martedì, Novembre 12

Taiwan: la Cina attaccherà? Con Ross Darrell Feingold, analista di Taiwan, parliamo del difficile rapporto tra Pechino e Taipei

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Il difficile rapporto tra Taiwan (formalmente Repubblica di Cina) e la Repubblica Popolare Cinese si arricchisce di un nuovo capitolo e, questa volta, la posta in gioco sembra alzarsi. In occasione del quarantesimo anniversario del messaggio distensivo inviato da Pechino a Taipei, chiedendo la fine di uno stato di guerra che durava dal 1949, il Presidente della Repubblica Popolare, Xi Jinping, ha dichiarato che la Cina deve essere unificata a tutti i costi e che non è escluso l’uso della forza contro Taiwan se non verranno fatti significativi passi avanti sulla via dell’unificazione. Nel suo messaggio, Xi ha ribadito la tradizionale posizione di Pechino, che considera l’isola di Taiwan come parte del proprio territorio.

Il Governo di Taiwan, da parte su, di considera l’erede di quella Repubblica di Cina nata nel 1912 con la fine dell’Impero Cinese della dinastia Qing. Nel 1927, la Guerra Civile Cinese vide i comunisti di Mao Zedong opporsi ai nazionalisti di Chang Kai-Shek: salvo una temporanea tregua per concentrarsi contro l’invasore giapponese (1937-45), la guerra civile si protrasse fino al 1949 e si concluse con la vittoria dei comunisti. Da allora, i resti delle forze nazionaliste si ritirarono sull’isola di Taiwan, senza riconoscere la neonata Repubblica Popolare Cinese (la Capitale ufficiale di Taiwan, infatti, è Nanchino, in territorio cinese: Taipei è la Capitale temporanea).

Se in un primo momento la gran parte del mondo occidentale si schierò con Taiwan, con il tempo la comunità internazionale si adattò alla realtà dei fatti, riconoscendo la Repubblica Popolare Cinese come legittimo Governo della Cina e dando a Pechino in seggio permanente nel Consiglio di Sicurezza dell’Organizzazione delle Nazioni Unite che prima era di Taipei.

Negli anni, i rapporti tra i due Stati hanno avuto alti e bassi. Per Pechino, Taiwan è una regione ribelle, il cui Governo illegittimo mira a dividere il territorio del Paese; il Governo di Taipei, d’altra parte, si considera un un Governo sovrano e, come ha ribadito il Presidente Tsai Ing-wen, non accetta ingerenze nella propria politica.

L’intervento di Xi, con il richiamo all’ipotesi di una soluzione militare al problema del separatismo taiwanese, pone alcuni problemi, sia dal punto di vista del Diritto Internazionale, sia dal punto di vista delle conseguenze geopolitiche di un eventuale conflitto (come reagirebbero Paesi come la Corea del Nord, da un lato, e Corea del Sud e Giappone, dall’altro? Cosa farebbero Stati Uniti e Russia? Quale sarebbe la posizione dell’ONU?).

Per tentare di chiarire se l’ipotesi militare sia verosimile o se si tratti di una mossa propagandistica, oltre che le eventuali implicazioni di un eventuale scontro armato tra Pechino e Taipei, abbiamo parlato con Ross Darrell Feingold, analista di Taiwan.

 

Quale è, allo stato attuale, il rapporto giuridico e politico tra Cina e Taiwan?

Nel 1949 la Guerra Civile Cinese tra comunisti e nazionalisti si risolse in una vittoria dei primi e l’instaurazione della Repubblica Popolare Cinese (RPC). Il Governo nazionalista della Repubblica di Cina (RdC), internazionalmente riconosciuto, spostò la propria Capitale a Taipei, sull’isola di Taiwan e, fino agli anni ’90 del XX secolo, sostenne di essere il legittimo Governo della Cina. Fino al 1971, la Repubblica di Cina mantenne anche il proprio seggio alle Nazioni Unite: in quell’anno, il seggio della Cina fu dato alla RPC e, da allora, la Repubblica di Cina è stata esclusa dall’ONU e, di conseguenza, da molte altre organizzazioni internazionali. L’isola di Taiwan, conosciuta anche come Formosa, è stata ceduta dalla dinastia Qing al Giappone nel 1895; alla fine della Seconda Guerra Mondiale, gli Alleati permisero alla Repubblica di Cina di accettare la resa della guarnigione giapponese di Taiwan, però gli abitanti di Taiwan, gli studiosi di Diritto Internazionale e gli storici discutono ancora se questo significasse il ritorno della sovranità su Taiwan nelle mani della Repubblica di Cina o se, al contrario,si trattasse semplicemente di una temporanea occupazione militare. Dal 1949, i nazionalisti hanno governato Taiwan (e le isole di Kinmen, Matsu e Penghu) con la legge marziale fino al 1988; da allora, elezioni democratiche hanno portato a numerosi passaggi di potere tra il Partito Nazionalista e il Partito Democratico Progressista (PDP). Generalmente, i nazionalisti riconoscono che la RPC e la RdC fanno entrambe parte della Cina, senza però l’accordo sul fatto se la Cina sia la RPC o la RdC. Si dice anche “una Cina, due interpretazioni” o “Consensus 1992”, dall’anno in cui i rappresentanti di RPC e RdC trovarono un accordo su questa situazione (anche se si discute ancora sul fatto che ci sia un effettivo accordo).

Sin dalla sua fondazione, il PDP ha respinto la legittimità della presenza della RdC a Taiwan e le circostanze tramite le quali, nel 1945, questa è arrivata ad esercitare la propria autorità sull’isola. All’epoca della sua fondazione, il PDP era molto più aggressivo di quanto non sia ora nel chiedere la fine formale della RdC, arrivando a chiedere un referendum popolare per rinominare il Paese Repubblica di Taiwan ed arrivare ad una nuova Costituzione (quella attuale è stata introdotta dai nazionalisti in Cina prima della fine della Guerra Civile). La posizione degli altri Paesi è varia. I più potenti Paesi occidentali, come gli Stati Uniti, normalmente riconoscono le pretese della RPC su Taiwan, senza però riconoscere la sovranità di Pechino sull’isola. I Paesi più piccoli e meno potenti normalmente sono più espliciti nel riconoscere che Taiwan fa parte della Cina e nel sostenere che ci sia un’unica Cina, la RPC. In tutta questa complessa storia c’è solo un fatto certo, ovvero che la RPC non ha mai esercitato la propria autorità su Taiwan, Kinmen, Matsu e Penghu. In ogni caso, dal punto di vista della RPC, la RdC ha cessato di esistere alla fine della Guerra Civile, nel 1949, e la RPC, come Stato successore secondo la legge internazionale, ha sovranità su queste isole tanto quanto su le altre eredità che reclama sul Mare Cinese Orientale e sul Mare Cinese Meridionale.

Perché Taiwan è così importante per Pechino? Si tratta solo di una questione di principio o ci sono ragioni politiche ed economiche più profonde?

L’impossibilità della RPC di esercitare la propria autorità su Taiwan rappresenta la più significativa tra le questioni non risolte della Guerra Civile Cinese. Per decenni, fino al 1988, il Governo nazionalista di Taiwan ha rivendicato il proprio ruolo di Governo legittimo di tutta la Cina e, addirittura, ha minacciato di voler utilizzare la forza per strappare il Paese ai comunisti. Se la minaccia nazionalista di utilizzare la forza per riprendere il controllo della Cina non potrà mai realizzarsi e la competizione per rappresentare il Paese nella comunità internazionale è stata da tempo vinta dai comunisti, questo nodo irrisolto rappresenta non di meno un’eneorme perdita di prestigio per il Governo di Pechino. Con la crescita della forza economica e militare della RPC negli ultimi decenni, il Governo ha tentato di dimostrare al pubblico cinese che sia le storiche violazioni della propria sovranità, sia gli sforzi da parte di altri Paesi (siano essi occidentali o orientali, come il Giappone) per negare alla Cina in passato e alla RPC oggi il proprio legittimo posto nella comunità internazionale, sono finalmente terminati. Nonostante ciò, la rapida crescita economica e militare della RPC, il malcontento tra i tibetani e gli uiguri che chiedono l’indipendenza nel sud-ovest e nel nord-ovest del Paese, la preoccupazione internazionale riguardo le pretese di sovranità della RPC nel Mare Cinese Meridionale e nel Mare Cinese Orientale, la crescente richiesta di autonomia ad Hong Kong (e delle altre minoranze meno numerose), hanno fatto sì che la sensibilità di Pechino sulle questioni riguardanti la propria sovranità sia molto aumentata. Con l’attuale Governo del PDP, eletto a Taiwan nel 2016, che rifiuta di riconoscere che Taiwan e la Cina siano parti di uno stesso Paese (a differenza del precedente Governo nazionalista, tra il 2008 e il 2016), le autorità di Pechino hanno messo fine ai rapporti intergovernativi e intrapreso azioni per dimostrare il proprio disappunto per le posizione del Governo del PDP.

Esiste la possibilità che si arrivi, un giorno, ad una riunificazione della Cina? Quanto è fondato il riferimento di Xi all’eventualità di un utilizzo della forza nei confronti di Taiwan?

La minaccia di un atto di forza per arrivare all’unificazione di Taiwan alla RPC deve essere presa seriamente in considerazione da tutte le parti in causa. Questo include la popolazione di Taiwan, i Governi degli Stati Uniti e di altri Paesi in Asia e, soprattutto, il Governo di Taiwan, a prescindere da chi sia il Presidente e il partito al potere. In generale conosciamo alcune contromisure che la popolazione e il Governo di Taiwan possono mettere in atto per evitare l’uso della forza da parte della RPC. Queste includono il cambio del nome e la nascita ufficiale della Repubblica di Taiwan. A parte questo, possiamo solo fare speculazioni. I commentatori cinesei, sia all’interno che all’esterno del Governo, negli ultimi anni hanno paventato un’azione militare, ad esempio, nel caso di uno sbarco a Taiwan di navi della Marina USA; questo dimostra come ci sia un dibattito significativo all’interno del Governo della RPC sul fatto che delle più strette relazioni tra USA e Taiwan (al di là della vendita di armi statunitensi a Taipei) potrebbe rendere necessaria una risposta militare da parte di Pechino. Allo stesso tempo, ci sono state speculazioni sul fatto che, se il malcontento a Taiwan portasse a dei disordini politici o se ci fossero dei disastri naturali, la RPC potrebbe cogliere l’occasione per un’invasione. L’aspetto più inquietante nell’analizzare la possibilità dell’utilizzo della forza da parte della RPC riguarda l’eventualità che questo avvenga a prescindere dalle azioni intraprese dal Governo o dalla popolazione di Taiwan. Per esempio, la RPC potrebbe utilizzare la forza se Taipei non dovesse fare passi in avanti né in direzione della proclamazione della Repubblica di Taiwan, né in direzione di una riunificazione? Ovvero, Xi Jinping potrebbe semplicemente perdere la pazienza di fronte al tentativo di Taiwan di ritardare l’unificazione e, di conseguenza, potrebbe optare per una soluzione militare? La cosa migliroe che Taiwan può fare è prepararsi militarmente, così da mitigare questo rischio.

In caso di scontro, il conflitto potrebbe allargarsi? Quali sarebbero gli alleati di Taiwan (USA), quali quelli della Cina (Russia)?

In un eventuale conflitto armato, Taiwan non ha trattati di alleanza. Gli Stati Uniti sono obbligati a vendere armi a Taiwan a causa di una legge USA chiamata Taiwan Relations Act, ma non si tratta di un trattato di alleanza. Perciò, l’ipotesi di un intervento degli Stati Uniti in aiuto di Taiwan è solo un’ipotesi, non una certezza. Allo stesso modo è impossibile dire se il Giappone permetterebbe agli USA di dispiegare personale militare ed equipaggiamenti dalle basi statunitensi sul proprio territorio: se lo dovesse fare, la RPC potrebbe reagire contro Tokyo. Altri Paesi in Asia, come la Corea del Sud, l’India e gli Stati dell’ASEAN, non vogliono che la RPC utilizzi la forza contro Taiwan perché questo la destabilizzerebbe che ne conseguirebbe porterebbe ad una grande perdita di vite umane. Nonostante ciò, questi Stati non sono molto propensi a venire in aiuto di Taiwan. Dal punto di vista della RPC, questo tema riguarda strettamente la propria politica interna. Per questo, Pechino non cercherebbe aiuti militari da parte di altri Paesi e si sforzerebbe di evitare l’intervento di altri Stati nel conflitto. Dato che Taiwan non è un membro delle Nazioni Unite, non è chiaro in che modo potrebbe intervenire l’ONU, tuttavia la Russia, a causa delle interferenze sulla propria sovranità subite in dispute territoriali ai suoi confini esterni, ad esempio in Crimea e nel Caucaso, sosterrebbe certamente la RPC impedendo una qualsiasi risposta dell’ONU.

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