività per i Paesi in via di sviluppo», si legge nell’introduzione dell’interessante report ASPI.

Fino a qui niente di particolarmente politico. Per caso, è di economia che stiamo parlando? No, in questo caso no. Stiamo parlando di geopolitica economica o di geoeconomia politica – come si preferisce. In ogni caso, la crescente influenza di queste agenzie private e pubbliche cinesi «portano anche una serie di considerazioni strategiche», riferisce ASPI. Infatti, la stretta relazione tra le compagnie cinesi di cui si occupa lo studio e il Partito Comunista Cinese (PCC) «solleva preoccupazioni sul fatto che possano essere utilizzate per promuovere gli interessi strategici e geopolitici del PCC».

“La Cina è all’avanguardia nella strategia di investimento, come abbiamo osservato in Africa. I cinesi hanno sempre ragionato in termini di lungo periodo e non di breve periodo come il capitalismo occidentale”, ci ha spiegato Ugo Tramballi (Senior Advisor ISPI) in un recente colloquio. Il loro capitalismo è di stampo imperiale, ben più imperiale di quanto non lo sia quello americano, per esempio. I cinesi hanno una mentalità molto vicina a quella imperialista inglese (dell’Ottocento, ndr): Pechino è una potenza regionale che vuole costruire il suo impero partendo dai commerci, come era accaduto per l’Impero britannico, ed edificare basi nelle varie regioni per permanere nel lungo termine”.

Insomma, dobbiamo spaventarci? Magari non spaventarsi, ma un minimo di curiosità potrebbe essere ripagata. Lo studio di ASPI riporta che nel mondo le compagnie cinesi sono presenti, ad esempio, in 404 università e con diversi partenariati di ricerca come i ‘Huawei Seeds’. Inoltre, le compagnie cinesi stanno portando avanti 75 progetti di ‘Smart City’ o di ‘Soluzioni per la sicurezza pubblica’ – la maggior parte dei quali in Europa, Sud America e Africa.

Le imprese cinesi hanno dato vita, nel tempo, a 119 laboratori di ricerca e sviluppo, la cui maggiore concentrazione è in Europa, oltre che ad aver installato 56 cavi sottomarini e 17 cavi terrestri per le telecomunicazioni. E non finisce qui: nel mondo ci sono 202 centri dati e 305 progetti di telecomunicazioni e di ICTs (tecnologie di informazione e comunicazione) guidate da compagnie cinesi.

Immancabili, infine, sono le iniziative 5G – ASPI ne registra 52 in 34 Paesi. Nella mappa, inserendo il filtro ‘5G Network’ osserviamo gli Stati interessati, che sono Italia, Spagna, Francia,  Germania, Regno Unito, (…), ma anche Stati fuori dall’Unione Europea – come in Brasile, Sudafrica, Giappone, Corea del Sud, Arabia Saudita, Uzbekistan e Russia. Logicamente non sono solo questi gli Stati dell’elenco. Anche se alcuni spazi vuoti nella mappa ci sono, notiamo che la presenza cinese è diversificata e comprende tutte le principali macroregioni del mondo.

Se in Italia, Huawei ha iniziato a collaborare, nel 2018, con Fastweb sulla tecnologia 5G, negli Stati Uniti la compagnia telefonica, T-Mobile, ha firmato un accordo sul5G network’ con la compagnia cinese ZTE. Due compagnie che, di certo, non sono star-up appena nate, ma colossi mondiali nel mondo delle telecomunicazioni: Huawei ha un giro di affari pari a 4.144 miliardi di dollari, mentre ZTE è un po’ più modesta con il suo 16,45 miliardi di dollari (dati ASPI). E viene da chiedersi: dopo tutto il caos alzato da Trump, non è un paradosso che il 5G cinese sia tutt’ora ancorato proprio negli Stati Uniti?

La Cina ha le mani in pasta, ma in un discorso di libero mercato ha tutta la ragione per esserlo. Non dimentichiamo, però, che in alcuni Paesi – come in Cina e in Russia – il settore privato e quello pubblico spesso non hanno la stessa demarcazione come in molti Paesi ‘occidentali’. Infatti, nelle società cinesi figurano come impiegati molti funzionari del Partito Comunista. Al posto del cartellino da timbrare, molti ‘headquarters’ dei colossi cinesi sembrano più interessati alla tessera del Partito. Ad esempio, Huawei contava 12 mila membri del PCC tra i suoi impiegati nel 2017. Secondo la stessa fonte, Huawei nella sua vita ha contribuito nell’edificare più di 300 filiali del PCC – insomma, ha impiegato fondi privati per stabilire sedi pubbliche di partito in giro per la Cina.

Ricordiamoci, poi, che la Cina ha una struttura mentale politica dedita al costante lavoro quotidiano per costruire un grande disegno nel lungo periodo, come ricorda Ugo Tramballi. Un aspetto che bene definisce questa struttura mentale è “la decisione del Partito Comunista Cinese di dichiarare la Cina una superpotenza solo nel 2049 (e non prima), in occasione del 100° anniversario della Repubblica Popolare”. Parliamo di un ‘mattone su mattone’, di una ‘goccia dopo goccia’ che può costruire un muro o un ponte, che può erodere una montagna.

Lo studio ASPI avverte sulle «future implicazioni strategiche» che potranno essere l’indebolimento della democrazia, lo spionaggio e il furto di proprietà intellettuale, le tecnologie in via di sviluppo e la competizione militare.

Una preoccupazione è dovuta alla possibilità che le società tecnologiche cinesi possano «consentire l’autoritarismo nell’era digitale, dal fornire tecnologie di sorveglianza all’automazione della censura di massa, al targeting di dissidenti politici» – come nella repressione degli uiguri in Xinjiang. Un’altra è dovuta al fatto che la legislazione cinese consenta parzialmente lo spionaggio e che il furto di proprietà intellettuale non sia nuovo nello Stato cinese: il rischio aumenta se pensiamo che «la tecnologia intelligente diventa sempre più pervasiva negli spazi privati e pubblici».

Lo sviluppo delle tecnologie cinesi e la loro espansione globale rendono disponibili dataset enormi e un ampio accesso alle migliori istituzioni di ricerca e universitarie. «Le società tecnologiche cinesi hanno apportato enormi contributi positivi alla somma totale delle conoscenze e dell’innovazione umana. Tuttavia, gli obiettivi strategici, politici e ideologici del PCC – che ha finanziato direttamente questa ricerca tecnologica – non possono essere ignorati». Lo studio ASPI suggerisce che il PCC potrà, ad esempio, «modellare le norme e i valori etici incorporati nei sistemi di intelligenza artificiale o modificare quelli in campo della modificazione genetica umana», con chiari vantaggi che si delineano nel caso di una guerra cibernetica, ad esempio.

Infatti, l’ultima preoccupazione che alza lo studio ASPI riguarda la competizione militare: «in caso di concorrenza militare con la Cina, il governo cinese sfrutterebbe la propria influenza sulle compagnie cinesi che forniscono attrezzature e servizi ai propri nemici». Ma, tranquillizziamo i lettori: nessuna guerra dietro l’angolo. Certo, però, che è sempre meglio arrivare prevenuti agli appuntamenti.

Stati Uniti e molti attori ‘occidentali’ stanno conducendo una guerra contro le corporazioni cinesi per il timore – o la certezza – di implicazioni politiche e di sicurezza del lavoro. Come dicevamo all’inizio, la lotta si sviluppa in aree critiche infrastrutturali – come nel caso del 5G – e di partenariati di ricerca – dove si teme il coinvolgimento di tecnologie ‘sensibili’ o ‘a duplice uso’.

Allora, per tirare le fila del discorso, i Governi e gli Stati nel mondo, secondo lo studio ASPI, dovrebbero riconoscere che le attività di queste società non sono puramente commerciali. «Le politiche e le dichiarazioni ufficiali del PCC chiariscono che il Partito percepisce l’espansione delle società tecnologiche cinesi come una componente cruciale del suo più ampio progetto di espansione ideologica e geopolitica», concludono gli esperti di ASPI.

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