lunedì, Novembre 18

TAP: quel ‘tubo’ con il quale rischiamo di bruciarci Ma il TAP non è solo un tubo, è una parte di un problema di politica internazionale molto grosso

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Con quello che si potrebbe definire un vero e proprio Ukase, se non fosse venuto non so bene se dalle sconfinate praterie texane o dalle pampas argentine, dove si trova in vacanza premio per non so cosa, il solito Alessandro Di Battista, ‘Dibba’ per gli amici, ha ordinato a Luigi (Di Maio): niente TAV, niente TAP, e non so che altro niente. Del resto l’idea del regresso sereno, per chi non si sa, è nelle corde del partito di Grillo & co., e quindi non dovrebbe sorprendere. Non dovrebbe, ma vale la pena di affrontare sinteticamente un discorso serissimo, che richiederebbe volumi.

Discorso che parte, a mio parere e lo dico sinceramente con umiltà e intento ‘colloquiale’, dalla assoluta necessità che, almeno nella politica estera, l’Italia abbia una voce chiara, ma specialmente affidabile. Quale che sia la linea, in politica estera conta l’affidabilità, cioè: faranno quello che dicono o sono chiacchiere? La storia insegna che conquistare credibilità richiede decenni, distruggerla ore.

La TAV, in fondo è la cosa meno importante, e viene usata solo come specchietto per le allodole per fare vedere che si fa qualcosa nella lineaambientalista’ (ma ci sarebbe da discutere ore sul modo idiota in cui in Italia si è inteso l’ambientalismo) pre-elettorale, la medesima che viene perseguita, ma con rischi enormi, per l’ILVA.

Nel primo caso la cosa sembra ovvia, al di là dei pensosi e sbracciati richiami alla rivalutazione del progetto da parte del sempre più discinto Danilo Toninelli: a parte le penali e mancati finanziamenti europei (non dimentichiamo che è l’Europa che ne finanzia una parte) che senso avrebbe interrompere tutto a metà lavoro? con una montagna bucata come il groviera. E, inoltre, lavoratori a parte, che ci si fa col buco? la giostra per i bambini o lo regaliamo all’ex Ministro Lunardi. Insomma, credo, èmovimento’, anche per vedere, e non sarebbe un male, cosa si puòspuntarein più, sia economicamente che politicamente con e tramite la Francia.

L’ILVA è un gioco molto pericoloso, ma anche qui è un gioco. Il Governo vuole una garanzia (che sarà solo formale per forza di cose) sull’ambiente e sui lavoratori, perché perdere quasi 4.000 posti di lavoro è disastroso. Alla fine, finite le assemblee di centinaia di persone a fingere di discutere, si arriverà ad una conclusione: non si può, credo, nemmeno immaginare di giungere a Settembre ad una rinuncia (che oltre tutto sarebbe costosa) di Mittal all’affare. Sarebbe una bomba: io credo, e mi assumo la responsabilità di dirlo, che non è pensabile si possa fare una cosa del genere.

TAP è cosa diversa, molto diversa e solo apparentemente piccola.

Intanto che cosa è. E’ una pipeline, direbbe Di Maio che ‘sa’ le lingue. È un tubo o una condotta, direi io che non le so, un grande (alcuni metri di diametro mi pare) e lungo tubo, che, partendo dall’Azerbaigian, attraversa Turchia, Grecia e Albania e arriva in Puglia, dopo essere passato sotto l’Adriatico. Impatto ambientale minimo, anche gli olivi saranno ripiantati, qualche stazione di pompaggio e di controllo: fermarla in Albania sarebbe ridicolo e ricorderebbe quel tal marito … vabbè ci siamo capiti! Per di più, se non sbaglio, ormai è quasi arrivata.

L’opera, comunque, è importante, molto importante, se non altro per un motivo: la differenziazione delle forniture di energia, in particolare il gas; in un Paese come l’Italia che di materie prime non ne ha e di fonti energetiche tradizionali nemmeno, o almeno molto poche, e che certamente potrebbe puntare anche, ma solo anche, sulle cosiddette energie pulite, per le quali, però, ci vorranno decenni. Tra l’altro, verosimilmente, ci permetterebbe di faremaramaoa Macron e dirgli che della elettricità delle sue centrali nucleari possiamo fare a meno … e sarebbe un contributo di coerenza, cari ambientalisti della Domenica!

Comunque tutto si può discutere anche in termini autolesionistici, ma TAP è stato esplicitamente richiesto da Donald Trump al professor Giuseppe Conte (che prende lo stipendio da Presidente del Consiglio) e quest’ultimo lo ha accettato, insieme agli F35 e all’Afghanistan. Dalle pampas, però, non una parola sui secondi due, ma fuoco e fiamme sul primo. Se il Professore obbedisce a Dibba, all’estero gli rideranno in faccia, se obbedisce a Trump Dibba si incavola.

Il problema TAP, invero, è delicatissimo, perché la condotta parte dall’Azerbaigian, che è una delle ex Repubbliche sovietiche, e poi membro della Comunità degli Sati Indipendenti e da quel momento, più vicina politicamente (pare) all’Europa che alla Russia, della quale diventerebbe un concorrente. Non è la concorrenza il problema, ma il significato politico di ciò. Si sta, infatti, ripetendo, temo, la stessa follia fatta dall’Europa nei confronti dell’Ucraina, follia che ha portato all’intervento russo in Crimea prima e poi in Ucraina. Cercare, infatti di ‘attrarre’ un Paese confinante e importante come l’Ucraina nell’orbita occidentale -per di più sulla spinta dei tedeschi … lo ricordate il Lebensraum di adolfiana memoria? Ci è scoppiata la seconda guerra mondiale, non dimentichiamolo,- anzi, addirittura cercare di portarla nella UE e nella NATO era uno schiaffo inaccettabile per la Russia, che infatti ha reagito; si era in piena ripresa di temi e polemiche da guerra fredda, da parte di Obama tra l’altro. Ora, parrebbe, l’idea di Trump, seguita da Conte, sarebbe di ripetere il gioco. In un posto se possibile anche più pericoloso della Ucraina: l’Azerbaigian. Paese che  ha già una mezza guerra interna in corso per il tentativo (finora riuscito) di secessione della provincia del Nagorno Karabak, ma confina con la Georgia, in pieno fermento antirusso e pro-europeo e con l’Iran. Insomma, un posto dove camminare sulle uova è d’obbligo.

L’Italia, peraltro, più differenzia le proprie fonti energetiche e meglio può gestire la propria economia.

E quindi il tema è tutto politico, anzi, di abilità politica, altro che il solito ambientalismo da strapazzo all’italiana. Ma pongo quindi una domanda angosciosa: in che maniera l’Italia sta giocando la partita, dove vuole andare, o meglio, lo sa?

Il sì al TAP è un modo per dire che siamo filoamericani e antirussi, ma fino ad oggi il nostro Governo, o meglio le forze politiche che ne fanno parte, hanno detto il contrario. Per di più, non si può trascurare il fatto che Trump continua a sparare ad alzo zero contro l’Iran, mentre l’Italia con l’Europa conduce una politica esattamente inversa. Restare in mezzo, non si può: o si cerca una ‘terza via’, o si sceglie una delle due; diversamente ci faremo ridere dietro.

Insomma, TAP non è solo un tubo più o meno sgradito e Dibba e Giggi, è una parte di un problema di politica internazionale molto grosso, complicato dalle velleità italiane di controllo della situazione in Libia. Qui, a parte che entriamo in conflitto con la Francia, io credo che ci convenga un ruolo molto più defilato, per almeno due motivi. Mantenere la nostra indipendenza di giudizio sulle fonti energetiche libiche, divise tra Tripoli e il generale Khalifa Haftar  (filorusso) e evitare di diventare il Paese aguzzino in Libia, con la recente fornitura di ben 12 motovedette ai libici e specialmente, con il rifiuto di garantire una maggiore e più decisiva presenza nei campi di detenzione libici dei rappresentanti delle Nazioni Unite  -per non parlare della illiceità di quei campi.

Ribadisco che è venuto il momento di uscire dai giochetti propagandistici ed interlocutori finora portati avanti, e chiarire bene quale sia, se c’è, la linea di politica estera italiana in termini globali. Eh sì, globali (la cosa spiace molto a Matteo Salvini, dio solo sa perché), ma i problemi internazionali sono tutti collegati e cioè globali.

Tanto per fare un esempio, accettare la politica di Trump verso Israele, ci mette nella condizione di dovere chiudere gli occhi sulla legge sulla nazionalità israeliana, che trasforma Israele in uno Stato ebraico e per di più legittima gli insediamenti in territorio palestinese? E quanto ciò potrà costarci in termini di ostilità di una parte del mondo arabo verso l’Italia? E fino a che punto possiamo andare d’accordo con l’Iran se ci appiattiamo su Israele?

Problemi seri, molto seri. E invece, spero proprio di sbagliarmi, l’impressione è che sia in atto qui la solita lotta tra potentati o aspiranti tali, la solita guerretta provinciale, da condominio: chi è più forte Di Maio o Salvini? Dibba comanda più di Di Maio e mano di Casaleggio o viceversa? E Grillo, Grillo che dice e la sua omonima che altro si inventa per non farci vaccinare? E Fontana, impedirà ai giovani di convivere liberamente o no e ci obbligherà a dire tre rosari al giorno insieme a Salvini?

Siamo seri, per favore, come direbbe Di Maio «vox clamantis in deserto, parate viam Domini rectas facite semitas eius»  (Marco 1,1-3) cioè, mutatis mutandis, preparate una vera e propria linea di politica estera italiana, un sentiero ben tracciato: non è vero che l’Italia è troppo piccola per averne una, se vuole può averla e decisiva, perché proprio in questo momento ha un ruolo di cerniera ineliminabile, e inoltre, attenzione, Trump non è eterno e gli americani, si sa, sono vendicativi assai!

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Sull'autore

Giancarlo Guarino, ordinario, fuori ruolo, di diritto internazionale nell’Università degli Studi di Napoli Federico II, è autore di numerose pubblicazioni su diverse tematiche chiave del diritto internazionale contemporaneo (autodeterminazione, terrorismo, diritti umani, ecc.) indagate partendo dal presupposto che l’Ordinamento internazionale sia un sistema normativo complesso e non una mera sovrastruttura di regimi giuridici gli uni scollegati dagli altri.