lunedì, Dicembre 16

Svizzera, liberale è bello Non solo cioccolato, orologi e banche

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La Svizzera, nell’immaginario collettivo, è la patria del cioccolato, degli orologi e delle banche. Nessuno dimentica quel detto di Anatole France   «sans argent, dit le proverbe, pas de Suisse! Pas de suissesse non plus». E’ sicuramente, a torto o a ragione, uno dei Paesi più colpiti da stereotipi: dall’essere patria del riciclaggio di denaro sporco al Paese che tollera l’opacità e l’evasione fiscale. Nel 1980 usciva quel famoso libro ‘La Suisse lave plus blanc‘ del deputato svizzero, Jean Ziegler. Oggi possiamo sostenere che il segreto bancario sia definitivamente scomparso. La Svizzera si è uniformata alla normativa OCSE sullo scambio d’informazioni e a tutto quel bagaglio di norme che combatte il riciclaggio e la non trasparenza. Allora cos’è che la rende ancora così attraente? Certamente, non solo prati, laghi e vette alpine, ma un attitudine dello stesso suo popolo. L’altra faccia della medaglia dei clichés è, infatti, una Svizzera ospitale, tollerante e multiculturale che ha saputo far convivere, nella sua struttura federale e liberale, culture e lingue così diverse. Quest’attitudine le deriva storicamente, oltre che dal vantaggio della neutralità, dall’essere il luogo che ha dato origine al liberalismo e quindi al moderno capitalismo.
Il liberalismo oggi non gode di buona fama perché viene erroneamente associato alla sola accezione economica. In realtà è, prima di tutto, una filosofia, un pensiero, una visione che difende la libertà d’azione dell’individuo nella società.
Il liberalismo ha origine, curiosamente, proprio nella Svizzera riformatrice e puritana del cinquecento. Inizialmente, quindi, non nasce come pensiero laico, ma come avversione al potere della Chiesa di Roma e ritorno alla purezza delle origini cristiane. Il calvinismo si fonde con l’ideale repubblicano, in antitesi alle monarchie cattoliche d’Europa. Da Ginevra si diffonde in Francia e quindi in Inghilterra. Perseguitati come oppositori della Chiesa anglicana, da qui partiranno quei puritani (calvinisti), i Padri Pellegrini, che nel 1620 approderanno sulle coste dell’odierno Massachusetts. Con il tempo, crescerà l’avversione dei nuovi americani verso la madre patria accusata di opprimere le sue colonie, fino allo scoppio della rivoluzione d’indipendenza.
Tuttavia è l’Inghilterra, il primo Stato al mondo ad esser governato da una monarchia costituzionale. A partire dal Bill of Rights stilato dal Parlamento inglese sotto il regno di Guglielmo d’Orange, nel 1689. E sarà sempre l’Inghilterra, con i suoi filosofi ed economisti, da John Locke ad Adam Smith a maturare il moderno pensiero liberale.
Negli Stati Uniti, dove non ci sarà un’aristocrazia e un clero, il pensiero liberale si esprimerà diversamente. La loro guerra d’indipendenza, nata con una rivolta contro le tasse, è comunque una rivoluzione liberale. Ancora oggi, sulle targhe automobilistiche dello Stato di Washington DC, è possibile leggere quella curiosa frase «no taxation without representation» che riprende il motto del Boston Tea Party, la rivolta che, nel 1773, vide coinvolti i coloni contro l’aumento delle tasse inglesi sul tè, aumento che non corrispondeva ad una adeguata rappresentanza al Parlamento di Westminster. Gli americani non volevano che fosse loro arbitrariamente imposta una tassa senza previo consenso dei loro rappresentanti in Parlamento.
In Europa, invece, la diffusione del pensiero liberale va di pari passo con la crescita della borghesia e l’affermarsi del pensiero illuminista.
La Svizzera, che ha visto nascere la rivolta all’oscurantismo monarchico-clericale, condividerà con la Francia, l’Âge des Lumières, senza, però, viverne gli eccessi negli esiti inattesi della rivoluzione francese, che, pur nata come rivoluzione borghese, degenererà in una persecuzione del vecchio ordine.
Il nuovo ordine imposto da Napoleone, non fa che peggiorare le cose e indurre molti liberali e moderati a lasciare i propri Paesi e a trovare rifugio in Svizzera.
Una breve parentesi: la radice calvinista non scomparirà del tutto. Riemergerà nel filantropismo che caratterizzerà, verso il finire del XIX secolo, la creazione a Ginevra di diverse Organizzazioni umanitarie, tra le quali, la Croce Rossa.
Molti di questi intellettuali in fuga dalla restaurazione napoleonica, si ritroverà a Coppet, non lontano da Ginevra, attorno alla figura carismatica e mecenate della baronessa Anne Louise Germaine Necker, meglio nota come Madame de Staël. Figlia del Ministro delle Finanze del re di Francia, Luigi XVI e sposa del barone De Staël-Holstein, Ambasciatore svedese presso il Governo francese, Madame de Staël vive a Ginevra, in esilio. Il suo carisma attira a se fior fiori di scittori, poeti, filosofi ed economisti. Di questo circolo, chiamato Gruppo di Coppet, che Madame de Staël ha inizialmente creato a Parigi, faranno parte personalità come Benjamin Constant, Jean de Sismondi e i fratelli Schlegel (Friedrich e Wilhelm August).
Da qui passeranno George Gordon ByronFrançois-René de Chateaubriand e Stendhal. Ed è proprio quest’ultimo a darci un breve affresco di cosa rappresentasse all’epoca questo attivissimo circolo di intellettuali: ‘les Etats généraux de l’opinion européenne’. Più recentemente, in suo libro, Lucien Jaume, storico e docente alla SciencesPo di Parigi, non ha esitato a definire il gruppo di Coppet, come il ‘creuset de l’esprit libéral‘, il crocevia dello spirito liberale.
Dopo la restaurazione seguita al Congresso di Vienna, Ginevra diventa, grazie al contributo di una borghesia molto evoluta e alla sua ‘extraterritorialità’, non solo il centro del liberalismo internazionale, ma anche il rifugio degli esuli risorgimentali italiani, da Giuseppe Mazzini a Pellegrino Rossi. Anche il fautore dell’Unità d’Italia, il Ministro Camillo Benso di Cavour, passerà numerosi autunni nella sua casa della vieille ville ginevrina. Non è difficile pensare che possa essere stato influenzato da questo contatto d’oltralpe.
Anche il socialista e sindacalista rivoluzionario Benito Mussolini comparirà a più riprese in Svizzera verso i primi del novecento. In fuga dall’Italia come renitente alla leva e anti-interventista, riuscirà ad alternare il lavoro da manovale a quello di conferenziere/pubblicista del giornale dei socialisti italiani in Svizzera, ‘L’Avvenire del Lavoratore’. Si iscrive alla facoltà di scienze sociali dell’Università di Losanna dove frequenta i corsi dell’economista Vilfredo Pareto. L’esperienza universitaria durerà pochi mesi. Riescirà a rientrare in Italia e a beneficiare dell’amnistia concessagli per la nascita del principe ereditario Umberto di Savoia.
Per tutto il periodo della Belle Epoque, la riviera del Lemano orientale (da Montreux a Losanna) ospiterà nei suoi alberghi in stile liberty, la diplomazia internazionale e le grandi conferenze di pace. Ancora oggi, la Svizzera gioca un ruolo fondamentale nella diplomazia mondiale. Di qualche mese è la storica intesa sul nucleare tra Stati Uniti e Iran, avvenuta all’Hotel Beau Rivage di Losanna.
Nel periodo tra le due guerre, saranno, invece, gi ebrei e gli intellettuali anti-nazisti, a trovare riparo in terra elvetica.
Arriviamo così alla seconda guerra mondiale. Periodo segnato da forti contraddizioni. La Svizzera si trova in posizione di debolezza di fronte al Terzo Reich, dopo l’annessione dell’Austria alla Germania, al punto da farle assumere un atteggiamento ambivalente.
Il rapporto finale della CIE, la Commissione Indipendente di Esperti Svizzera sulla Seconda Guerra Mondiale, del 2001, ha fatto chiarezza sulle responsabilità di quel preciso periodo storico. Dall’oro degli ebrei confiscato dai nazisti e depositato nelle banche elvetiche alla collaborazione della Polizia svizzera per la loro identificazione. Tuttavia, al di la delle precise responsabilità, sono comunque molti gli ebrei a trovare riparo in Svizzera, oltre a migliaia di rifugiati politici. E’ un evento epocale per questo Paese, che accoglie dall’inizio alla fine della guerra, quasi 180.000 persone. Tra di loro, molti rifugiati italiani, alcuni più conosciuti, come Palmiro Togliatti, Pietro Nenni e lo scrittore Ignazio Silone.
Nel dopoguerra la Svizzera ha necessità di manodopera qualificata per la ricostruzione e lo sviluppo delle infrastrutture. L’Italia dispone di forza lavoro inoccupata a causa della conversione da economia di guerra ad economia ad uso civile. Così saranno di nuovo gli italiani ad emigrare. Sono ancora vive, nel ricordo, le fotografie dei treni verso il confine. Fino a non molto tempo fa, la comunità italiana è rimasta la presenza straniera più numerosa, in Svizzera.
Nel 1970 la quota degli stranieri rispetto alla popolazione residente raggiunge il 17% e circa un quarto della popolazione attiva.
Oggi, la Svizzera è uno dei Paesi più floridi al mondo. Basta notare il corso della sua divisa, il franco, che a dispetto delle dimensioni geografiche della terra elvetica, continua a essere tra le valute più aprezzate al mondo. Tutti le riconoscono il merito della stabilità politica, frutto di una democrazia matura e di una competitività economica e fiscale, che la fa risultare al primo posto del Global Competitiveness Report e al quinto, dell’Index of Economic Freedom.
Tutto questo si è reso possibile, per tornare all’introduzione, grazie all’attitudine di questo popolo, fiero e libero. Fiero della sua conquistata unità nella diversità e libero da ogni condizionamento ideologico.

 

 

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