giovedì, Novembre 14

Sulla Sea-Watch3 con Carola Rackete Il coraggio della giovane Capitana e le sofferenze dei naufraghi fuggiti dai lager libici e sbarcati a Lampedusa nel giugno scorso, descritti nel documentario che ha inaugurato a Firenze la 60° edizione del Festival dei Popoli. Un ‘atto di obbedienza civile’ e di umana solidarietà

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Un’imbarcazione solca le onde del mare, a bordo lo staff seduto  intorno a Carola discute il da farsi, è stato da poco avvistato un gommone  stracarico di migranti, in balia della sorte: e la sorte vuole che sia proprio quella imbarcazione – la Sea Watch3 che batte bandiera olandese – a farsi carico del destino  di quei disperati– uomini, donne e bambini – abbandonati nel Mediterraneo, issandoli a bordo. Uno dello staff li rassicura: cercheremo un approdo in Europa non in Libia. Pur sopraffatti dalla stanchezza, accolgono la notizia con un applauso. Poi, si adagiano sul pavimento, uno accanto all’altro stremati. Le immagini appena descritte aprono il documentario dedicato alla nave capitanata da Carola Rackete  e al salvataggio di 53 migranti avvenuto nel giugno scorso e conclusosi, dopo varie peripezie, con lo sbarco dei profughi a Lampedusa, l’arresto e  la denuncia di Carola.

Ebbene, è stato proprio questo documentario, realizzato da Jonas Schreijäg e Nadia Kailouliad aprire in anteprima  internazionale il 60esimo Festival dei Popoli,  la rassegna internazionale del film documentario, in corso a Firenze  dal 2 al 9 novembre, al cinema La Compagnia e in altre sale della città.  E l’eco di quella proiezione, replicata in altro cinema il giorno successivo, è ancora vivo nel  pubblico del Festival. Pregio del film è quello di far vivere agli spettatori, le ansie, le emozioni, il dolore di quanto – pur essendo storia nota, ma vissuta frammentariamente  – stava snodandosi, senza veli e in  presa diretta,  davanti ai loro occhi:  dalla speranza dei profughi di  uscire per sempre dall’inferno libico, agli interminabili giorni dell’attesa di un  approdo sicuro, dall’ autorizzazione richiesta alle autorità europee, ai sistematici rifiuti, fino alla decisione – di fronte all’ aggravarsi delle condizioni fisiche e psichiche dei rifugiati – di abbandonare le acque internazionali ed entrare in quelle italiane in vista di un porto più sicuro e vicino. Quello di Lampedusa. Ma anche qui, proprio per le norme dettate dall’allora Ministro degli Interni e varate dal Parlamento, l’approdo era proibito. E, solo un decina di migranti in  precarie condizioni di salute venivano raccolti e portati a terra, in ospedale. Mentre i soccorritori trasferiscono a bordo un altro naufrago alle prese con seri problemi di salute, l’undecesimo, uno dello staff chiede:  “Perché non portate via anche gli altri?” e il soccorritore risponde: “ Dipendesse da me…..” Poi, col passare lento e inconcludente dei giorni e delle notti insonni, l’aumento delle tensioni e dei disagi a bordo, Carola decideva,  data l’insostenibilità della situazione e in nome del principio di “obbedienza civile” e di adesione alle “norme internazionali del mare”, di sbarcare nel porto di Lampedusa, portando in salvo i rimanenti 42 profughi rimasti a bordo, sfidando i cinici divieti ministeriali e  gli ostacoli frapposti al suo approdo. La narrazione filmica finisce qui, con lo sbarco dei rifugiati – tra gli applausi di un gruppo di cittadini interrotti solo dal grido di una donna: “Arrestatela!” e l’arresto di Carola Rachete. Sembra una storia lontana, questa.

E invece  è solo di cosa di pochi mesi fa. Le Ong continuano ad essere indesiderate e osteggiate, i cosidetti decreti sicurezza non sono stati abrogati e in mare si continua a morire. L’unica novità è che, senza tanti clamori, gli sbarchi sembrano meno difficoltosi. Ed è cosa di tutti giorni il lento genocidio che si sta consumando sulle coste libiche, nei  “lager di accoglienza”. Una drammatica testimonianza di ciò che è avvenuto – ed avviene – l’ abbiamo potuta apprendere dal filmato stesso, presentato in anteprima internazionale al Festival dei Popoli di Firenze, è quella resa da tre dei tanti migranti che si trovavano a bordo della See-Watch3: due donne e un uomo. Due donne fuggite da territori di guerra, con le poche risorse racimolate per la ricerca di una terra promessa. Una delle quali incinta, fermata  con altre donne sottoposte a violenze, la quale racconta di un giovane intervenuto in loro soccorso, per evitare gli stupri, ma i criminali lo trucidavano all’istante, davanti ai loro occhi inorriditi. Un ragazzo che neanche le conosceva ha perso la vita per loro. Altrettanto agghiacciante il racconto dell’altra, rinchiusa in una stanza buia, priva di luce anche di giorno e di acqua e viveri, per essersi rifiutata di prostituirsi. Lei stessa racconta di aver visto bruciare vivo  un ragazzo. Crimini del genere erano – sono – storie di ordinaria ferocia in Libia. L’uomo porta invece impresse sulla propria pelle le torture subite nel…..”centro di accoglienza libico.” Comprese le scosse elettriche. E’ chiaro che molti di loro preferiscono rischiare la vita in mare piuttosto che far ritorno nei “lager” o nei territori di guerra da cui sono fuggiti. Ma gli europei si rendono conto di ciò che sta avvenendo in quel territorio? Caratteristica di questo documentario è quella di descrivere ciò che avveniva a bordo  della Sea-Wayh3 senza alcuna enfasi o drammatizzazione, un racconto piano, lineare che, tuttavia ha il potere di metterci di fronte ad una realtà che spesso vogliamo nascondere, noi cittadini di un mondo opulento, a noi stessi. E soprattutto alla nostra coscienza. Naturalmente di quanti ce l’hanno ancora.

L’auspicio è che documentari simili, possano raggiungere le normali sale cinematografiche. Compito del Festival dei Popoli, che festeggia quest’anno i suoi 60 anni di vita, è proprio quello di aprire nuove strade alla conoscenza di realtà e storie di vita e di popoli ignorati. Una scelta lungimirante quella compiuta in quel 1959,  da giovani cineasti, antropologi, studiosi di scienze umane, etnologici e mass mediologi, che unirono i loro sforzi per dar vita alla manifestazione la quale, nel corso degli anni, ha visto la partecipazione di personalità che hanno fatto la storia del cinema e non solo. Già abbiamo ricordato in un precedente articolo le parole di opposizione alla guerra del Vietnam lanciate, proprio qui dal Festival, da Jane Fonda la cui battaglia prosegue anche oggi, a fianco dei ragazzi di Friday for Future. Potremmo aggiungere  grandi maestri cui è stato reso omaggio  quali Jean Renoir, Jean Luc Godard, John Cassavetes, Ken Loach, Nagisa Oshima, Lindsay Anderson e vari altri, le cui testimonianze sono comprese nei 25 mila titoli  ( tra video e pellicole), conservati nel corso degli anni. E che ne fanno un importante patrimonio di studio e di work-shop.   

La manifestazione – presieduta da Vittorio Iervese e diretta da Alberto Lastrucci – propone anche in questa 60° edizione il meglio del cinema documentario internazionale, con 109 documentari e altre 90 ospiti internazionali.  Molti i documentari che raccontano storie di vittime, di sofferenze, di vicende umane, di qualsiasi etnia, un grido d’allarme contro le guerre e i massacri. Particolare attenzione è dedicato a Sergei Loznitsa, cineasta ucraino di fama internazionale, che racconta il dramma della guerra civile nel suo paese, le mille sfaccettature dell’Est Europa e le persone che con coraggio vivono la povertà e cercano la verità post 1989 Nella sezione “Habitat”, vediamo  “Welcome to Sodom”, di Florian Weigensamer e Christian Krönes, che ci porta ad Accra, in Ghana, nella più grande discarica di rifiuti elettronici del pianeta, destinazione finale dei nostri smartphone e dei nostri computer. In “The Cave” del regista candidato Oscar Feras Fayyad,  ritroviamo la guerra in Siria, tra morte e distruzione, che dura ormai da 8 anni,  mostrata qui dal punto di vista dei medici dell’ospedale di Ghouta che curano i feriti sotto i bombardamenti. Il Festival dei Popoli è questo e tante altre cose, come “John & Yoko: Above Us Only Sky” del regista Michael Epstein, storia della genesi di uno degli album più famosi di tutti i tempi come “Imagine” di John Lennon, uno degli eventi in prima italiana in programma, che rivela al pubblico la profonda collaborazione creativa fra John Lennon e Yoko Ono, rievocando quell’epoca ma anche mettendo in risalto quanto quella musica e quel messaggio parlino ancora al pubblico di oggi. Grazie alla piena cooperazione della John Lennon Estate e alla piena disponibilità di Yoko Ono, il film esamina come l’attivismo, la vita politica e  l’impegno pacifista, la musica della coppia fossero intrinsecamente collegati. Grazie a filmati inediti di John e Yoko, interviste nuove e materiali d’archivio, “John & Yoko: Above Us Only Sky” illustra come il messaggio dell’album invitasse a una forma di impegno radicale  per la Pace e i diritti umani che si si rivela più attuale che mai. Una “prima” italiana è data  dal documentario “Cunningham 3D” di Alla Kovgan, sul leggendario ballerino e coreografo americano, con rare immagini d’archivio e le vicende di alcuni stranieri in cerca di una nuova vita in Val Pellice, Piemonte, nel documentario di Tomaso Clavarino, “Ghiaccio”. Se questo è il taglio socio-culturale del Festival dei Popoli, rassegna del cinema documentario internazionale, particolare attenzione al sociale  ha contraddistinto anche l’esito della Rassegna del cinema francese, France Odeon, da poco conclusasi. O, almeno, le varie giurie chiamate ad assegnare i premi  hanno orientato le scelte in tale direzione: ad esempio, la giuria degli studenti ( 17 enni ragazze e ragazzi di alcuni licei fiorentini)  ha scelto quale miglior film “Les miserables”  col  quale il regista racconta la realtà conflittuale di una delle tante periferie  urbane francesi, da cui proviene, indagandone la complessa e sfaccettata realtà, un’altra giuria ha scelto Camille, il film che il regista Boris Lojkine, la vera storia della giovane fotografa francese Camille  Lepage uccisa nel 2014 all’età di 26 anni nella Repubblica Centrafricana  dalle milizie dei musulmani Seleka, nella quasi totale indifferrenza dei media internazionali. Una scena che ricorda quella dell’assassinio di Ilaria Alpi e Milan Hrovatin. Altro film premiato Un divan à Tunis, storia di una psicanalista parigina di origini tunisine, che apre uno studio a Tunisi all’indomani della primavera araba, conquistando la fiducia dei pazienti. Regia e sceneggiatura di Manele Labidi.

Il premio  France Odeon era stato assegnato a Mon chien stupide di Yvan Attal tratto dal romanzo di John Fante. Il fatto stesso che il pubblico abbia  accolto con attenzione ed entusiasmo da un lato  il documentario su Carola Rackete ed abbia al contempo manifestato consenso per quei film francesi  di particolare impegno civile, o raccontano storie vere – come nel caso di Camille – o, comunque, descrivono complesse realtà e tensioni nelle quali siamo immersi, è il segno non solo di un interesse verso queste tematiche, ma anche di una domanda di cinema e di risposte, per quanto possibile,  sempre più veritiere e non evasive. Saprà anche il nostro cinema, accogliere questa sete di conoscenza e di approfondimento di realtà spesso negate o mistificate attraverso le fake news e le campagne di disinformazione che passano sui media e sui social?  

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