lunedì, Novembre 18

#SudanRevolt, le chance della Primavera Araba sudanese che non piace all’Occidente La rivolta popolare si sta rapidamente trasformando in un movimento politico nazionale contro il Presidente Omar Al Bashir, l’opposizione è unita e reparti di Esercito e Polizia sono dalla parte dei manifestanti

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La rivolta popolare scoppiata lo scorso 19 dicembre, causa la decisione di togliere i sussidi governativi su benzina, pane, zucchero e altri alimenti di base, triplicando i prezzi, si sta rapidamente trasformando in un movimento politico nazionale contro il Presidente Omar Al Bashir, al potere dal colpo di Stato del 1989. La manifestazioni hanno già raggiunto la fase pre-rivoluzionaria, estendendosi in tutto il Paese. Scontri con le forze dell’ordine sono all’ordine del giorno. Vari edifici pubblici e sedi del partito al Governo, il National Congress Party (NCP) sono stati saccheggiati e dati alle fiamme.

Fino ad ora le autorità dichiarano 19 persone uccise durante le varie manifestazioni, tra cui 2 poliziotti. Secondo Amnesty International 37 sarebbero le vittime registrate dall’inizio della crisi. Vi sono forti probabilità che il numero sia drammaticamente più alto, in quanto il regime sudanese ha sempre impedito l’operato di monitoraggio delle organizzazioni sudanesi e internazionali in difesa dei diritti umani.

La rivolta popolare in corso, che riprende la rivolta del pane del gennaio 2018, è vissuta dalle democrazie occidentali con molta apprensione in quanto, dal 2012, è stata accettata la falsa politica di apertura adottata dal regime per uscire dall’isolamento internazionale, trasformando il Sudan da Stato terrorista a prezioso alleato occidentale contro il terrorismo islamico salafista e i flussi illegali migratori dall’Africa all’Europa.
Una politica incoraggiata da Italia e Francia e parzialmente accettata dagli Stati Uniti, che ha costretto Paesi civili e democratici a dialogare con un dittatore su cui pende un mandato di arresto internazionale emesso dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e contro l’umanità commessi nel Darfur. Addirittura le autorità francesi hanno incontrato il Boia di Khartoum, Salesh Gosh a Parigi, chiedendo un aiuto per ristabilire l’influenza francese sulla Repubblica Centrafricana, persa a favore della Russia, in cambio di un sostegno incondizionato al regime.

Le aperture democratiche e la lotta contro il terrorismo salafita e flussi migratori, motivazioni che risiedono alla base della progressiva riabilitazione internazionale del regime sudanese, sono una realtà virtuale. Il regime ha lanciato, nel 2014, un processo di pace e riconciliazione nazionale pilotato per mantenersi al potere, contemporaneamente ad un intensificarsi della repressione delle rivolte popolari e inauditi massacri contro la popolazione civile negli Stati dove sono attive le ribellioni come il Justice Equality Mouvement (JEM) e il  Sudan People Liberation Mouvement (Nord SPLM-N) con ampio uso di armi chimiche.

I legami con il terrorismo salafista, DAESH compreso, sono solo diminuiti, mentre alla frontiera con l’Eritrea Esercito e Polizia sudanese commettono crimini contro l’umanità rivolti agli immigranti clandestini etiopi ed eritrei. Nei migliori dei casi vengono assemblati in centri d’accoglienza lager. Spesso abbattuti come cani, lontani da occhi indiscreti. Il numero imprecisato di vittime tra gli immigranti clandestini è la diretta causa dei finanziamenti dell’Unione Europea per combattere l’immigrazione illegale: 400 milioni di euro messi a disposizione delle forze armate sudanesi di cui solo 20 milioni sono stati utilizzati in progetti umanitari per mitigare i flussi migratori, parte di essi gestiti dall’Ambasciata d’Italia a Khartoum.
Aiuti umanitari che servono a occultare l’appoggio militare al regime di Bashir offerto dall’Occidente con le stesse logiche che hanno portato alcune democrazie europee ad appoggiare fazioni libiche, permettendo i crimini contro l’umanità rivolti agli immigrati africani. La gestione dei fondi umanitari europei affidata all’Ambasciata Italiana permette, inoltre, al corpo diplomatico italiano di mantenere il controllo, anche se parziale, sulla cooperazione, privato dalla nascita della Agenzia Italiana per la Cooperazione allo Sviluppo – AICS, parzialmente staccata dal Ministero degli Esteri.

La tolleranza dei crimini commessi e la riabilitazione del regime di Khartoum rientrano in un concetto di realpolitik che si sta rafforzando grazie agli sforzi dei diplomatici europei, minando le basi democratiche e principi umani dell’Unione Europea.

L’implosione del Sudan sarebbe un incubo per l’Occidente e metterebbe a rischio l’intero nord Africa, già in bilico a causa della guerra civile in Libia, la fragile e ipocrita apertura democratica del regno del Marocco per evitare la Primavera Araba, e l’ambigua democrazia in Tunisia. Anche per l’Unione Africana l’implosione sudanese rappresenterebbe un serio problema, visto le guerre civili in Sud Sudan, Repubblica Centrafricana, le crisi politiche altamente destabilizzanti in Congo e Burundi, e l’incerta politica di riforme democratiche in Etiopia, fortemente contrastata da forze interne di potere.

Il regime sta tentando di controllare la rivolta tramite la repressione. Un esercizio difficile da mantenere, in quanto, a distanza di 20 giorni dalla Primavera Araba sudanese, vari reparti della Polizia e dell’Esercito si sono rifiutati di sparare sui manifestanti. Altri reparti hanno preferito non intervenire, lasciando libero sfogo alle proteste popolari e osservando senza reagire i saccheggi e gli incendi ad edifici pubblici e sedi del NCP. Altri reparti si sono addirittura uniti ai manifestanti offrendo loro una protezione militare che ha scoraggiato sanguinarie repressioni da parte dei reparti d’élite del regime, spesso formati dall’ala estremista islamica all’interno del Governo e composti da psicopatici criminali di guerra.

Dopo aver constatato che Esercito e Polizia rischiano di ribellarsi, il dittatore Omar Al Bashir sta ora tentando di giocare la carta della moderazione. Domenica 30 dicembre, il generale avrebbe esortato la Polizia a non usare eccessiva forza nel contenere le proteste popolari, dopo che le Nazioni Unite hanno espresso la volontà di istituire indagini indipendenti sull’assassinio di decine di manifestanti. Bashir avrebbe invitato gli ufficiali di Polizia a non usare eccessiva forza contro le proteste condannando, però, le violenze dei manifestanti. «Ammettiamo l’esistenza di problemi economici, ma non possiamo risolverli distruggendo e saccheggiando edifici pubblici», ha dichiarato Bashir, e ha annunciato la creazione di un comitato di indagini sulle violenze avvenute durante le proteste. Un comitato che sembra essere stato creato per calmare l’Occidente piuttosto, che cercare di individuare i veri responsabili delle morti di civili.

La volontà di gettare acqua per ridurre l’incendio dimostrata dal dittatore è stata ripresa acriticamente dai media africani e occidentali che si sono trasformati, involontariamente, in organi di propaganda indiretta a favore del regime di Khartoum. Martedì 01 gennaio è giunta dalla Associazione Sudanese degli Ufficiali della Polizia Nazionale  la smentita di questa volontà del regime. Secondo un comunicato ufficiale emesso dall’associazione, Bashir durante la riunione non avrebbe chiesto di diminuire la repressione, ma di aumentarla, ordinando ai poliziotti di sparare contro i manifestanti con proiettili veri.
Nel comunicato degli ufficiali di Polizia, largamente ignorato dai media occidentali, si chiede a tutti i poliziotti sudanesi di non applicare le direttive del dittatore affermando che è immorale uccidere della gente per permettere a Bashir di rimanere al potere e alla sua famiglia di godere delle ricchezze del Paese. Il comunicato afferma che uccidere i manifestanti è un atto che viola direttamente la legge del Corano e il ruolo della Polizia che dovrebbe proteggere i civili e non trucidarli.
L’Associazione degli ufficiali di Polizia afferma la sua volontà di mantenere pulita la reputazione del corpo, rifiutandosi di obbedire agli ordini del regime. Il comunicato, pur non accennando ad inviti a raggiungere i manifestanti o a rivolte armate, è una chiara sfida rivolta a Bashir e un segno che il regime inizia a sgretolarsi dall’interno, iniziando proprio dalle sue forze di repressione. L’Associazione degli ufficiali ha condannato anche il comunicato del Capo dei servizi segreti, Salah Gosh, dove si tenta di addossare alla Polizia la responsabilità delle morti di civili. «Noi poliziotti non ci prestiamo al gioco di Bashir, Gosh e dei loro fratelli che, dopo aver umiliato e impoverito la popolazione ora vogliono reprimere nel sangue il dissenso politico diffuso a livello nazionale».  
Al momento il regime ha preferito non reagire alla palese sfida della Polizia nazionale in quanto arresti o rimozioni di ufficiali spingerebbe i poliziotti a passare dalla parte dei manifestanti, rivoltando le loro armi contro la dittatura. Il dissenso all’interno della Polizia porta il regime a limitare l’uso della forza da parte dell’Esercito e dei reparti d’élite che, in pratica, sono dei semplici squadroni della morte, rendendo più forte la protesta popolare.

Un’altra doccia fredda è calata sul generale Bashir. Per la prima volta si è creato un fronte unito dell’opposizione che reclama la fine della dittatura, un Governo di transizione e libere e democratiche elezioni. Ventidue partiti d’opposizione si sono riuniti nella piattaforma politica Sudan Call (il Sudan chiama) chiedendo le dimissione del Presidente e del Governo al fine di instaurare in Sudan un Governo democratico. «Il regime di Bashir non è in grado di risolvere la crisi politica, sociale ed economica che sta vivendo il Paese. Il processo di dialogo nazionale lanciato nel 2014 si è dimostrato una farsa del regime per mantenersi al potere. Il Sudan Call dichiara la sua volontà ad interrompere questo ridicolo dialogo, chiedendo al suo posto un Governo di transizione a cui affidare il compito di organizzare libere elezioni, annullare la Sharia e ristabilire la democrazia e i diritti civili»,  si legge in un recente comunicato del neonato fronte unico d’opposizione.

Il Sudan Call, a cui partecipa anche la principale forza d’opposizione in esilio, il Partito Comunista del Sudan, non sembra dare, al momento, segnali di infiltrazioni estremistiche, pur accogliendo al suo interno partiti di ispirazione islamica. Non sta dando nemmeno segnali di conflittualità con l’Occidente, pur lanciando chiari avvertimenti alle diplomazie europee in particolare alla Francia e all’Italia, considerati i principali sostenitori europei di Bashir.
Yasir Arman, il Segretario per gli Affari Esteri del Sudan Call, ha chiesto all’Unione Europea e agli Stati Uniti di non continuare a fare affari e ad appoggiare il regime dittatoriale dopo che esso ha mostrato il suo vero volto durante le repressioni contro la rivolta popolare. «La comunità internazionale si deve immediatamente dissociare dalla complicità offerta al governo sudanese, appoggiando la volontà popolare di democrazia e libertà. Ci appelliamo al Congresso degli Stati Uniti e al Parlamento Europeo affinché venga tolto l’appoggio al regime di Omar Al Bashir e vengano attuate risoluzioni simili al U.S. Sudan Peace Act dell’ottobre 2002».
«Occorrono nuove risoluzioni contenenti la domanda di abdicazione dal potere di Bashir e la creazione di un governo di transizione capace di riportare democrazia e pace in Sudan. Chiediamo a Washington e Bruxelles di interrompere immediatamente il processo di riabilitazione del regime sudanese e la rimozione del Sudan dalla lista dei Paesi sponsor del terrorismo internazionale»,  recita il comunicato pubblicato ‘Sudan Tribune’.
Questo comunicato risponde alla precisa volontà della società civile e dei partiti d’opposizione di mettere Parigi, Roma, Washington e Bruxelles dinnanzi alle loro precise responsabilità, offrendo alle democrazie occidentali la possibilità di dimostrare il loro genuino impegno verso la democrazia e la libertà, coerentemente con i valori politici e morali che costantemente sbandiera l’Occidente. Se l’Unione Europea e gli Stati Uniti non risponderanno all’appello del Sudan Call si porranno in una condizione difficile, qualora il fronte unito dell’opposizione riuscisse ad abbattere l’0diato regime.

Il Sudan Call è riuscito a inglobare, con un programma politico di cambiamento democratico e civile, anche le principali formazioni armate che da decenni combattono lo spietato regime islamico. Abdel Wahid Nur, leader del Sudan Liberation Army, ha chiesto ai suoi militanti di unirsi alle proteste popolari. Stesso appello è stato lanciato da Abdelaziz El Hilu, leader del Sudan People Liberation Movement – Nord – Hilu, fazione del SPLN-Nord. «La popolazione sudanese deve continuare la rivoluzione per liberare il Paese e noi abbiamo il dovere morale di sostenere la democrazia e di proteggere i cittadini dalle violenze del regime», ha  affermato Jibril Ibrahim, leader del JEM (Movimento per la Giustizia e l’Equità).

«Si rende urgente un cambiamento di regime per permettere ai sudanesi di superare questa disumana dittatura che sta mettendo a repentaglio l’unità del Paese e per costruire la democrazia su basi veramente genuine, possibilmente tramite un passaggio pacifico di potere. Il nostro obiettivo politico non è quello di posizionarsi nel futuro governo ma di fermare il regime e salvare il Sudan», afferma un comunicato congiunto firmato dai partiti politici d’opposizione e dai gruppi armati sudanesi.

Il regime si trova in serie difficoltà. La popolazione ha deciso di condurre la rivolta fino alle estreme conseguenze, incurante delle vittime.  
Non potendo più contare su un compatto fronte delle forze repressive, il regime tenta una strategia incerta: mantenendo le misure di repressione e tentando di offrire alle folle inferocite qualche concezione di facciata tesa a calmarle.
Le principali università e scuole superiori del Paese sono state chiuse e in molti Stati è stato imposto il copri fuoco. È stato bloccato l’accesso ad Internet, per impedire che i manifestanti si possano organizzare e coordinarsi tramite le piattaforme sociali online. Si sta tentando di mantenere intatta la fedeltà delle forze armate al regime per evitare che i reparti di Esercito e Polizia reclutanti alla repressione si uniscano ai manifestanti e ai gruppi armati creando così un pericoloso fronte unito capace di abbattere militarmente il regime.
Dall’altra parte si tenta di mitigare le decisioni sui sussidi al carburante, pane, e altri beni di prima necessità, nella speranza che la popolazione desista dall’intento politico di rovesciare la dittatura. Il Governatore della Banca Centrale, Mohamed Khair Al Zubair, ha dichiarato che il Governo cercherà di ridurre l’inflazione al 27% nel 2019, e di aumentare la produzione nazionale di petrolio e prodotti di prima necessità, come la farina e lo zucchero per ripristinare i prezzi accessibili alla popolazione. Vari Stati hanno concesso un periodo di sei mesi di grazia ripristinando le sovvenzioni statali precedenti ai disastrosi aumenti dei prezzi della benzina, pane e beni alimentari di base.

Questa tattica del bastone e della carota sembra non calmare la sete di libertà e democrazia del popolo sudanese. Il 31 dicembre il Governo ha evitato per miracolo la presa della Presidenza, grazie all’impegno delle forze repressive rimaste fedeli al regime che si sono scontrate duramente contro i manifestanti. Bashir ha lanciato un appello all’opposizione affinché collabori con il Governo per risolvere pacificamente la crisi economica del Paese ricevendo come risposta un netto rifiuto e l’invito a uscire di scena. «Il popolo sudanese vuole Libertà, Pace e Giustizia. La rivoluzione non verrà arrestata da facili compromessi proposti dal regime di Omar Al Bashir in quanto genuina scelta popolare», recita un comunicato stampa emesso dalla società civile.

Sarah Nugdallah, Segretario Generale del principale partito d’opposizione, il  National Umma Party – NUP, ha lanciato la proposta della National Freedom Charter (Carta Nazionale della Libertà),  un programma democratico per il Sudan che si basa su otto punti politici, tra questi anche la rimozione della dittatura, la fine della legge islamica, il rispetto dei diritti umani e libertà civili, l’alternanza politica, la libertà di stampa e opinione, la fine delle pulizie etniche, del sostegno ai gruppi terroristici salafisti e del massacro di centinaia di innocenti migranti etiopi ed eritrei compiuto con i fondi elargiti dall’Unione Europea.
La National Freedom Charter stabilisce le modalità del futuro Governo di transizione e unità nazionale che sarà incaricato di democratizzare e pacificare il Paese. Alla NFC hanno aderito la piattaforma politica Sudan Call, le principali forze guerrigliere, vari reparti di Esercito e Polizia, l’associazione degli imprenditori sudanesi e il National Consensus Forces Alliance (Alleanza Nazionale delle Forze di Consenso).  
Il futuro Governo di transizione sarebbe composto da tecnocrati ed esperti economici indipendenti dai vari partiti politici che devono dare il loro supporto. La transizione verrà effettuata adottando la roadmap di pace per il Sudan ideata dall’Unione Africana, che consiste nel risolvere la crisi economica tramite maggior giustizia sociale, rafforzare la democrazia e lo Stato di Diritto in tutela dei cittadini, interrompere il sostegno al terrorismo, rivedere radicalmente la politica migratoria per non essere complici dei crimini occidentali tesi a fermare nel sangue i flussi migratori. La roadmap prevede, inoltre, di far finire le varie ribellioni armate del Paese includendo nel Governo i gruppi armati sudanesi che si devono trasformare in partiti politici e i cui miliziani devono essere assorbiti dalle forze armate repubblicane, ristabilire normali rapporti con i Paesi vicini, condurre il Paese a libere, democratiche e trasparenti elezioni presidenziali, parlamentari e amministrative, e a formulare una nuova Costituzione laica che tuteli le libertà civili.

La Primavera Araba Sudanese sembra avere tutte le carte in regola per poter dare al popolo una vita normale dove democrazia, libertà e rispetto dei diritti umani siano i pilastri di una nuova società. A questo punto Italia, Francia, Unione Europea e Stati Uniti sono dinnanzi ad una scelta: appoggiare la rinascita democratica, pluralista, multietnica e multireligiosa del Sudan o continuare a sostenere un sanguinario regime islamico distruggendo così i valori democratici e libertari occidentali.

Nonostante l’appoggio discreto dell’Occidente, Bashir sta rafforzando amicizie di convenienze con nuovi partner internazionali, tra cui la Russia, che si sta imponendo nel mercato sudanese degli idrocarburi. A vari media africani, tra cui il ‘Sudan Tribune’, è giunta notizia che il gruppo paramilitare Russian Wagner, particolarmente attivo in Siria, Ucraina e Repubblica Centrafricana, ha inviato mercenari che stanno aiutando le unità speciali sudanesi a contenere le proteste. I mercenari collaborano con la NISS (Servizio Nazionale di Sicurezza e Intelligence del Sudan). Intervistato dal ‘Sudan Tribune’, il portavoce del NISS ha confermato la presenza nel Paese del gruppo paramilitare russo, affermando che non può fornire ulteriori informazioni in quanto la collaborazione è top secret.

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