domenica, Novembre 17

Sul randagismo la politica è sorda field_506ffbaa4a8d4

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I Comuni si trovano a fronteggiare un’emergenza ogni giorno più grave senza il supporto di una task force che coinvolga non soltanto le Prefetture e le associazioni di volontariato, ma soprattutto i piani alti della politica istituzionale. La prevenzione del randagismo è materia già affidata alla competenza di Stato, Regioni ed Enti locali dal 1991 Legge Quadro n.281 del 14 agosto 1991), ma gli interventi non sono mai stati adeguati se non per affrontare le situazioni più urgenti. “Essa demanda alle regioni determinate competenze, tra le quali quella di adottare un programma di prevenzione del randagismo, dotando le amministrazioni locali di concreti strumenti di contenimento di tale grave fenomeno” commenta Lina Musumarra, avvocato esperta in legislazione nazionale, regionale ed europea a tutela degli animali da compagnia.

Secondo la sua esperienza di membro della Commissione Randagismo presso il Ministero della Salute, le politiche istituzionali hanno fatto del loro meglio per arginare il dilagante fenomeno dell’abbandono. Ma si può fare molto di più anche per migliorare la condizione di vita degli animali nei canili. “Occorre uscire da una fase di costante emergenza e promuovere le capacità delle autorità locali di affrontare e governare il problema, attraverso una seria politica d’interventi programmatici omogenei su tutto il territorio regionale, da attuarsi finanziando in maniera proporzionata tutti gli strumenti deputati al contenimento del randagismo e alla tutela degli animali. Ricordo il Trattato di Lisbona che riconosce lo status di esseri senzienti, aventi il diritto ad una vita dignitosa” spiega Musumarra. Nel mese di gennaio il presidente Anci, Piero Fassino, aveva annunciato l’istituzione di un Accordo tra Governo ed Enti localiA questa richiesta non c’è stato ancora un seguito.

Intanto si continua ad affidare unicamente alle amministrazioni comunali e alle Prefetture il compito di arginare le emergenze nelle città senza un raccordo istituzionale più ampio. Gli Enti locali si arrangiano con le poche risorse che hanno e che impediscono loro di costruire strutture adeguate per ospitare gli animali abbandonati. Negli ultimi anni, anche il mondo parlamentare ha provato invano a porre sul tavolo la questione. Vi è l’esigenza che la politica si impegni ad affrontare non soltanto questioni “etiche”, ma che riesca a risolvere i problemi quotidiani derivanti dall’abbandono degli animali. La sfida quotidiana è quella di non lasciare i Comuni soli nell’affrontare questa emergenza. “In questi termini le diverse proposte di legge che sono state presentate in questi ultimi anni anche da forze politiche di segno opposto sono caratterizzate tutte, seppur con modalità non sempre coincidenti, dall’obiettivo di ridistribuire le varie competenze in questa delicata e complessa materia in base alle risorse realisticamente disponibili” chiarisce l’avvocato.

Alcuni mesi fa, il deputato PD, Michele Anzaldi ha scritto una lettera al Ministero della Salute per denunciare il fenomeno allarmante del randagismo, proponendo misure drastiche che hanno fatto molto discutere, come la sterilizzazione e l’istituzione di una tassa annuale per i proprietari che non sottopongono gli animali a questa pratica. Proposte che hanno fatto infuriare l’on. Michela Vittoria Brambilla, di Forza Italia, il cui impegno in favore dei diritti degli animali è ampiamente risaputo.

Anche Legambiente ha ammesso che serve una «politica strategica a livello nazionale» e ha pubblicato un elenco di priorità che le istituzioni, a tutti i livelli, devono assolutamente affrontate. “Ritengo utili e necessarie le proposte recentemente avanzate da Legambiente nel cosiddetto ‘decalogo’ con l’obiettivo di armonizzare le politiche nazionali e locali, contrastare i costi e la sofferenza animale generati dall’abbandono e dal randagismo” chiosa Musumarra.

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