giovedì, Dicembre 12

Sulla soglia del grande mistero della Resurrezione

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Gli studi scientifici sulla Sindone, specialmente in merito all’impronta del corpo, “ci hanno portato fin sulla soglia del grande mistero della Resurrezione e certamente è nei piani di Dio che lo spazio per la libertà di giudizio dell’uomo venga lasciato intatto”. Risponde così Emanuela Marinelli, decana dei sindonologi italiani e nome di punta sullo scenario internazionale degli studiosi più attenti del sacro Telo, alla nostra provocazione: non crede che la Sindone non voglia essere ‘svelata’ perché semplicemente sarebbe la prova provata di quel che invece ci è richiesto essere fede? E aggiunge: “C’è abbastanza luce per chi vuol vedere e abbastanza buio per chi non vuol vedere”, diceva Pascal. E credo che questo valga più che mai per la Sindone”.

Marinelli, lo scorso mese ha mandato in libreria, con Livio Zerbini, il suo nuovo libro, ‘La Sindone. Storia e Misteri’, l’indagine più completa mai realizzata sul Scaro Lino, sottolineano dalla casa editrice, che in effetti corona ottimamente i suoi 40 anni di studi appassionati sulla Sindone.

Tutto iniziò, ci racconta, per una trasmissione televisiva nella quale uno scienziato svizzero, Max Frei Sulzer, direttore del laboratorio scientifico della polizia di Zurigo, annunciava di aver trovato sulla Sindone 58 diversi tipi di polline, 38 dei quali non esistono in Europa ma sono comuni a Gerusalemme. “Per me, laureata in Scienze Naturali e Geologiche, questa notizia suscitò un interesse incredibile e cominciai a documentarmi su questo singolare lenzuolo, di cui fino ad allora non sapevo nulla. Ho seguito subito un corso quadriennale di studi sulla Sindone presso il Centro Romano di Sindonologia, fondato e diretto da Mons. Giulio Ricci”. In questi anni ha raccolto a casa sua circa 900 libri sulla Sindone e migliaia di articoli, fra i quali i circa 300 articoli scientifici pubblicati dagli scienziati che hanno studiato il lenzuolo. “Nei primi anni il mio interesse era abbastanzaprivato’, anche se ogni tanto tenevo conferenze e partecipavo a congressi”.

Tutto è cambiato dopo la datazione radiocarbonica della Sindone, eseguita nel 1988, dopo un percorso di avvicinamento molto contestato. L’esito, che collocava l’origine della Sindone fra il 1260 e il 1390, suscitò stupore e sconcerto, soprattutto in chi non conosce i limiti di questo metodo. “Mi fu allora affidato dallo scrittore Vittorio Messori il compito di scrivere un libro-inchiesta sull’argomento insieme al vaticanista de ‘Il Messaggero’ Orazio Petrosillo”. Il volume fu pubblicato dalla Rizzoli ed ebbe un successo enorme, fu anche tradotto in cinque lingue. “Nel testo spiegavamo tutte le problematiche connesse alla storia travagliata della Sindone, fra incendi e restauri, che hanno certamente condizionato l’esito di quel test; e narravamo anche i retroscena delle manovre che hanno gettato pesanti ombre su tutta la vicenda”. Il libro è ormai esaurito, ma una sintesi del suo contenuto si trova in un articolo reperibile su internet. “Da allora non ho avuto più pace e ho tenuto migliaia di conferenze, in Italia e all’estero”.

 

Professoressa Marinelli, quali sono gli elementi nuovi che troviamo nel suo libro?

La novità più interessante è senza dubbio che ci sono fonti islamiche a conferma dell’esistenza a Edessa, nel Sud-Est della Turchia, di un panno con l’impronta di Cristo. Sappiamo, da altre descrizioni di questo panno, che doveva essere la Sindone ripiegata in modo da far vedere solo il viso, quindi la conferma proveniente da queste fonti islamiche è molto preziosa. Quando l’imperatore bizantino Romano I Lecapeno nel 943 volle entrare in possesso della preziosa stoffa con l’immagine di Gesù, inviò a Edessa l’esercito sotto il comando del generale armeno Giovanni Curcuas. L’emiro di Edessa si aspettava un violento attacco da parte degli ottantamila soldati che erano giunti, minacciosi, sotto le mura. Ma il generale Curcuas iniziò invece una trattativa: era pronto a risparmiare la città e a rilasciare duecento prigionieri musulmani del più alto rango, aggiungendo la somma di dodicimila pezzi d’argento, in cambio della semplice consegna dell’immagine. Nel XIII secolo lo storico ‘Alī ibn al-Athīr nella sua opera ‘La storia completa‘ scriveva: «L’Imperatore dei cristiani rivolse al califfo al-Muttaqi una richiesta: la consegna del Fazzoletto con il quale il Cristo, affermava lui, si era asciugato il viso e sul quale la sua immagine si trovava impressa, che era nel distretto di Ruhâ. I pareri furono diversi e nessuno trovò la domanda insolita. Questo fazzoletto, dissero gli uni, è da secoli in terra d’Islam, senza che in qualsiasi momento un sovrano bizantino l’abbia reclamato. Dando un seguito favorevole a una tale domanda ci si prenderebbe per gente decadente. La liberazione dei prigionieri dalla loro cattività, la fine posta alla loro sofferenza, all’incomodo che essi sopportano, è preferibile, disse ‘Alī ibn ‘Īsā, alla conservazione sul nostro territorio di questo fazzoletto. Condividendo il suo punto di vista, il califfo diede ordine di riconsegnarlo ai Bizantini, a condizione di liberare i prigionieri musulmani. Ordine che il gran visir fece eseguire inviando presso l’Imperatore un plenipotenziario per ricevere i prigionieri che furono rilasciati». È interessante anche l’identificazione su campioni sindonici, da parte di un gruppo di scienziati italiani, di DNA tipico delle popolazioni dell’India, a conferma della possibile origine indiana del lenzuolo. La Sindone doveva essere un lino di grande valore, probabilmente disponibile presso il Tempio di Gerusalemme, che è stato usato per la sepoltura ‘regale’ di Gesù: tessuti di bisso, ovvero di lino finissimo, erano reperibili nel Santuario per le necessità delle vesti dei leviti sacerdoti e per i velari del tempio. Queste preziose stoffe provenivano anche dall’India. Nel pomeriggio dello Yom Kippur il Sommo Sacerdote doveva vestirsi di puro lino indiano. Il lino raffinato era quanto di meglio ci fosse come tessuto pregiato, carico di simbolismo: si trattava di un omaggio al Re dei Giudei.

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