sabato, Settembre 21

Tanzania: deportazioni di massa di rifugiati burundesi Rimpatri mensili di 2.000 persone fin quando i campi profughi non si svuoteranno. Una delle motivazioni della Tanzania è la riduzione dei fondi da parte dei donatori occidentali per l’assistenza dei profughi

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La Tanzania ha firmato un accordo con il Burundi per il rimpatrio dei rifugiati burundesi fuggiti dalle violenze del regime CNDD-FDLR e dalla sistematica campagna di esecuzioni extra giudiziarie per eliminare l’opposizione e la minoranza Tutsi. Fonti non ufficiali parlano di circa 20.000 persone assassinate dai terroristi ruandesi FDRL e dalla milizia genocidaria burundese Imbonerakure dal aprile 2015 ad oggi. I burundesi rifugiati nei Paese confinanti sono oltre 400.000.
Attualmente 
in Tanzania vi sarebbero circa 141.000 rifugiati burundesi. Due anni fa erano 200.000, ma tra il 2017 e il 2018 ilGoverno tanzaniano afferma che 59.000 rifugiati sono rientrati nel loro Paese.

L’accordo siglato con il Governo illegittimo del Burundi, i cui dettagli non sono stati resi noti, prevedrebbe dei rimpatri mensili di 2.000 persone fin quando i campi profughi non si svuoteranno. Questo quanto affermato dal Ministro degli Interni, Kangi Lugola.
Gli accordi segreti sarebbero stati firmati durante la recente visita ai campi profughi in Tanzania del Ministro degli Interni burundese,
Pascal Barandagiyesul quale gravano varie indagini internazionali per assassini di massa di cittadini burundesi, e avrebbero cambiato radicalmente gli accordi firmati nel marzo 2018 tra Burundi, Tanzania e l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR).

Le operazioni di rimpatrio inizieranno il 01 ottobre, in stretta collaborazione con il regime HutuPower del dittatore Pierre Nkurunziza e UNHCR. Una collaborazione immediatamente smentita dall’Agenzia ONU per i rifugiati, nonostante l’accordo firmato nel marzo 2018.
Dana Hughesportavoce UNHCR per il Corno d’Africa e la Regione dei Grandi Laghi, ha chiarito che l’Agenzia ha ufficialmente chiesto di non effettuare rimpatri forzati, visto la situazione di violenze e di terrore che ancora persiste nel Burundi fin dallo scoppio della crisi politica nell’aprile 2015, quando il dittatore Nkurunziza annunciò il suo terzo mandato presidenziale contro la Costituzione e gli Accordi di Pace di Arusha (Tanzania) che nel 2000 misero fine a 10 anni di guerra etnica.
«UNHCR si appella ai governi di Tanzania e Burundi affinché rispettano le obbligazioni internazionali relative alla gestione dei rifugiati. Occorre che il rimpatrio sia su basi volontarie come era stato stabilito nell’accordo tripartitico firmato nel marzo del 2018. Nessun rifugiato burundese deve essere rimpatriato contro la sua volontà. Occorre inoltre analizzare bene le condizioni politiche, sociali e di sicurezza attualmente presenti in Burundi per avvallare i rimpatri. Il governo Burundese deve aumentare gli sforzi per creare un clima socio politico economico favorevole al ritorno dei rifugiati dalla Tanzania»ha dichiarato Hughes, ricordando che tutt’ora continua l’esodo dal Burundi, in quanto la popolazione (hutu e tutsi) se può fugge per scampare alla morte.

Dal 2015, milizie hutu, analfabete e imbevute di odio etnico, decidono chi può vivere e chi no in Burundi. Le sentenze di morte, spesso basate su labili sospetti, vengono immediatamente eseguite dai terroristi ruandesi FDLR e dai miliziani delle Imbonerakure, in complicità con il regime CNDD-FDLR.
Human Right Watch e Amnesty International fanno notare che è 
impossibile rimpatriare i profughi in un Paese dove si applica sistematicamente l’eliminazione fisica dell’opposizione e dove i crimini contro l’umanità stanno aumentando in modo ormai incontrollato.

Di diverso parere il Ministro degli Interni tanzaniano. Lugola afferma che il Burundi è un Paese stabile, in pace e democratico.«Tutto quello che leggete sui giornali occidentali su presunte violenze e crimini è solo disinformazione. Dietro ci sono le ONG internazionali che vogliono far credere che in Burundi non ci sia la pace e la democrazia». L’inaspettata presa di posizione del Ministro Lugola a favore del regime CNDD-FDLR è stata colta con gioia dal dittatore Nkurunziza e i suoi gerarchi.
Il Primo Vice Presidente Gaston Sindimwoin un’intervista rilasciata al settimana ‘The East African’, sostiene che il Burundi ha grandi possibilità di crescita economica, nonostante l’attuale crisi, in quanto possiede diversi minerali tra cui nichel e terre rare. Giacimenti mai sfruttati, ma che sarebbero in procinto di esserlo grazie ad accordi con multinazionali straniere. Sindimwo non fa nomi, ma è facile intuire che si trattino di avventurieri russi e cinesi. Sindimwo presenta una realtà artificiale del suo Paese. Vi sarebbe la pace, lo Stato di Diritto, il rispetto dei diritti umani. Tutti i cittadini sosterrebbero Nkurunziza. Il Burundi sarebbe vittima dell’imperialismo europeo e americano. Starebbe lottando per la sua sovranità.

Le reazioni tra i profughi burundesi variano dalla rabbia alla paura. «Abbiamo sentito di questo rimpatrio forzato. Il problema è che non possiamo ritornare in Burundi poiché non c’è né pace né sicurezza», affermano centinaia di migliaia di profughi ai media africani e occidentali.

Cosa c’è dietro a questo accordo che va contro i principi di base internazionali sulla protezione dei rifugiati? Cosa spinge un paese democratico come la Tanzania a difendere ad oltranza una sanguinaria dittatura, arrivando a creare una realtà artificiale per negare i numerosi crimini contro l’umanità commessi dal CNDD-FDLR?
Una difesa così spudorata che arriva a negare la realtà, 
si spiega solo nella storica quanto anacronistica alleanza politica tra Hutu burundesi e Bantu tanzaniani.
Durante la guerra civile (1994 – 2004), i miliziani del FDD (l’ala armata del CNDD di Pierre Nkurunziza) trovarono nella Tanzania dei santuari. Protetti dalle autorità tanzaniane, i miliziani HutuPower si addestravano per ritornare in Burundi e far strage di civili tutsi.
Per quanto riguarda l’accordo di rimpatrio firmato nel marzo 2018, sembra che UNHCR sia stata ingannata. Nei testi originali si parlava di rimpatrio volontario. Ora si parla di rimpatrio forzato. Per questo l’Agenzia ONU per i rifugiati ora si oppone al programma precedentemente stabilito.

Quale è il motivo di imporre rimpatri forzati? Secondo nostre fonti, provenienti proprio all’interno del CNDD, da politici che non approvano Nkurunziza, le Imbonerakure e i mercenari FDRL, il regime di Gitega sarebbe preoccupato sui possibili reclutamenti di rifugiati nei campi profughi in Tanzania da parte dell’opposizione armata burundeseFNLFOREBU e RED Tabara.
Di questi reclutamenti non si hanno notizie ufficiali, e neppure rumor
s. Vari osservatori regionali sottolineano che le possibilità per i gruppi armati burundesi di reclutare nei campi profughi in Tanzania sono pressoché zero. Esercito, Polizia e servizi segreti hanno posto sotto meticoloso controllo i rifugiati, proprio per evitare i reclutamenti.

Vi è un altro fattore esterno che potrebbe aver spinto il Governo tanzaniano a prendere questa decisione, che va contro la legislazione internazionale in favore della tutela dei rifugiati. Dalla fine degli anni Novanta fino al 2010 abbiamo assistito al boom dei finanziamenti ai rifugiati in Africa. Stati Uniti, Canada, Giappone, Unione Europea hanno finanziato direttamente o indirettamente vari progetti per l’assistenza di base ai rifugiati di vari Paesi africani. Le Agenzie umanitarie ONU (tra cui UNHCR) e le ONG Internazionali hanno largamente beneficiato di questi finanziamenti.
Il boom dei finanziamenti all’assistenza ai rifugiati è direttamente proporzionale alle guerre civili che le potenze occidentali hanno fatto scoppiare in Africa. Ruanda, Liberia, Costa d’Avorio, Congo Brazzaville, Congo Kinshasa, Sud Sudan, Repubblica Centrafricana, Mali. Alcune di queste guerre civili sono ancora in corso.
Dal 2016 i fondi per le emergenze rifugiati sono in drastico declino, esclusi quelli per i rifugiati siriani. L’Unione Europea, principale Donor per UNHCR, UNICEF e ONG internazionali, sta dirigendo la maggior parte dei fondi destinati alla cooperazione su progetti tesi a mitigare i flussi migratori dall’Africa all’Europa. L’Amministrazione Trump, fin dai primi mesi dalla sua nomina alla presidenza, ha adottato una politica di disimpegno verso la cooperazione e gli aiuti umanitari. Sono stati decisi drastici tagli sui finanziamenti alle Agenzie ONU, il più esemplare, quello avvenuto nel 2017, riguardo la missione di pace in Congo,la MONUSCO.

La diminuzione dei fondi da parte dei donatori occidentali non corrisponde ad una diminuzione dei rifugiati.
Le guerre civili ancora in atto in Sud Sudan, RCA, Mali, e la situazione instabile in Burundi, mantengono alto il numero di rifugiati nel continente, e non permettono il loro ritorno nei Paesi di origine.
Anche i rifugiati eritrei continuano a mantener
si in numero stabile ed elevato. A questi si aggiungono decine di migliaia di immigranti economici etiopi, che si fanno passare per rifugiati eritrei nella speranza di ottenere più facilmente un visto per Europa, Stati Uniti e Canada. Il colpo di grazia proviene dal Congo. Grazie alla politica di instabilità ideata dall’ex Presidente Joseph Kabila per mantenersi al potere, il numero di profughi interni è triplicato in due soli anni.
La situazione attuale vede milioni di profughi che non ricevono alcun tipo di assistenza. Solo in Congo si calcola che circa 2.5 milioni di sfollati dalle province est del Nord Kivu e Sud Kivu siano abbandonati a se stessi.

Il calo dei finanziamenti occidentali ha costretto i Paesi africani a destinare maggior fondi del bilancio nazionale annuale, sacrificando parte della assistenza sociale (spesso assai scarsa) verso i propri cittadini, creando frizioni tra le comunità ospitanti e i rifugiati. Anche le Agenzie Umanitarie ONU e le ONG internazionali sono costrette a ridurre l’assistenza ai rifugiati, tagliando sulla qualità dell’assistenza sanitaria e sulle razioni di cibo.
Sembra che l’assistenza ai rifugiati africana sia passata di moda, tanto questi milioni di persone non avranno mai i soldi per raggiungere l’Europa nemmeno da clandestini.

La maggioranza dei rifugiati burundesi in Tanzania sono di etnia Tusti delle provincie est del Burundi. «Il ritorno di questi rifugiati tutsi farebbe scattare subito tre problemieconomicolegale ed etnico», ci dicono, dietro garanzia di anonimato, alcunimembri del partito CNDD-FDD contrari all’attuale linea politica, ma costretti al silenzio per sopravvivere nel loro Paese e continuare ad essere quadri di partito o parlamentari. «Il Burundi è in bancarotta. La sua economia assomiglia ad un paziente in cure intensive. Le elemosine elargite da Cina, Russia e Francia non sono sufficienti per rilanciare l’economia. È vero che abbiamo dei giacimenti di nichel e di terre rare. C’è anche un po’ di petrolio, ma non vi siete mai chiesti perché sono quasi 20 anni che questi giacimenti sono stati scoperti ma nessuna multinazionale ha ancora investito per le attività di estrazione? La stabilità, la sicurezza, la pace (elementi di base per grossi investimenti) mancavano 20 anni fa come mancano oggi, la situazione non è cambiata. Forse è peggiorata. Attualmente il Paese non è economicamente in grado di sostenere 141.000 bocche in più da sfamare. Le case, i terreni e i capi di bestiame dei profughi tutsi sono state rubate dalle milizie Imbonerakure, nonostante i profughi detengano ancora i titoli di proprietà immobiliare. Al loro rientro, trovandosi degli occupanti abusivi, è logico pensare al sorgere di forti tensioni sociali in cui le Imbonerakure partono avvantaggiate essendo legate al CNDD-FDD. Da qui sorge parte del problema di sicurezza. I profughi tutsi rientrati avranno la scelta di lasciare perdere le rivendicazioni di proprietà o di sfidare i miliziani Imbonerakure con il rischio di venire assassinati. La possibilità di esecuzioni extragiudiziarie è alta anche senza la presenza di contese di immobili o terre. Molti profughi sono stati attivisti contro il terzo mandato di Pierre Nkurunziza nel 2015. I loro nomi sono sulla lista nera e la natura psicopatica degli attuali dirigenti del CNDD-FDD non perdona. Saranno trucidati uno ad uno nel più assoluto silenzio».

Per meglio affrontare le elezioni presidenziali del 2020, alle quali probabilmente Nkurunziza si ripresenterà, nonostante le promesse fatte di non voler aspirare ad un quarto mandato, il regime CNDD-FDLR ha già sotto controllo la Commissione Elettorale Nazionale Indipendente, composta da membri del partito e delle milizie Imbonerakure. Il risultato delle elezioni è già stato scritto a distanza di un anno dal voto…

Il Primo Vice Presidente Gaston Sindimwo, nella intervista rilasciata al settimanale ‘The East African’, dichiara che Rwanda e Burundi sono Paesi gemelli. Per questo spera che le relazioni (assai tese) possano migliorare a breve termine. È un passo obbligato, in quanto il Burundi necessita del Rwanda e viceversa. Secondo Sindimwo in questo momento non esistono particolari tensioni tra i due Paesi. Sindimwo ha evidentemente sorvolato il recente tentativo di invasione dei terroristi ruandesi FDLR che sono entrati nel Rwanda attraverso la frontiera burundese assieme ai loro amici Imbonerakure…

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