domenica, Dicembre 15

Sudan: via Al-Bashir, la rivoluzione continua, militari e Occidente permettendo L’interesse dell’Occidente, Italia, Francia in primis, e della Russia, nel mantenimento dello status quo, e le reazioni dei manifestanti, decisivi per il successo dell’operazione dei militari o meno nelle prossime ore

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Il Presidente del Sudan, Omar al-Bashir, è uscito di scena, destituito e arrestato dal suo Esercito.
All’alba di oggi, l’Esercito, dopo aver fatto irruzione nella tv di Stato e aver chiuso l’aeroporto di Khartoum, ha annunciato un messaggio televisivo . Da qui un susseguirsi di fatti che attendono conferma, almeno per quanto attiene le dinamiche, e, infine,  Omar al-Bashir ha lasciato, dopo 30 anni, la presidenza.
Secondo alcune fonti sarebbe stato destituito, secondo altre avrebbe rassegnato le dimissioni; comunque sia è stato l’Esercito a condurre fuori dalla porta, più o meno volontariamente, il Presidente, e (forse) arrestato tutto il Governo e gli uomini vicini al rais. L’Esercito ha assunto il potere, circondato il palazzo presidenziale e preso in custodia Bashir.

In tarda mattinata, poi, in un messaggio alla Nazione, il Ministro della Difesa, Awad Mohamed Ahmed Ibn Auf  ha annunciato che le Forze Armate sudanesi prenderanno il potere per due anni, dopo la destituzione del Presidente, precisando che Bashir sarà detenuto in ‘un posto sicuro’. Altresì:  sospensione della Costituzione, lo scioglimento del Governo nazionale e di quelli locali e del Parlamento. Sarà istituito un consiglio militare al fine di governare il Paese per due anni e un coprifuoco di un mese in tutto il Paese.

La Sudan Professionist Association (SPA), che ha guidato le proteste, ha immediatamente reagito, affermando che accetterà solo il passaggio di potere a un Governo di transizione civileAi manifestanti non basta che al-Bashir lasci la presidenza: chiedono garanzie affinchè non si verifichi un semplice avvicendamento al potere’, al contrario vi sia un rinnovamento dei vertici istituzionali attraverso regolari elezioni, da arrivarci con un Governo civile in gradi di garantire una solida transizione fuori dai vecchi poteri.

Concorde l’opposizione politica, l’Alleanza per la libertà e il cambiamento, che include partiti di opposizione e gruppi di varia estrazione, ha dichiarato che  «Il regime ha condotto un colpo di Stato militare riportando le stesse facce e le stesse istituzioni contro cui il nostro popolo si è sollevato». «Respingiamo tutti quello che è stato detto nella dichiarazione del golpe fatta dal regime».

L’Associazione dei professionisti sudanesi, ha convocato un raduno di fronte il quartier generale dell’Esercito, a cui hanno risposto a centinaia. L’Alleanza ha invitato a «continuare il loro sit-in davanti al quartier generale dell’Esercito e in tutte le regioni e nelle strade»… In particolare, l’SPA chiede che i militari informino la popolazione circa «il profilo della rivoluzione in termini di libertà e cambiamento». «La rivoluzione continua», scrivono.

«Continueremo a mantenere il controllo delle strade e delle piazze liberate con forza e merito finché il potere sarà consegnato ad un governo di transizione civile, espressione delle forze della rivoluzione. Questa è l’ultima parola, vi diamo appuntamento nelle strade che non tradiscono», respingendo molto chiaramente il governo militare annunciato dal Ministro della Difesa.

Il timore dei manifestanti non è per nulla infondato. L’Esercito è sempre stato alleato fedele di al-Bashir e del suo regime -i falchi dell’Esercito hanno goduto per decenni privilegi e ricchezze sotto la guida di Bashir-, ma, soprattutto, la mossa di togliere di mezzo il rais e salvare il suo regime era nell’aria già a febbraio. Allora la coalizione di Governo puntava a far uscire di scena il rais, per calmare la rabbia popolare,  puntando a un nuovo governo che mantenesse intatto il regime.
All’inizio di marzo, poi, la soluzione di un post-Bashir prende forma seriamente quando si viene a sapere che il generale Salah Gosh, il così detto ‘boia di Khartoum’, per salvare il regime attraverso un cambio di guardia del Capo di Stato alla completa insaputa del Generale Bashir, aveva incontrato i servizi dei Paesi ‘amici’. A Monaco, tra il 15 e il 17 febbraio, Gosh aveva incontrato il Direttore dei servizi segreti israeliani, Yossi Cohen, tramite la mediazione congiunta di Egitto, Arabia Saudita e Emirati Arabi. Questi tre Paesi, assieme alla Russia, avevano supportato al-Bashir e il partito del rais, il NCP, ma sembravano arrivati alla conclusione che se il dittatore fosse rimasto alla guida del Paese per il NCP non vi sarebbe alcuna possibilità di trovare un compromesso con i rivoluzionari. Di conseguenza le tre potenze arabe avevano deciso di coinvolgere i servizi segreti israeliani e di puntare sul Generale Gosh, già conosciuto per i suoi contatti con il Cairo, Riad e Abu Dhabi. A Monaco il ‘boia di Khartoumavrebbe incontrato anche agenti segreti francesi e inglesi. Non si hanno notizie certe su contatti avvenuti o meno con i servizi segreti italiani, nonostante che dal 2012 l’Italia abbia giocato un ruolo decisivo per la riabilitazione del sanguinario regime islamico di Khartoum, in cambio di una opaca collaborazione contro i flussi migratori clandestini da Etiopia, Eritrea all’Europa.

Il nome di  Salah Gosh torna a circolare in queste ore a  Khartoum, ci riferiscono nostre fonti, dietro garanzia di anonimato.
Gosh potrebbe essere l’uomo incaricato dai militari di gestire la transizione. Il ‘direttorio’ che decide chi gestirà la transizione, sarebbe composto dal vicepresidente e Ministro della Difesa Awad Ibn Auf, il capo delle Forze di supporto rapido (Rsf), Mohammed Hamdan Dalgo, e, ovviamente, Gosh stesso.

Salah Gosh ha stretti legami con gli Emirati Arabi Uniti, ma anche con i vertici francesi e degli altri Paesi europei. Chiaro che sarebbe l’uomo giusto per garantire il regime e gli alleati occidentali.
Altrettanto chiaro che alla popolazione in rivolta un nome del genere sarebbe un segnale chiarissimo che i loro timori sono fondati, e, considerato la decisione che hanno dimostrato in queste ore, ci sarebbe da aspettarsi una reazione durissima.
E’ di queste ore la notizia che i manifestanti hanno attaccato le sedi del Servizio nazionale di sicurezza e intelligence (la Niss di Gosh, appunto) nelle città orientali di Port Sudan e Kassala.

Una reazione forte che costringa a spargimenti di sangue non è quello che serve al regime per risorgere dalle ceneri. Per tanto è più probabile che Gosh rimanga in ombra a tirare le fila e che frontman sia un uomo che possa avere una parvenza di credibilità.

Un ramoscello di ulivo, lo ha lanciato proprio Niss, che, mentre si annunciavano due anni di transizione a guida militare, ha annunciato la liberazione di tutti i prigionieri politici del Paese. Difficile credere che i manifestanti abbocchino.

Intanto, le cancellerie occidentali sono al lavoro.
Una nostra fonte di ci dice: «Per Italia e Francia la situazione e molto delicata, visto che hanno sostenuto apertamente Bashir. Stanno sperando in un golpe della Polizia politica guidato dal pluriomicida Saleh Gosh. Se cosi fosse Roma e Parigi sono salve. Se vincesse la rivoluzione borghese, Italia e Francia potrebbero essere accusate di partecipazione al massacro di migranti eritrei ed etiopi che dura dal 2014». Quello del coinvolgimento del Sudan nella tratta dei migranti e della consapevolezza dell’Europa -la quale versa milioni di Euro al Paese per fermare l’immigrazione clandestina- è un dato praticamente acclarato e non da oggi.

La Russia non ha tardato ha pronunciarsi. Il Cremlino «sta seguendo da vicino l’evolversi della situazione» in Sudan e auspica che i sudanesi risolvano velocemente la crisi e che «non ci sia una escalation di tensione che potrebbero portare vittime», ha dichiarato il portavoce del Cremlino, Dmitry Peskov. «Ci aspettiamo che la situazione ritorni nella legittimità il prima possibile. E anche che qualsiasi sarà il risultato -e l’intera situazione è esclusivamente interna e dei sudanesi- il Paese rimanga coerente con la sua politica estera», ha aggiunto. L’Unione Europea ha lanciato un appello ad astenersi dalle violenze, l’Italia si è accodata auspicando una svolta democratica.

I prossimi giorni saranno decisivi per capire se si va verso un bis del regime o verso una guerra civile, dipenderà da come la popolazione decodificherà le mosse dei militari, al momento pare intenzionata a non mollare la presa fin tanto che il regime nella sua interezza non sarà per davvero abbattuto. C’è una non sottovalutabile incognita: gli attori stranieri cosa faranno?

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