sabato, Ottobre 24

Taiwan e l’Asian Infrastructure Investment Bank

0

Il 31 marzo Taiwan ha inviato alla Cina la sua richiesta di adesione alla Banca Asiatica di Investimento per le Infrastrutture (AIIB) in qualità di membro fondatore. La creazione della nuova istituzione era stata annunciata già nell’ottobre del 2014, quando rappresentanti di 21 Stati asiatici si erano riuniti a Pechino per firmare un memorandum. Lo scopo della banca è di mettere a disposizione capitali per creare infrastrutture in aree povere del continente asiatico. Fra gli Stati firmatari del documento vi erano il Bangladesh, la Cambogia, il Nepal, il Pakistan, Singapore, il Qatar, la Tailandia, l’India, la Malesia e il Vietnam. La AIIB avrà un capitale iniziale di 50 miliardi di dollari e un capitale massimo di 100 miliardi.
L’iniziativa per la fondazione della nuova banca internazionale era stata presa dalla Repubblica Popolare Cinese (RPC), un Paese la cui economia negli ultimi tre decenni è diventata sempre più importante per gli equilibri mondiali, ma la cui influenza nelle grandi istituzioni internazionali come il Fondo monetario internazionale e la Banca mondiale non è cresciuta in maniera proporzionale. Da anni la Cina chiede maggiore peso in quelle istituzioni che, create dopo la Seconda guerra mondiale dal mondo occidentale guidato dagli Stati Uniti, riflettono un ordine geopolitico sempre più obsoleto. Esso deriva dall’assetto postbellico siglato nel luglio del 1944 a Bretton Woods, il quale garantiva agli Stati Uniti una dominanza sugli affari mondiali solo parzialmente controbilanciata dalla partecipazione degli alleati europei e del Giappone. Con la fine della Guerra fredda, di fatto, il mondo occidentale e il Giappone hanno esercitato un’egemonia sul resto del globo, che però era poco gradito alle potenze economiche emergenti, e in particolare alla Cina.
A fronte della crescita economica dei Paesi in via di sviluppo, nel 2010 la Banca mondiale aveva aumentato i voti della Cina dal 2.77% al 4.42%, rendendolo il terzo Paese più importante per numero di voti. Ma la Cina rimaneva insoddisfatta della dominanza degli Stati Uniti e dei suoi alleati. Nel 2014, il fallimento del Congresso americano di approvare una riforma del Fondo monetario internazionale per dare più peso agli Stati emergenti aveva irritato Pechino. Hong Lei, il Ministro degli Esteri cinese, aveva detto che «la reputazione, l’efficacia e la legalità» del Fondo monetario dipendevano proprio da quelle riforme.
Uno degli organismi internazionali postbellici più sgraditi a Pechino è la Banca Asiatica per lo Sviluppo (ADB), creata sul modello della Banca mondiale e in cui il Giappone ha un ruolo primario. Nella ADB, Tokyo ha un potere di voto pari al 12.835% e gli Stati Uniti pari al 12.747%. La Cina, invece, ha solo il 5.474%.
La creazione della AIIB rappresenta un tentativo da parte della Cina di modificare l’ordine globale e di ottenere più prestigio ed influenza nel mondo. Il fatto che la nuova banca internazionale sia una mossa politica oltre che economica è stato confermato dalla reazione negativa degli Stati Uniti. Quando il 12 marzo il Regno Unito, lo storico alleato di Washington, annunciò di voler aderire alla AIIB e diventare un partner privilegiato della Cina in Europa, Washington protestò, accusando Londra di fare una politica di ‘appeasement’ nei confronti del gigante asiatico. Il Governo britannico è stato inoltre accusato da gruppi di attivisti di chinarsi al volere di Pechino, ad esempio evitando di rilasciare dichiarazioni sulle manifestazioni democratiche di ‘Occupy Central’ nell’ex colonia britannica di Hong Kong. Gli Stati Uniti hanno espresso le loro riserve in modo netto. «Siamo preoccupati per la costante tendenza a scendere a compromessi con la Cinaha dichiarato un ufficiale statunitense al ‘Financial Times’. «Questo non è il modo migliore per fronteggiare una potenza emergente. Secondo il consiglio di sicurezza nazionale americano, la AIIB non offre alcuna garanzia che essa rispetterà gli ‘alti standard’ della Banca mondiale, in particolare per quanto riguarda la sua «amministrazione, il rispetto dell’ambiante e i valori sociali
Sia gli Stati Uniti che il Giappone, il quale da alcuni anni ha rapporti sempre più tesi con la Cina, hanno preferito non entrare a far parte della AIIB. Ma la mossa della Gran Bretagna ha scatenato un’ondata di richieste di adesione da parte di altri alleati degli Stati Uniti, fra cui la Germania, la Francia, l’Italia, l’Australia e la Corea del Sud. Secondo il Governo cinese, i membri fondatori della AIIB sono 46. Gli Stati Uniti e il Giappone si sono dunque trovati isolati diplomaticamente, una situazione che non ha precedenti dalla fine della Seconda guerra mondiale. A Pechino, il fallimento dell’opposizione di Washington è stato registrato con soddisfazione. «Questo dimostra che non è necessario fare sempre i conti con gli Stati Uniti,» ha detto Wu Xinbo, direttore del Centro di Studi Americani dell’Università Fudan di Shanghai. «Si può benissimo lavorare con i partner asiatici e con molti altri al di fuori dell’Asia
Mentre molti Paesi possono sperare di trarre beneficio dall’AIIB, per Taiwan la situazione è molto più complessa. La PRC, infatti, considera l’isola parte integrante del proprio territorio. Secondo la Legge antisecessione approvata dal Governo di Pechino nel 2005, lo Stato comunista può usare la forza per annettere Taiwan nel caso in cui quest’ultima dichiari ufficialmente di essere indipendente dalla Cina. Il nome ufficiale di Taiwan è Repubblica di Cina (RDC), lo Stato fondato nel 1912 dopo la caduta dell’impero cinese. Nel 1949, i comunisti di Mao Zedong rovesciarono il Governo della RDC, che si ritirò a Taiwan, l’ultima parte della Cina sotto il proprio controllo. Da allora, sia Taipei che Pechino sostengono di essere l’unico legittimo Governo di tutta la Cina.
L’attuale Governo di Taiwan è guidato da Ma Ying-jeou, membro del Guomindang (Partito Nazionalista Cinese). Egli condivide il ‘principio di una sola Cina’, al quale si attiene anche il Partito Comunista Cinese (PCC). Secondo questo principio, Taiwan è una provincia della Cina. Ma il Guomindang considera la RDC come il Governo della Cina. La maggioranza dei Paesi del mondo, però, inclusi gli Stati Uniti, il Giappone, e i Paesi europei con l’eccezione del Vaticano, non riconoscono la RDC come Stato sovrano. Fino al 1971, la RDC rappresentava la Cina alle Nazioni Unite, finché il suo posto non fu dato alla RPC. Di fatto, la RDC è uno ‘Stato fantasma che esiste di fatto ma non sulla carta. Esso ha rapporti diplomatici ufficiosi con altri Paesi e partecipa a diverse organizzazioni internazionali, ma non può usare il suo nome ufficiale o la propria bandiera.
La domanda di adesione alla AIIB pone dunque delle questioni molti difficili per Taiwan, la quale vive sotto la costante minaccia di un’invasione dalla Cina continentale. Da una lato, Pechino ha dato il ‘benvenuto’ a Taiwan come membro della nuova banca. Dall’altro, però, ha fatto sapere che l’isola potrà entrare a far parte della AIIB solo con un «nome appropriato».
Il problema del nome riaffiora ogni qual volta Taiwan vuole partecipare ad organizzazioni o anche competizioni sportive internazionali. Ad esempio, alle Olimpiadi essa è rappresentata con il nome ‘Chinese Taipei’. Questo nome, scelto nel 1979, era gradito sia a Pechino che a Taipei grazie alla sua ambiguità che permetteva di evitare la spinosa questione della sovranità della Cina. Nel 1966 Taiwan aderì all’ADB con il nome Repubblica di Cina. Esso fu poi cambiato nel 1986, quando la RPC fu accettata come membro, e a Taiwan venne dato il nome di ‘Taipei,China’. Il Governo taiwanese protestò contro questo nome, invano.
Il Governo di Ma Ying-jeou ha da sempre sostenuto l’importanza di buoni rapporti fra Taiwan e la Cina continentale, in modo tale non solo di mantenere la pace fra i due lati dello stretto ma anche da permettere agli imprenditori taiwanesi di sfruttare le opportunità offerte dal vasto mercato della RPC. Non è un caso che questi ultimi siano fra i maggiori sostenitori dell’attuale Governo. Secondo il Ministero dell’Economia, l’entrata di Taiwan nella AIIB porterebbe a un aumento degli investimenti e a nuove possibilità economiche. Inoltre, l’isola rischierebbe di venire marginalizzata se ne restasse fuori. Ma Ying-jeou rimane dunque fedele alla sua politica di riavvicinamento a Pechino. E’ stata proprio questa sua convinzione, però, a portare al disastro elettorale del Guomindang.
Molti cittadini taiwanesi, infatti, sono contrari ad una intensificazione dei rapporti con la Cina, che considerano un Paese straniero che minaccia di annettere l’isola con la forza. Quando nel marzo dello scorso anno Ma Ying-jeou tentò di far ratificare dal parlamento l’Accordo Bilaterale sul Commercio in Servizi che avrebbe ulteriormente aperto il mercato taiwanese alla Cina, migliaia di studenti, politici e attivisti scesero in strada. A causa dell’insistenza del Governo nel portare avanti l’accordo, i manifestanti occuparono il parlamento, dando vita al cosiddetto ‘Movimento dei Girasoli’. Esso costrinse la maggioranza governativa a bloccare la ratifica del documento, che ad oggi non è stato ancora approvato.
La dichiarazione del Governo che Taiwan avrebbe presentato la domanda di ammissione all’AIIB ha causato una reazione simile. Il 31 marzo e il 1° aprile centinaia di persone si sono radunate davanti al Palazzo presidenziale per protestare contro l’adesione all’AIIB, e soprattutto contro il fatto che Taiwan ha presentato la sua domanda attraverso il TAO (Taiwan’s Affairs Office), un organo semigovernativo della RPC che opera nell’ambito del ‘principio di una sola Cina’.
«Siamo qui per esprimere la nostra opposizione alla domanda di adesione all’AIIB da parte del Governo attraverso il TAO e al ‘principio di una sola Cina», ha dichiarato Wu Cheng, un attivista del gruppo Democracy Tautin che ha partecipato alle manifestazioni. «Se Taiwan vuole entrare nell’AIIB dovrebbe fare domanda direttamente, non attraverso un’agenzia del Governo cinese
La mossa di Ma Ying-jeou e del Guomindang appare a molti come un altro capitolo della ‘politica delle porte chiuse in cui il Governo prende decisioni insieme a Pechino, senza però consultare la popolazione taiwanese. Un esempio di questa strategia è proprio la questione del nome di Taiwan. Secondo il Governo di Taiwan, il problema del nome verrà discusso durante il prossimo incontro fra rappresentanti della Cina continentale e di Taiwan che si svolgerà ad aprile a Xi’an. Molti temono che questo possa danneggiare la sovranità di Taiwan e renderla sempre più dipendente dalla Cina.

L’informazione che non paghi per avere, qualcuno paga perché Ti venga data.

Hai mai trovato qualcuno che ti paga la retta dell’asilo di tuo figlio? O le bollette di gas, luce, telefono? Io no. Chiediti perché c’è, invece, chi ti paga il costo di produzione dell'Informazione che consumi.

Un’informazione che altri pagano perché ti venga data: non è sotto il Tuo controllo, è potenzialmente inquinata, non è tracciata, non è garantita, e, alla fine, non è Informazione, è pubblicità o, peggio, imbonimento.

L’Informazione deve tornare sotto il controllo del Lettore.
Pagare il costo di produzione dell’informazione è un Tuo diritto.
"L’Indro" vuole che il Lettore si riappropri del diritto di conoscere, del diritto all’informazione, del diritto di pagare l’informazione che consuma.

Pagare il costo di produzione dell’informazione, dobbiamo esserne consapevoli, è un diritto. E’ il solo modo per accedere a informazione di qualità e al controllo diretto della qualità che ci entra dentro.

In molti ti chiedono di donare per sostenerli.

Noi no.

Non ti chiediamo di donare, ti chiediamo di pretendere che i giornalisti di questa testata siano al Tuo servizio, che ti servano Informazione.

Se, come noi, credi che l’informazione che consumiamo è alla base della salute del nostro futuro, allora entra.

Entra nel club L'Indro con la nostra Membership

Commenti

Condividi.

Sull'autore