venerdì, Maggio 24

Sull’Iran, la mossa inutile di Trump Ecco perché può fallire l’intenzione di Washington di aumentare la pressione su Teheran

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L’intenzione di Washington di aumentare la pressione su Teheran sospendendo dal prossimo 1° maggio le deroghe all’applicazione delle sanzioni imposte lo scorso novembre a carico del settore petrolifero iraniano ha sollevato vari timori fra gli osservatori. Nonostante l’impegno assunto da Stati Uniti, Arabia Saudita ed EAU di compensare con l’aumento della loro produzione la quota di offerta sottratta in questo modo al mercato, dubbi esistono sull’impatto che la misura potrà avere sull’economia globale. Allo stesso modo, dubbi esistono sulla capacità di Washington di imporre effettivamente il rispetto delle sanzioni a Paesi come la Cina e l’India che, al di là dell’immediato interesse per le forniture iraniane, con Teheran coltivano solidi rapporti di collaborazione. L’Europa, infine, ha già espresso il suo malcontento sia per le implicazioni economiche del provvedimento (che tocca, nello specifico, Italia e Grecia), sia per il suo significato politico. Fine esplicito delle pressioni statunitensi è, infatti, la rinegoziazione dell’accordo sul nucleare del 2015 (JCPOA – Joint Comprehensive Plan of Action), accordo che, a fronte dell’attestato rispetto da parte iraniana degli impegni in esso contenuti, l’Unione Europea e buona parte dei suoi Stati membri continuano a considerare vincolante.

Negli ultimi tempi, la posizione della Casa Bianca nei confronti dell’Iran sembra avere sperimentato un chiaro irrigidimento. Dopo le titubanze inziali, l’amministrazione Trump si è ritirata dal JCPOA nel maggio 2018 reintroducendo, a novembre, i provvedimenti sanzionatori che erano stati gradualmente rimossi dal 2016. Parallelamente, i suoi rappresentanti si sono impegnati a denunciare le presunte ingerenze di Teheran in varie ‘zone calde’ e fornire prove della presenza di materiale bellico iraniano, fra l’altro, in Afghanistan e in Yemen, a dimostrazione di come l’Iran sarebbe, oggi, attivamente coinvolto a fianco dei ribelli Houthi e di altri gruppi militanti sciiti attivi nella regione. Nelle scorse settimane, il Corpo delle guardie della rivoluzione islamica (‘pasdaran’) è stato formalmente inserito nella lista dei gruppi terroristici (FTOs – Foreign Terrorist Organisations) del Dipartimento di Stato, con una decisione che ha sollevato non poche perplessità, anche perché il Corpo delle guardie della rivoluzione è, a tutti gli effetti, un ramo delle Forze Armate iraniane. Infine, anche la retorica dell’amministrazione sembra avere sperimentato un irrigidimento, con l’aperta accusa, rivolta a Teheran dal Segretario di Stato, Mike Pompeo, di essere ‘il principale Stato sponsor del terrorismo’.

Le ragioni di questo stato di cose sono diverse. Con l’arrivo di Donald Trump alla presidenza, la politica USA in Medio Oriente si è chiaramente allontanata dalle linee seguite negli anni di Obama, in nome di un ritorno alla più tradizionale alleanza con Arabia Saudita e Israele. Trump si è mosso attivamente per consolidare i rapporti sia con il principe Mohammad bin Salman (oggi chiaramente l’uomo forte di Riyadh), sia con il Primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, la cui posizione appare rafforzata dal successo nelle recenti elezioni politiche. L’opzione anti-iraniana consolida, inoltre, la posizione del Presidente nel partito e nell’elettorato repubblicano, tradizionalmente critici verso il ‘nuclear deal’. Il recupero dell’iniziativa verso l’Iran è percepito, infine, come uno strumento per rilanciare il ruolo degli Stati Uniti, sia nei loro rapporti con l’Europa, sia con gli altri attori internazionali. In questo senso, tanto le deroghe al regime sanzionatorio a suo tempo concesse a Italia, Grecia, Taiwan, Cina, India, Turchia, Giappone e Corea del Sud quanto la loro attuale sospensione sono l’ennesima manifestazione di un unilateralismo che è visto dal Presidente e da una parte del suo entourage come lo strumento più adatto a riaffermare la centralità di Washington sulla scena del mondo.

La scelta non è, però, priva di rischi. Il peso dell’asse saudita è risentito non solo dall’opposizione democratica, ma anche da frange del Partito repubblicano, che giudicano eccessivamente condizionante il rapporto privilegiato instaurato dal Presidente con i vertici di Riyadh. Sul piano pratico, la politica di ‘pressione crescente’ su Teheran rischia, inoltre, di produrre un indesiderato compattamento dell’opinione pubblica su posizioni antiamericane, rafforzando il sistema di potere iraniano e, all’interno di questo, il ruolo delle componenti più oltranziste. Un’incognita resta, infine, il ruolo che nella vicenda decideranno di svolgere quelli che sono gli attuali ‘challenger’ dell’egemonia statunitense, primi fra tutti Russia e Cina. Già all’epoca della reintroduzione delle sanzioni, diversi osservatori hanno rilevato come queste, più che rafforzare la posizione statunitense, finissero per indebolirla, promuovendo le ambizioni globali di Pechino. Da questo punto di vista, le cose non appaiono molto cambiate. Anche a causa della valenza strategica della ‘Belt and Road Initiative’, Pechino è diventata ormai un attore centrale per gli equilibri del Medio Oriente; un attore che la manovra della Casa Bianca chiama in causa direttamente, fra l’altro in due dimensioni tradizionalmente sensibili come quelle dell’approvvigionamento energetico e della riaffermazione della sovranità nazionale.

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