domenica, Ottobre 25

Svezia e Danimarca frontiere chiuse: ecco perché Nulla di fatto nel vertice straordinario convocato dal Commissario Ue per l'immigrazione

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Altra musica per la vicina Danimarca, dove il Pil è sceso dello 0,1% nel terzo trimestre dopo il +0,2% dei due mesi precedenti in scia al calo delle esportazioni e della stagnante domanda domestica.
Dopo un periodo di sostanziale stagnazione, nel 2014 l’economia danese è entrata in una fase di crescita moderata (PIL a 1,1% rispetto al 2013), con un tasso di discoccupazione in calo pari al 4,9% (-0,3% rispetto al precedente anno). Nel 2015 hanno pesato molto le politiche espansive inaugurate dalla BCE.
Il
Quantitative easing lanciato quasi un anno fa ha messo in crisi le grandi banche centrali del Nord, compresa quella di Copenhagen. Per quest’ultima il problema è stato immediato: in base agli accordi con la Ue il cambio con l’euro non può oscillare più del 2,25%. A un deprezzamento della moneta unica deve quindi seguire quello della corona e viceversa. Nel corso del 2015 la banca centrale ha tagliato ripetutamente i tassi d’interesse portando quello sui depositi delle banche a -0,75%. A gennaio, inoltre, era stato registrato un incremento a livelli record delle riserve in valuta estera. All’improvviso, uno dei Paesi più ricchi d’Europa si è scoperto più povero per una svalutazione dovuta alla debolezza dell’euro.

Questo scenario inquieta un’opinione pubblica già preoccupata per l’emergenza migranti. La Danimarca vuole evitare che le migliaia di migranti bloccati dalla Svezia comincino ad accumularsi lungo il confine e all’interno del Paese. A sud la situazione negli ultimi mesi si è fatta sempre più problematica, nonostante la Germania abbia già inasprito i controlli ai confini con l’Austria e il leader della CSU (lUnione Cristiano-Sociale) bavarese, Horst Seehofer, abbia da poco chiesto al Governo federale di non accettare più di 200.000 arrivi nel 2016.

Inoltre, già da qualche mese, Copenhaghen ha reso più dure le sue pratiche per limitare i flussi: la decisione più controversa è stata l’introduzione di una legge, dello scorso dicembre, che permette alla Polizia di sequestrare i beni di valore dei migranti che arrivano nel Paese. In seguito, il Primo Ministro danese Rasmussen ha anticipato la decisione, durante il suo discorso di inizio anno, di imporre dei controlli al confine con la Germania per arginare il flusso di profughi. Rasmussen si è, però, lamentato dei nuovi controlli imposti dalla Svezia, che a suo dire creeranno disagi e difficoltà soprattutto ai tanti pendolari che per lavoro o per studio si muovono ogni giorno tra i due Paesi. 

Il vertice straordinario convocato d’urgenza per ieri, mercoledì 6 gennaio, dal Commissario Ue all’Immigrazione Dimitri Avramopoulos per chiedere spiegazioni si è concluso con un niente di fatto. 

Le decisioni di Danimarca e Svezia non sono certo in controtendenza rispetto a quanto sta avvenendo nel resto d’Europa; basti pensare alle estreme posizioni ungheresi e, dopo il recente cambio di Governo, anche a quelle della Polonia. Senza contare le barriere di filo spinato che lungo i Balcani stanno spuntando qua e là come funghi. Il punto è che se queste misure sono approntate dal nazionalista ungherese Viktor Orban, in certo qual modo sono anche prevedibili, ma quando provengono da Paesi come Danimarca e Svezia assumono un significato diverso perché denotano un cambiamento di rotta profondo rispetto a quella che è finora stata la loro storia e la loro stessa visione del mondo.
L
a frontiera tra i due Paesi era sostanzialmente aperta dal 1950, decenni prima che Schengen vedesse la luce, e la si poteva attraversare senza mostrare documenti. Da oggi, invece, quel ponte sul mare (realizzato anche grazie ad un finanziamento europeo pari a 4 miliardi di euro) che fino a ieri univa due terre è diventato una barriera che separa due Stati. E da domani quella barriera sarà un facile pretesto per chiunque voglia costruirne altre.

 

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