lunedì, Novembre 18

TAV: lezione di diritto internazionale all’avvocato Conte Il trattato internazionale alla base dell’opera se non rispettato porterebbe all’illecito internazionale, a seguito del quale il Governo francese potrà chiedere conto al Governo italiano, sia pretendendo un risarcimento, sia agendo in ritorsione

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Lungi da me l’idea di negare ciò che giornaloni e giornalini dicono entusiasti o critici della ‘brillante’ iniziativa dell’avvocato Giuseppe Conte in materia di blocco/non blocco del TAV, questo incubo quotidiano nel quale siamo costretti a vivere da anni, rispetto ad un’opera, diciamolo una buona volta, non utile per collegare Torino a Lione, ma che rientra in una grande infrastruttura europea che va, o dovrebbe andare, da Lisbona a Varsavia (o giù di lì), non per divertimento o per buttare soldi, ma nell’intento di facilitare e velocizzare il trasporto di merci, specialmente deperibili, da un punto all’altro dell’Europa. Un modo, per esempio, per facilitare l’invio di nocciole piemontesi in Lituania, eccetera.

Sarà un bene, sarà un male, sta in fatto che il progetto è europeo e, al di là dei vantaggi-svantaggi (diciamo la verità, professor Marco Ponti a parte) capace di mobilitare risorse e investimenti e quindi posti di lavoro eccetera in un momento non esattamente felice dell’economia europea e pessimo per quella italiana.
Bene, ma sorvoliamo e specialmente evitiamo di cadere nelle solite e noiose diatribe pro-tav no-tav eccetera, complete di insulti prese in giro, battute acide, penne o tastiere intinte nell’aceto o altro.

Vediamo, invece, cosa ha fatto l’ex giocatore di biliardo, ora avvocato non si capisce di chi, ma comunque con ‘sopraffina abilità giuridica’, dicono i suoi ammiratori. Devo proprio tornare a studiare giurisprudenza temo: io non ho visto nulla di particolarmente abile. Conte ha scritto soltanto di fermare gli appalti senza perdere i finanziamenti europei; la frase chiave della lettera è la seguente: «Al momento appare necessario, da un lato, evitare di assumere impegni di spesa gravanti sull’erario italiano e, dall’altro, adoperarsi per non pregiudicare gli stanziamenti finanziari posti a disposizione dall’Unione europea. Tutte le prossime iniziative che vorrete intraprendere dovranno rispettare, pertanto, questa duplice esigenza, avendo cura che sia garantita la piena reversibilità di qualunque attività giuridica o scelta operativa posta in essere». Per dirla banalmente ‘la moglie piena e la botte ubriaca’!

In altre parole, dice Conte, ‘fate’ -guardate bene: ‘fate’ non ‘faccio’-, quel che è possibile per evitare sia di spendere soldi sia di perdere finanziamenti. Trovate un espediente, ma solo un espediente. E, infatti, la società interpellata risponde dicendo che farà richiesta di manifestazione di interesseper i lavori del lato francese. Ovviamente le manifestazioni di interesse non impegnano nessuno, ma, secondo ciò che si legge in giro, dovrebbero garantire il non ritiro dei finanziamenti europei. Vero, sempre che l’UE faccia finta di non capire, perché si tratta di un trucco, o, se preferite dirlo in francese, di un escamotage: noi iniziamo la procedura per fare i lavori ma … senza impegno. Certo, se l’UE ci sta a fare finta di non avere capito, abbiamo altri sei mesi di tempo prima di dover passare all’esecuzione dell’opera.

E sì, questo è il punto reale. Perché in questi sei mesi il signor Conte –che è tranquillo, guardate– ‘parleràcon Jean-Claude Juncker e con Emmanuel Macron per valutare che si può fare, ma non certo per rinunciare all’opera, non solo perché in un modo o nell’altro è già iniziata, ma anche perché la realizzazione dell’opera è definita in un trattato internazionale trasformato in legge italiana del 23.4.2014 n. 71, sulla base di una serie di direttive della UE.

È indubbio che nel lunghissimo e complicato trattato non è prevista alcuna penale per inadempimento: non avrebbe senso, visto che si tratta di un accordo bilaterale per fare una certa cosa, ma è troppo facile dire, come fanno in tono sprezzante molti no-taviani, politici, politicanti e giornalistici, che non vi sono penali perché non ce ne sono infatti.

Solo che, trattandosi di un trattato internazionale, il suo mancato adempimento, può solo avvenire in due modi: non adempiendo puramente e semplicemente, oppure cercando di realizzare un nuovo accordo con la Francia. Il mancato adempimento puro e semplice, come sembra lasciare prevedere la geniale lettera del sig. Conte, è un illecito internazionale, a seguito del quale il Governo francese potrà (e vorrei vedere che non lo facesse) chiedere conto al Governo italiano, sia pretendendo un risarcimento, sia -attenzione signor Conte questo è diritto internazionale banale- agendo in ritorsione, insomma facendo i francesi a noi qualche danno. Oppure, la Francia potrebbe aprire una vera e propria controversia internazionale in senso tecnico, chiedendo (e lo otterrebbe con certezza) il risarcimento del danno derivante alla Francia sia dalle spese inutili effettuate, sia da tutte le conseguenze derivanti dalla necessità di completare la linea in altro modo.

Insomma, l’Italia potrebbe fare quella che si chiama la ‘denuncia’ del trattato (cioè dire che non lo vuole più eseguire) con le menzionate conseguenze. Non è strettamente vero che la cosa dovrebbe necessariamente passare dal Parlamento, ma l’importanza della questione lo imporrebbe e le conseguenze, dunque, sarebbero quelle che ho detto sopra.

Sì, lo so, quando si parla di diritto internazionale l’idea corrente è che ognuno può fare ciò che vuole: credetemi, non è così. A parte il fatto che una cosa del genere, porterebbe la credibilità dell’Italia ora e in futuro molto al di sotto del terreno!

Ma non basta. Perché la decisione di fare il TAV deriva da una serie numerosa di direttive comunitarie, che, nel caso, verrebbero platealmente violate. E qui non si tratterebbe della sola violazione di un accordo internazionale, ma della mancata esecuzione di una disposizione comunitaria, rispetto alla quale l’UE ha molti, ma proprio molti, mezzi per farcela pagare cara.

Ma, a ben vedere, il signor Conte, ha solo chiesto alla società incaricata di farlo di prendere tempo e, ammesso che l’UE faccia finta di nulla, il finanziamento non verrà ritirato (o annullato, è lo stesso, se ci pensate) ma concesso e … se non se ne facesse nulla, pensate che in Europa si limiterebbero ad un sorriso gentile?
Insomma, si è solo preso tempo. I due dioscuri italiani, cantano entrambi vittoria. Domenica il sornione Giorgetti lo faceva capire chiaramente, dicendo che alla fine dovrà essere il Parlamento a decidere, il Parlamento nel quale la maggioranza è pro-tav!

A farla breve: una colossale presa in giro. Ciò che sorprende me, ma forse dovrebbe sorprendere anche altri, è che la presa in giro è troppo evidente per non essere comprensibile e (secondo me questo è il calcolo di Salvini) gli unici a pagare il prezzo della presa in giro saranno gli stellini, visti come quelli che cercano di mettere i bastoni fra le ruote e che non sono capaci di farlo. Tanto più che la maggioranza degli italiani sono, a torto o a ragione, pro-TAV.

Infine, certamente il buon Conte andrà a parlare con Juncker e Macron, che, non essendo scemi, faranno lo stesso ragionamento che ho fatto io e … andranno a vedere il bluff, al massimo concedendo qualche spicciolo, per fare fare ancora una volta all’Italia la parte dell’accattone.

Cadrà il Governo? Non credo: i due sono troppo attaccati al potere e gli stellini dopo le elezioni europee probabilmente perderanno consensi (io credo anche la Lega) e quindi resteranno abbracciati finché sarà possibile: Salvini non vuole cadere nelle mani di Berlusconi e della Meloni e ha bisogno di ancora un po’ di tempo per farlo, passando magari prima per la elezione di un Presidente della Repubblica malleabile.

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.