domenica, Novembre 29

Te la do io l’America, quella del Grande Equivoco La reale natura del popolo americano? grande, profonda ignoranza a tutti livelli degli elementi fondanti di ogni vera società e di ogni vera cultura: un passato, un senso della storia con annessa memoria, un senso o coscienza della complessità del mondo

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Il Grande Equivoco Sulla Reale Natura Del Popolo Degli Stati Uniti d’America ha origine nel lontano novembre di sessant’anni fa, quando viene eletto alla Casa Bianca un giovane uomo politico di lontane origini irlandesi. Robert F. Kennedy sconfigge il vecchio establishment,rappresentato da un avvocato del sud del Paese, grazie al sistema elettorale di secondo grado in cui i grandi elettori scelti dagli Stati possono anche travalicare il numero dei voti effettivi ricevuti dai due contendenti.

Il giovane affascinante Presidente ha una moglie bella, colta e intelligente. Comparata al predecessore, la famiglia è tutta new style: al posto del vincitore della seconda guerra mondiale, un ex ufficiale di marina di complemento autore di un piccolo eroismo al comando della sua motosilurante nel Pacifico. Al posto di ‘MamieEisenhower una giovane sposa con figli da cartolina, piena di iniziative culturali che fanno della Casa Bianca, una mediocre villona in stile coloniale in quella capitale-non-città che è Washington, un tempio della musica, della letteratura e dell’arte.

Il predecessore è eclissato da tanta novità, anche se nessuno gli riconosce più oggi il grande merito di aver fustigato severamente il complesso Pentagono-armamenti-industria, mettendo in luce i pericoli di un forsennato costosissimo riarmo militare. Oltre naturalmente al merito di aver condotto il Paese con mano ferma in un delicato riassestamento dell’economia in un difficile dopoguerra. Il nuovo clima alla Casa Bianca crea il mito di Camelot, la mitica corte di Re Artù interpretata con faciloneria disneyana come un regno di forza, bellezza, grazia e coraggio. Perfino noi europei, inconsciamente grati che in questa circostanza il popolo degli Stati Uniti sembri ricordarsi sia pur vagamente di una sua discendenza a noi comune, siamo abbagliati da tutto quello che assume le proporzioni di un mito.

Ma non è così. Non sarà un cambio di passo, ma solo un cambio di facciata e gli anni successivi lo dimostreranno tragicamente.

Quando noi diciamo ‘America’ intendiamo una parte per il tutto. Gli Stati Uniti, ce lo dimentichiamo spesso, non costituiscono né rappresentano la totalità di un continente, ma solo la sua parte più ricca, potente epubblicizzata, contrassegnata da un neocapitalismo rampante e spietato, da una profonda disistima per ilpubblico’, ilsociale’, ilconsociativo’. Solo una parte di quella che in realtà è una ben diversa condizione geopolitica di un intero continente.

Così, la visione fra l’eroico e l’idilliace di una nuova era si infrange quasi subito proprio nella politica estera, ma soprattutto nella visione strategica che ne consegue.
Il primo test è il confronto con il Grande Nemico, la comunista Unione Sovietica, il cui solo nome incute una reazione isterica anche nel più colto degli statunitensi: non tutti però, perché il grande economista John Kenneth Galbraith sul ‘Financial Timeselogerà il piccolo grassoccio e apparentemente bisunto Nikita Krusciov il quale, lui sì, ha cambiato il passo, e per niente affatto l’aspetto esteriore, del suo grande Paese.

Il primo confronto è sul teatro centroamericano, dove Fidel Castro ha combattuto e vinto una lunga e dura guerra contro uno di quei dittatori da burletta che il Dipartimento di Stato di Washington ha imparato a favorire, installare e proteggere dovunque nel mondo, e chiunque essi siano purché obbediscano al grande capitale statunitense e facciano voto di anticomunismo, anche se ciò significa reprimere ogni libertà e impedire il progresso economico e sociale delle classi cosiddette inferiori.

L’astuto orsetto russo prende le misure al nuovo inquilino della Casa Bianca e va a sfidarlo a casa sua, caricando un po’ di grossi missili intercontinentali su navi dirette all’Havana. Il bluff non riesce, Kennedyvedele carte del rivale e tutto si spegne, anche perché nessuno ha voglia di scatenare una guerra per un gigante barbuto che sembra essere rimasto l’unico vero autentico marxista-leninista al mondo.

Quando, spinto dai suoi strateghi del Pentagono mal consigliati dai profughi cubani che hanno messo radici profonde e mafiose in Florida, Kennedy vuole giocare la sua mano gli va malissimo. La tentata invasione di Cuba sbarcando sulla Baia dei porci (ogni riferimento puramente casuale) finisce in una catastrofe senza pari, con una denuncia mondiale del peggior imperialismo, forse meglio chiamarlo neocolonialismo, di marca USA. Una Nazione questa paradossalmente nata proprio da una rivoluzione anticoloniale di cui evidentemente ha perso ormai memoria.

Chi scrive muoveva allora, poco più che ventenne, i primi passi nel mestiere del giornalista. Leggeva giornali nazionali e stranieri con rara caparbietà, e cominciava a porsi domande anche per fare pratica quando avrebbe dovuto porle agli altri per il suo mestiere, appunto. Nella Redazione Esteri dell’agenzia nazionale dove lavorava, si aprivano spesso discussioni sul perché la massima potenza mondiale, con tutti i cervelli che nutriva, fosse così inesorabilmente fallimentare in politica estera, perché con tutti i pensatoi pubblici e privati, con tutte le pubblicazioni più autorevoli, con le università più prestigiose esistenti nel Paese collezionasse una tanto impressionante serie di fiaschi quando si muoveva sulla scena planetaria con la leggerezza di un elefante selvaggio in una cristalleria.

Ora, dopo sessant’anni credo di aver maturato una risposta. La prima è la grande, profonda ignoranza del popolo americano a tutti livelli degli elementi fondanti di ogni vera società e di ogni vera cultura: un passato, un senso della storia con annessa memoria, un senso o coscienza della complessità del mondo.
Il passato non esiste negli Stati Uniti, anche i primi secoli sono quasi dimenticati, tutto comincia da quei simpatici ragazzi del ’76, tutti per bizzarria di formazione in gran parte europea, dalla loro presuntuosa dichiarazione di indipendenza, da quella loro recentissima costituzione purtroppo ahimè poco aggiornata nei secoli successivi. E anche il resto del loro vissuto, che non riescono a vedere come ‘passato’, è finito in un archivio ‘spento’ come si dice degli archivi fatti per custodire senza poter essere consultati.
Dimenticato il vero senso e le vere colpe e le vere atrocità di una guerra civile che, contrariamente al solito, non ha neanche unificato il Paese, lasciandolo diviso fra nord e sud. Dimenticata una questione razziale che cova sotto le ceneri per divampare poi nelle guerriglie urbane della peggiore specie, come periodiche eruzioni di un bubbone pestilenziale. Strano che con tutti i modelli esteriori della civiltà classica che pensano di aver adottato (il Campidoglio, il Senato, la ripartizione dei poteri) non abbiano mai compreso la lezione degli antichi romani che periodicamente convertivano gli schiavi in liberti creando nel tempo una piccola borghesia, come la si chiamerebbe ora, che finì col costituire la terza struttura del Paese dopo l’aristocrazia e il cavalierato.

Quindi abbiamo detto ignoranza e mancato senso della storia. Ma non basta, perché noi europei lo sappiamo bene, anche una profonda e sconcertante ignoranza della geografia, favorita dalle circostanze. Essere soli in un pezzo sterminato di un continente già enorme, ricchezza di risorse naturali che non hanno indotto a cercarne altrove, mancanza di nemici interni se non quei poveri indiani di livello preistorico che sono stati massacrati allegramente (con esempi illustri peraltro dei loro progenitori anglosassoni, cfr, Tasmania), immortalando e legittimando così il fatto compiuto in centinaia di film western oggi insopportabili alla luce del ‘politicamente corretto’.

Non è mai esistito per il popolo americano l’equivalente delGrand Tour’, quel viaggio di apprendimento culturale, storico, geografico che compivano gli europei del Nord calando in Italia dalla fine del ‘700 in poi. Non è mai esistita quella curiosità di capire realmente i Paesi del resto del mondo, tutti così diversi, tutti così affascinanti. Si rifiutano i modi di vivere delle Nazioni in cui ci si trova, si costruiscono alberghi uguali ai propri standard domestici, si ignorano quando non si sopraffanno le culture locali, si importano i ristoratori stranieri per creare veri e propri mostri gastronomici, si impongono arcane bevande senza sapere che il caffè è nato in Europa, che il vino pure, e così i succhi di frutta e tutto il resto, e che grazie a Dio, a parte lo champagne, noi europei non abbiamo mai prodotto niente di così violentemente e dannosamente frizzante come la loro bevanda nazionale. Anzi, il loro capitalismo con subdola violenza esigerebbe che noi abbandonassimo il nostro caffè per il loro, le nostre moka per le loro capsule, i nostri vini per le loro versioni deteriori, i nostri antichi cibi per il loro food che è in massima parte trash, i nostri abiti eleganti per il loro abbigliamento da boscaioli, le nostre auto tecnologicamente superiori per le loro, così sproporzionate alle nostre vecchie strade. Ma sed de hoc satis

L’ignoranza non paga mai, si sa.
Il sottile ma inequivocabile disprezzo degli statunitensi per tutto ciò che non conoscono e che non fa parte della loro subcultura pesa mortalmente in politica estera, dove l’approfondita conoscenza degli altri Paesi è alla base dei rapporti internazionali.
Basta leggere i romanzi di Henry James per constatare con quanto distacco e quanto velato disgusto egli rappresenti la società europea agli occhi dei suoi lettori nordamericani.
Il
fastidio, l’insofferenza che provano per tutto ciò che è diverso, non omologabile alla loro visione del mondo, li spinge a credere che, a forza di bombe e di soldi, il Vietnam del sud puòanzi, deve diventare una piccola America del nord, mutuando il suo sistema presidenziale (!?), il suo senato (!?), la sua corte suprema (!?).
Sfugge loro il senso del grottesco, ed anche il sanguinoso inutile fallimento della guerra nel sudest asiatico non ha impedito loro di riprovarci in Paesi ancora più singolari e diversi come l’Iraq, con i risultati a tutti noti, o nell’Afghanistan, dove si sono andati a cacciare senza alcun motivo. Studiando la storia avrebbero compreso che l’Afghanistan, Paese in cui, secondo la leggenda, Dio scaraventò alla rinfusa tutte le pietre avanzate dalla costruzione del mondo, interessava fondamentalmente solo all’impero britannico, perché custodiva le porte dell’India, e interessava, ma un po’ di meno, anche alla Russia zarista, alla ricerca di un accesso ai mari caldi. Studiando la storia, avrebbero compreso che l’Afghanistan era solo un gigantesco tritacarne dove nessuno sano di mente avrebbe mai messo piede, come dimostrano ampiamente le due sanguinosissime guerre afgane condotte dagli inglesi a metà dell’’800 e il costoso intervento sovietico un secolo dopo. Già, bastava studiare la storia, siamo solo noi europei, abituati da millenni a viaggiare in contrade straniere, che prima di partire per un viaggio ci documentiamo su storia, usi e costumi delle nostre destinazioni.

Ma la vera profonda ragione della incompetenza strutturale degli statunitensi in politica estera è l’assenza di un qualsiasi confronto con i Paesi loro confinanti, causa della loro totale mancanza di diplomazia.
Basta guardare i confini del loro Paese, e anche dei singoli Stati della confederazione tracciati con riga e squadra lungo meridiani e paralleli che prescindono da ogni ragione storico-geografica, per capire che i loro governi non hanno avuto alcuna scuola di educazione diplomatica.
Noi in Europa abbiamo da millenni confini altalenanti, che sono andati avanti e indietro, sopra e sotto in continuazione, per guerre, invasioni, confronti. Noi siamo un continente che ha dovuto imparare l’arte del negoziato, della trattativa,del compromesso spesso per salvare la pelle. Se la politica, come si dice, è l’arte del possibile, allora la politica estera è l’arte dell’impossibile: riuscire a conciliare interessi economici, sociali, politici di intere popolazioni, non di singoli partiti, comporre conflitti reali, pacificare popolazioni, ridisegnare confini a seconda delle contingenze, armonizzare relazioni, creare reti di reciproca conoscenza pur con tante lingue diverse, preparare sempre la guerra ma cercare sempre la pace. Tutto questo gioco di equilibri ha creato un’arte diplomatica codificata, per quanto è possibile, in comportamenti logici. Tutto ciò non ci ha evitato certo guerre, deportazioni e stragi, ma la diplomazia, con tutti i suoi difetti, è risorta ogni volta dalle ceneri come l’araba fenice di buona memoria.

Ecco, tutto questo l’America non sa che cosa sia, né che cosa voglia dire. La loro diplomazia è composta da ambasciatori di facciata, spesso grandi elettori del Presidente che li ricompensa con belle sedi in belle capitali del mondo. I diplomatici di carriera sono una manciata. Si è convinti a Washington che sia tutta una perdita di tempo.

Fedele al principio ‘se non puoi batterli allora comprali’ (aggiungiamo noi ‘capirli mai’) l’Amministrazione americana si è fatta strada sulla scena mondiale a suon di dollari, sprecando risorse immense senza risultato. Vogliamo ricordare gli elicotteri scaraventati in mare dalle portaerei per fare atterrare altri elicotteri carichi di profughi del Vietnam del sud; vogliamo ricordare le centinaia di costose unità di potabilizzazione dell’acqua di mare abbandonate nei porti somali (altro leggendario tritacarne internazionale). Non serve, tanto il complesso pentagono-armamenti-industria, invano esecrato dal povero Ike, era pronto a macinare i soldi dei contribuenti rimpiazzando il materiale perduto in quattro e quattr’otto.
Dalla inesistenza a Washington di una reale ars diplomatica nasce l’ossessione per gli armamenti di una Nazione che conosce solo l’uso della forza bruta e che spende risorse incalcolabili per arsenali di dubbia utilità, velivoli difficili da dominare, bombe che non si possono smaltire, portaerei colossali e inutili che un solo kamikaze (oggi ce ne sono a dozzine) cola a picco in un’ora. Ossessione ripetuta in scala minore nella popolazione armata fino ai denti, contro chi? essenzialmente contro se stessa, vista la gioia con cui si ammazzano perfino nelle scuole dove un Presidente al limite, e forse oltre, della demenza ha proposto di armare i professori. Ma di questo parleremo forse un’altra volta.

Ecco, dunque, le pourquoi de la chose. Un pourquoi che offro come stimolo di considerazioni, critiche e pensieri ai miei, spero, ancora fedeli Lettori.

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