sabato, Dicembre 7

Svezia: il Populismo nella patria dello Stato Sociale Con Paolo Borioni (La Sapienza) analizziamo il voto

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Il voto in Svezia del 9 settembre hanno in parte confermato le previsioni degli analisti e in parte riservato alcune sorprese. La prima sorpresa è la tenuta dello Sverige Socialdemokratiska Arbertareparti (SAP: Partito Socialdemocratico dei Lavoratori di Svezia): nonostante i sondaggi che, in linea con la tendenza evidente in tutta l’Unione Europea e nel mondo, lo davano in forte calo, il partito di Governo ha retto, limitando i danni e ottenendo il 28,4% dei voti (101 seggi).

Al secondo posto, perdendo più consensi di quanto previsto, si è attestato il Moderata Samlinspartiet (Partito Moderato di Unità) che ha ottenuto il 19,8% delle preferenze (70 seggi).

Una parziale conferma, invece, è il successo del gruppo populista Sverige Demokraterna (SD: Democratici Svedesi), erede dei neo-nazisti. SD, come previsto, ha ottenuto un buon risultato crescendo e divenendo la terza forza politica del Paese, prendendo il 17,6% dei voti (62 seggi); si tratta in ogni caso di una crescita inferiore alle previsioni.

Segue in Centerpartiet (C: Partito del Centro), liberale e legato soprattutto agli interessi del mondo rurale, con 8,6% (31 seggi). Un’altra grande sorpresa, però, è arrivata dal buon risultato dello Vänsterpartiet (V: Partito della Sinistra), erede dei comunisti svedesi, con il 7,9% dei voti (28 seggi).

In fine, risultati piuttosto deludenti per i Kristdemokraterna (KD: Cristianodemocratici) con il 6,4% (23 seggi), per i Liberalerna (L: Liberali) con il 5,5% (19 seggi) e per il Miljöpartiet de Gröna (Partito Ambientalista i Verdi) con il 4,3% (15 seggi).

La tenuta del SAP e l’avanzata non così dirompente di SD, dunque, sembrano delineare una situazione piuttosto sotto controllo. In realtà, lo scenario politico resta molto complicato: nessuno dei partiti ha la maggioranza né sembra essere in grado di formare una coalizione di maggioranza.

L’avanzata dei populisti in uno dei Paesi simbolo dello Stato Sociale, d’altronde, fa riflettere sulla capacità dei partiti tradizionali di rispondere alle paure dei cittadini e di spiegare le proprie politiche.

Per tentare di comprendere meglio lo scenario politico svedese, abbiamo parlato con Paolo Borioni, esperto di Paesi nordici e Professore del Dipartimento di Comunicazione e Ricerca Sociale dell’Università La Sapienza di Roma

Per decenni, la Svezia è stata considerata un modello di Stato Sociale, di tolleranza ed integrazione: questo sistema è entrato in crisi? Se sì, in che modo è successo?

Indubbiamente il sistema è entrato in crisi insieme agli altri modelli di welfare europei. Questo è accaduto per effetto di due elementi combinati. Da un lato, nell’Unione Europea esistono regole che impediscono di investire nel welfare quanto si dovrebbe per mantenerlo ai livelli del passato, per far sì che sia vantaggioso lavorare in questo settore e per rispondere alle nuove esigenze legate, ad esempio, all’invecchiamento della popolazione; questo è tanto più vero per i Paesi nordici come la Svezia per cui il modello europeo rappresenta un arretramento nel campo dello Stato Sociale. Assieme a questo, ovviamente, c’è la questione dei nuovi diritti ai nuovi cittadini immigrati e non solo (nuovi diritti per le coppie omosessuali o per le donne). Queste tendenze fanno sì che si sviluppi una reazione della società che tende a voler mantenere lo status quo.

Chi sono i populisti svedesi? Da dove traggono la loro forza?

I populisti svedesi sono relativamente nuovi perché sono in Parlamento da circa tre Legislature e ad ogni tornata elettorale avanzano moltissimo. Si tratta di un partito che definirei nazional-populista che, almeno nella sua propaganda, sostiene che il welfare si possa mantenere se si escludono da esso alcuni ceti che ne domandano troppo e che sono troppo dipendenti da esso, a cominciare dagli immigrati: si dice, ad esempio, che le donne immigrate di origine musulmana tendano a lavorare meno quindi a usufruire di troppo welfare; oltretutto questo comporta minore integrazione e, di conseguenza, è un argomento per far leva sulla minaccia culturale. È un movimento che potremmo definire di ‘sciovinismo del welfare‘. Come altri movimenti simili dell’area nordica, questo movimento è ancora favorevole ad un’uscita dall’Unione Europea; secondo molti, però è possibile che la situazione del nuovo Parlamento Europeo, in cui questi movimenti saranno fortissimi, potrebbe portare i populisti svedesi ad adottare una strategia di cambiamento dell’Unione Europea dall’interno spostando gli equilibri maggiormente verso gli Stati nazionali, senza il bisogno di uscirne.

Le intimidazioni che si sono viste ai seggi sono una novità o qualcosa di più radicato? I responsabili sono legati al partito populista o sono almeno formalmente indipendenti?

Credo che il partito populista stia cercando di prendere, almeno in parte, le distanze dalle sue origini neo-fasciste. I dirigenti del partito sottolineano di aver espulso oltre centocinquanta propri aderenti perché si erano pronunciati in senso non xenofobico, bensì razzista: a differenza dello xenofobo, che non vuole l’immigrazione, il razzista crede in una gerarchia delle razze. È però evidente, in Svezia come in tutti i Paesi, che quando il dibattito politico ammette certe espressioni, alcuni si possano sentire incoraggiati e possano verificarsi atti di intolleranza, quando non di aperto fascismo. Questo accade anche da noi. Certo, in Svezia lo sdoganamento di alcune espressioni è molto recente, quindi è stato meno metabolizzato rispetto, ad esempio, alla Danimarca: tra i nordici si dice che non è che gli svedesi abbiano meno problemi degli altri, è che sono più bravi a nasconderli; quando però questi problemi escono fuori, impattano con maggiore forza. Molto spesso gli atti di violenza si rivolgono contro i socialdemocratici: vale per l’assassinio di Olof Palme, vale per la terribile strage di Utøya, in Norvegia e vale per l’assassinio di Anna Lindh, anche se in quel caso l’assassino non era uno svedese.

Quali scenari si aprono per la formazione del Governo svedese? Una grande coalizione (eventualmente tra chi) o un Governo di minoranza?

Nonostante negli ultimi anni in Svezia si è tentato di fare dei Governi di blocco, Centro-Destra e Centro-Sinistra, che avessero una maggioranza almeno sommando i voti dei partiti di Governo e dei sostenitori esterni, nei Paesi nordici il Governo di minoranza è la norma. Non è escluso quindi, che si possa avere un Governo di coalizione ma comunque di minoranza. Nella situazione attuale, il Centerpartiet, il partito di Centro, in campagna elettorale si è distanziato dagli altri dicendo che non avrebbe mai accettato i voti nazional-populisti o di fare combinazioni di Governo con loro: questo potrebbe renderli disponibili ad un accordo di qualche tipo con i socialdemocratici. In ogni caso, questa ipotesi non avrebbe la maggioranza e, inoltre, comprenderebbe da un lato i centristi liberali, favorevoli alle privatizzazioni e alla riforma del welfare, e dall’altro la Sinistra post-comunista. Anche una coalizione più spostata a Destra, però, non avrebbe la maggioranza: è per questo che nei Paesi nordici, di norma, si accetta il Governo della minoranza più grande; è un sistema che si chiama Parlamentarismo Negativo.

Un altro dato interessante di queste elezioni è dato dall’avanzata dei post-comunisti: come può essere valutato questo nuovo elemento?

La socialdemocrazia sta di fatto ammettendo gradualmente una regolamentazione molto più severa dell’immigrazione: è una svolta avvenuta nell’inverno del 2015 con i grandi flussi dalla Siria. Inoltre, i socialdemocratici sono anche più indecisi sul tornare ad investire sul welfare. In questo contesto, la Sinistra propone una soluzione del problema migratorio che rimette al centro la teoria della classe: si possono unificare i lavoratori stranieri, i profughi, gli operai e i ceti medi dipendenti svedesi se si fa ripartire il welfare, se si alzano i salari eccetera. Questa è l’ipotesi di questo partito che ha avuto un certo successo e che ha anche un certo appoggio in alcuni centri studi del sindacato. Negli ultimi giorni di campagna elettorale, la socialdemocrazia ha in parte sostenuto questa linea e forse per questo motivo è riuscita a perdere meno di quanto si prevedeva.

Quale è il rapporto dei populisti svedesi con il resto dei gruppi anti-europeisti?

Credo che ci sia un rapporto intessuto dall’esterno da Steve Bannon: sono in molti a sostenere che ci sia molto lavorio in questo senso. Certo, i nazionalisti possono mettersi d’accordo per fermare gli aspetti più federalisti e di integrazione dell’Unione Europea, ma hanno grandi difficoltà ad andare oltre a questo. Fra nazional-populisti nordici c’è una certa collaborazione, tanto è vero che il Danske Folkeparti, il Partito Danese del Popolo, ha fatto propaganda su un giornale svedese per gli Sverige Demokraterna: c’è una certa intesa tra questi gruppi. Credo che tra qualche mese questi gruppi avranno in mano il Parlamento Europeo; inoltre, Viktor Orbán parte dei popolari europei e la CSU bavarese è molto incline a questi gruppi, quindi penso che assisteremo ad un impatto all’interno del Parlamento Europeo.

Quale è la situazione dei movimenti populisti negli altri Paesi scandinavi?

In Norvegia, il Partito del Progresso è al Governo in una coalizione di Destra conservatrice e nazional-populista, sostenuta però anche dai liberali più moderati; in Danimarca il Partito Danese del Popolo sostiene dall’esterno un Governo liberal-conservatore classico; in Finlandia, i populisti sono al Governo con un Governo liberal-conservatore. Per il momento manca solo la Svezia ma, a questo punto, anche lì potremmo avere una situazione analoga. Possiamo sicuramente dire che nei Paesi nordici i gruppi nazional-populisti rappresentano una forza ingente, aggirandosi come minimo attorno al 10-12% ma arrivando spesso attorno al 20%.

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