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Taiwan: quale rapporto con la Cina?

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Hong Kong – Il 15 aprile il Partito Democratico Progressista (PDP), il maggiore partito di opposizione di Taiwan, ha nominato ufficialmente Cai Yingwen come candidata per le elezioni presidenziali che si terranno nel 2016. Di fatto, la scelta di Cai, che è anche segretaria del PDP, dà il via alla campagna elettorale nell’isola-Stato. Come sempre, la questione che più anima i dibattiti fra il PDP e l’attuale Governo del Guomindang (Partito Nazionalista Cinese), è il futuro dei rapporti con la Cina.
Il Guomindang fu fondato nel 1912 nella Repubblica di Cina (RDC) dal rivoluzionario Sun Yatsen. Esso si è da sempre fatto portavoce del nazionalismo cinese e considera Taiwan come parte integrante della Cina. Nel 1949 la RDC fu rovesciata dai comunisti di Mao Zedong e il Guomindang si ritirò a Taiwan, l’unica provincia che le truppe di Mao non erano riuscite a conquistare. Il PDP, fondato nel 1986, è invece espressione del nazionalismo taiwanese e dellopposizione alla dittatura del Guomindang, che durò fino alla fine degli anni ’80. Come ha spiegato Shelley Rigger, mentre nella maggior parte dei Paesi le divisioni ideologiche fra partiti sono determinate dal loro orientamento di destra o sinistra, a Taiwan le divergenze politiche più profonde riguardano le relazioni con la Cina.
Sin dalla sua prima vittoria alle elezioni nazionali del 2000, il PDP si è trovato di fronte ad un dilemma: come mettere in atto il proprio programma massimalista, che prevede lindipendenza di Taiwan dalla Cina, non solo di fatto, ma anche de iure, e allo stesso tempo evitare una guerra con Pechino, una guerra che la piccola isola di 23 milioni di abitanti difficilmente potrebbe vincere senza assistenza militare dall’estero?
Chen Shui-bian, il primo Presidente taiwanese del PDP, iniziò la sua prima legislatura con cautela. Successivamente, però, la sua strategia nei confronti della Cina si irrigidì. Nel 2002, Chen disse che la Cina e Taiwan sono due Paesi diversi. Nel 2007, ad un anno dalle elezioni presidenziali, egli propose un referendum sull’entrata di Taiwan nella NATO con il nome ‘Taiwan’, cosa che Pechino considerava una provocazione. Latteggiamento di Chen fece infuriare il Governo comunista e frustrò gli Stati Uniti, i quali sin dal 1949 sostengono militarmente Taiwan affinché l’isola possa difendersi in caso di un’invasione dalla Cina continentale. Il Governo americano, però, è interessato al mantenimento dello status quo e teme una escalation fra Pechino e Taipei, cosa che rischierebbe di trascinare Washington in una guerra con il gigante asiatico. In reazione alle politiche ‘separatiste’ del PDP, nel 2005 il Governo di Pechino promulgò la controversa Legge antisecessione che di fatto legalizza l’uso della forza se Taiwan dovesse dichiararsi formalmente indipendente dalla Cina.
Nel 2008, gli elettori taiwanesi, stanchi di vivere nella paura di un conflitto militare, e delusi dalle politiche economiche del Presidente, riportarono al potere il Guomindang, il cui leader, Ma Ying-jeou, promise di migliorare i rapporti con la Cina. Egli dichiarò che avrebbe mantenuto lo status quo e intensificato gli scambi commerciali, turistici e culturali fra i due lati dello Stretto. Il ‘fattore Cina’, però, finì per costare caro anche al nuovo Presidente. Il suo riavvicinamento al Paese comunista, infatti, andava ben al di là di ciò che i taiwanesi si erano augurati. Mentre gli elettori desideravano semplicemente la fine delle tensioni, il Guomindang fece un passo ulteriore, creando un’alleanza con il Partito Comunista Cinese (PCC) che il quotidiano taiwanese ‘Taipei Times’ ha definito «il terzo fronte unito» fra i comunisti e i nazionalisti, un riferimento al primo e secondo fronte unito del 1924-27 e del 1937-41.
Nel 2013, il sodalizio fra i due partiti portò alla firma a Shanghai del Cross-Strait Service Trade Agreement (CSSTA), un accordo di libero scambio fra la Cina e Taiwan. Nel febbraio del 2014, i cordiali rapporti fra il PCC e il Guomindang culminarono nello ‘storico’ incontro tenutosi a Nanjing fra rappresentanti delle due parti. Il luogo del summit aveva una forte importanza simbolica, dato che Nanjing era la capitale della Cina durante la dittatura del Guomindang fra il 1927 e il 1949.
Parte dell’opinione pubblica taiwanese, però, vedeva nella collaborazione fra gli ex avversari della Guerra Civile un tentativo di svendere Taiwan alla Repubblica Popolare Cinese (RPC). Molti criticavano la mancanza di trasparenza e di legittimità degli accordi. Mentre i due Governi celebravano la nuova era di armonia, la crescente rabbia della popolazione taiwanese sfociò nel Movimento dei Girasoli’ che paralizzò il Parlamento di Taipei per circa due mesi. Nel novembre dello scorso anno, i cittadini punirono il Guomindang alle elezioni locali, in cui il PDP conquistò 13 delle 22 contee e città più importanti, fra cui la capitale Taipei. Quattro anni prima, il PDP se ne era aggiudicate soltanto 6.
La sconfitta del Guomindang portò alle dimissioni di Ma Yingjeou da segretario del partito. Il suo successore, Eric Chu, l’attuale sindaco di New Taipei City, dovrà riconquistare i voti degli elettori delusi dalla performance del Guomindang. Per fare ciò, egli sarà costretto a cambiare rotta nei rapporti con la Cina, se vuole evitare un altro tracollo alle urne. Ricalibrare la strategia del Guomindang è, però, un compito arduo, visto che l’eventuale riunificazione fra la Cina e Taiwan rimane un asse portante del suo programma. È difficile, se non del tutto impossibile, per il partito fare marcia indietro e rinnegare la traiettoria di dialogo con il PCC determinatasi sotto la leadership di Ma Ying-jeou. In particolare, il cosiddetto ‘consenso del 1992’ continua a dividere maggioranza e opposizione. Tale consenso è un accordo verbale raggiunto fra il Guomindang e il PCC prima che Taiwan diventasse pienamente democratica. Secondo questo compromesso, vi è una sola Cina e Taiwan è parte della Cina, ma i due lati dello Stretto «interpretano in modo diverso» il significato della parola ‘Cina’. Per Taipei, la Cina è la RDC; per Pechino, la Cina è la RPC. Questo stratagemma retorico permette alle due parti, che di fatto sono due Stati separati, di mantenere la finzione di unità nazionale.
In una recente dichiarazione, Ma Yingjeou ha riconfermato limportanza del consenso del 1992 in quanto chiave dei rapporti fra i due lati dello Stretto. «La proposta del consenso fu fatta nel rispetto della Costituzione della RDC», ha detto. «Si è rivelata una via pragmatica per salvaguardare la sovranità e la dignità nazionale, per promuovere lo sviluppo pacifico dei legami bilaterali e la stabilità regionale».
Eric Chu, invece, ha un atteggiamento più ambiguo nei confronti del consenso del 1992. Riferendosi alla ‘politica di una sola Cina’, la quale rappresenta un punto fermo dell’ideologia del PCC, Chu ha detto di rispettare il desiderio di Pechino di basare il dialogo con Taiwan sul principio di unità nazionale, ma ha aggiunto che «noi abbiamo il nostro punto di vista». Secondo il segretario del Guomindang, la cosa più importante «è lo stabile sviluppo della pace nello Stretto».
Chu ha rilasciato queste dichiarazioni nell’ambito del 10° Forum bilaterale fra il PCC e il Guomindang che si è tenuto a Shanghai il 3 maggio. Dopo aver preso parte al forum, egli si è recato a Pechino, dove ha incontrato il leader della RPC, Xi Jinping. La visita di Chu nella Cina continentale dimostra la difficoltà del Guomindang a rinnovarsi e a prestare ascolto allopinione pubblica taiwanese. Chu fatica a formulare una visione coerente per il futuro delle relazioni bilaterali con la Cina. Se da un lato egli sembra voler continuare sulla strada della cooperazione pacifica con Pechino, dall’altro non può ignorare che tale politica gli potrebbe costare milioni di voti. Persino il ‘China Times’, un giornale di Taiwan che non nasconde le sue simpatie per il Guomindang e la riunificazione fra i due lati dello Stretto, ha affermato in un editoriale che il partito deve reinterpretare il consenso del 1992, e che lincontro fra Chu e Xi «difficilmente potrà far qualcosa per aumentare le chances elettorali del Guomindang e la sua popolarità presso l’opinione pubblica di Taiwan».
Cai Yingwen ha immediatamente afferrato l’occasione per criticare aspramente il suo rivale, sostenendo che le relazioni fra la Cina e Taiwan si stanno trasformando in relazioni fra il PCC e il Guomindang. Eppure, dopo il fallimento elettorale del 2012, anche Cai deve fare i conti con una realtà spesso più complessa di astratti calcoli politici. Ella ha compreso che sfidare apertamente Pechino e portare Taiwan sullorlo di una crisi, come è già successo in passato, potrebbe alienare lelettorato moderato. Cinque giorni prima della sua candidatura ufficiale, Cai aveva reso pubblica la piattaforma elettorale del partito per quanto riguarda i rapporti con la Cina. Alla riunione del Comitato per gli Affari della Cina del PDP tenutasi il 10 aprile, Cai aveva dichiarato che l’obiettivo principale del partito è il mantenimento dello status quo. I principi guida della sua politica sono stabilità, democrazia e cooperazione internazionale. In passato, il PCC e il Guomindang erano riusciti a far apparire il PDP agli occhi dell’opinione pubblica come una forza politica imprevedibile, radicale e che cercava lo scontro con la Cina. Cai ha dunque fatto molta attenzione nel rassicurare l’elettorato. «Siamo perfettamente coscienti del fatto che, se il PDP tornerà al Governo, la gestione dei rapporti bilaterali sarà un compito molto difficile. Ma siamo certi che riusciremo a gestire le relazioni bilaterali in modo tale da evitare sorprese. Di sicuro non creeremo contraddizioni e conflitti e non causeremo scontri».
A differenza del Guomindang, che ha portato avanti i rapporti con la Cina in maniera poco trasparente, il PDP sostiene di voler fare del consenso popolare uno dei pilastri del proprio programma. «Il volere collettivo del popolo è il criterio che ogni Governo deve seguire», ha detto Cai. «La posta in gioco dei rapporti bilaterali sono gli interessi e la prosperità futura di 23 milioni di taiwanesi. Gli abitanti di Taiwan vogliono il mantenimento della pace e della stabilità nello Stretto, la salvaguardia dei valori democratici e della futura autonomia di Taiwan». Criticando il ‘fronte unito’ fra il partito nazionalista e quello comunista, ella ha dichiarato che «le relazioni bilaterali non devono limitarsi al PCC e al Guomindang», e che Pechino dovrebbe «trattare qualunque partito andrà al potere a Taiwan in futuro su un piano di parità, in modo da mantenere lo status quo». Cai ha anche cercato di dissipare i dubbi riguardanti i rapporti con gli Stati Uniti, i quali sono di fatto i garanti dello status quo. Sotto Chen Shui-bian, il PDP aveva irritato Washington attraverso dichiarazioni unilaterali che avevano sconvolto l’equilibrio tacitamente raggiunto con la Cina, e avevano messo in pericolo le relazioni sino-americane. Cai ha voluto rassicurare il Governo statunitense che, se il PDP dovesse essere eletto, Taipei sarà un partner affidabile e prevedibile. Essa ha parlato di «responsabilità nei confronti della comunità internazionale», riconoscendo così che la questione di Taiwan ha ripercussioni globali. «Comprendiamo perfettamente e prendiamo sul serio l’interesse degli Stati Uniti per la situazione nello Stretto di Taiwan», ha detto, «e saremo lieti di consultarci con gli Stati Uniti su come gestire i rapporti con la Cina nel caso in cui tornassimo al Governo».
Il programma del PDP, nella sua ambiguità, riflette la difficoltà nel trovare un equilibrio fra il desiderio dindipendenza dei taiwanesi e la paura di un conflitto armato. I sostenitori di una soluzione radicale sono delusi dal fatto che il PDP abbia messo da parte il proprio programma massimalista. Gu Kuanming, un attivista che si batte per l’indipendenza di  Taiwan, ha criticato lirresolutezza di Cai Yingwen. «Se mantenere lo status quo è la politica del PDP, come posso essere d’accordo con Cai?», ha detto Gu. «La Seconda Guerra Mondiale è finita da 70 anni, e per tutto questo tempo abbiamo mantenuto lo status quo. In che modo ha ciò risolto la questione di Taiwan?».
Sembra che la chiarezza della visione di politici come Ma Ying-jeou o Chen Shui-bian non abbia più spazio in una Taiwan divisa e intimorita, che deve far fronte ad una Cina economicamente e militarmente sempre più forte. Pare dunque che Taiwan, un Paese dilaniato dalle contraddizioni ereditate dal conflitto fra PCC e Guomindang e dalla Guerra Fredda, una società democratica ma schiacciata fra le due superpotenze globali, sia destinata a rimanere un’anomalia nel panorama internazionale, un simbolo delle contraddizioni e dei pericoli dellemergente ordine globale sinoamericano.

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