giovedì, Dicembre 12

Sudan: ultimatum dei militari, e il ‘Boia di Khartoum’ cerca appoggi anche in USA Il TMC promette i soldati rientreranno nelle caserme solo dopo che sarà completata la transizione democratica in Sudan. Contro-rivoluzione in atto?

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Il Transitional Military Council ha compiuto un’altra decisiva mossa per riuscire a rimanere al potere tramite il controllo del Consiglio Sovrano, l’istituzione che dovrebbe essere creata per gestire il periodo di transizione alla democrazia. Dopo aver lanciato una serie di attacchi, nel vano tentativo di far smobilitare le masse in protesta permanente e l’assedio al Quartiere Generale dell’Esercito, a Khartoum. Dopo aver difeso a spada tratta gli autori degli attacchi ai civili, ovvero le milizie arabe Rapid Support Forces, incolpando non meglio precisati infiltrati delle violenze della scorsa settimana, aver interrotto le trattative con la piattaforma politica Force of Freedom and Change (FFC), i generali, constatando il fallimento della ripresa dei colloqui, hanno lanciato un messaggio al movimento rivoluzionario e alla popolazione in generale che suona come un velato ultimatum.

In un comunicato stampa, il Vice Presidente del TMC, il Generale Luogotenente Mohamed Hamdan Daglo (Hemetti), ha dichiarato che l’Esercito sta attendendo una genuina e matura collaborazione da parte del FFC per superare l’impasse, risolvere la crisi politica e avviare il periodo di transizione. Hemetti ha ricordato che senza l’intervento delle Forze Armate, culminato con l’arresto del dittatore Omar Al Bashir, lo scorso 11 aprile, la rivoluzione non sarebbe mai riuscita abbattere il regime. Si rammarica di aver ricevuto come ringraziamento una valanga di accuse ingiustificate e di pressioni dalla direzione delle proteste popolari, che hanno come unico obiettivo quello di avere il pieno controllo delle istituzioni e del potere esecutivo.

«Ci chiedono di rientrare nelle caserme e lasciare fare a civili e tecnocrati. Questa richiesta non può essere condivisa ne tanto meno accettata. I soldati rientreranno nelle caserme solo dopo che sarà completata la transizione democratica in Sudan. L’Esercito è il solo garante della difesa della popolazione e di libere e trasparenti elezioni. Quando esse verranno svolte allora ritorneremo nelle caserme. Voglio ricordate a tutti che il nostro Paese è esposto a vari pericoli e il clima di diffidenza creatosi verso le forze armate non fa altro che aumentare questi pericoli» , ha affermato Hemetti.

Il Vice Presidente del TMC e capo delle milizie arabe, ha duramente criticato i diplomatici occidentali -senza fare nomi- e le loro pressioni per consegnare immediatamente i poteri ad un governo civile. Secondo Hemetti, il passaggio deve essere graduale e l’Esercito deve continuare a svolgere il suo ruolo di garante e difensore della rivoluzione sudanese. «Non possiamo piegarci dinnanzi alle pressioni internazionali in quanto conosciamo i pericoli che potrebbero insorgere destabilizzando il Sudan. L’Occidente dovrebbe essere più cauto verso il Sudan sopratutto alla luce delle politiche errate e degli errori commessi per risolvere altre crisi mondiali in Iraq, Libia, Siria». Questo attacco rivolto a Unione Europea e Stati Uniti è la reazione della giunta militare alla visita di una delegazione di ambasciatori occidentali al sit-in davanti al Quartiere Generale delle forze armate avvenuta due sere fa. Durante l’occasione gli ambasciatori avrebbero espresso la loro solidarietà ai manifestanti. Al momento non si conosce la nazionalità di questi ambasciatori.

Il comunicato stampa di Hemetti si conclude con l’invito alla Sudanese Professionals Association (SPA) e al FFC di accettare il genuino e patriottico supporto del Transitional Military Council, sottolineando che l’Esercito non vuole rimanere alla guida del Paese, ma essere garante della transizione pacifica in Sudan.

La risposta della SPA non si è fatta attendere. In un comunicato stampa, si accusa il TMC di intransigenza e di inopportuna insistenza sulla gestione da parte dell’Esercito del periodo di transizione che non riflette le aspettative politiche e sociali della rivoluzione. La SPA mette in guardia anche le forze politiche che compongono la piattaforma politica Forces for Freedom and Change, consigliando di abbandonare ogni intento che possa far deragliare la rivoluzione dai suoi obiettivi, modificare la struttura della direzione o snaturare la sua natura politica. Il comunicato termina con la promessa di indire uno sciopero generale ad oltranza su tutto il territorio nazionale.

Nonostante questa guerra di comunicati, un comitato tecnico accettato da TMC e FFC sta lavorando senza sosta da ieri per trovare una soluzione idonea a superare il pericoloso stallo e permettere la ripresa delle trattative. Le parti avverse sono in attesa di proposte da parte di questo comitato tecnico, con ruoli di propositore e mediatore delle trattative politiche. In un comunicato congiunto TMC e FFC lanciano la richiesta ai mediatori di trovare al più presto argomenti e proposte accettabili, al fine di riprendere le negoziazioni al fine di esaudire le aspirazione del popolo sudanese e raggiungere gli obiettivi prefissati dalla Rivoluzione di Dicembre.

Le buone intenzioni espresse nel comunicato congiunto contrastano con le manovre sotterranee della giunta militare.
Si sta assistendo allafugadei generali legati all’Islam radicale. Le dimissioni del generale Mustafa Mohamed Mustafa, membro del TMC, è la sesta dal 11 aprile 2019, data dell’abdicazione e arresto di Bashir.
Tutte le dimissioni vertono su profonde divergenze tra i generali vicini all’Islam radicale e il TMC sulle modalità del passaggio dei poteri ai civili e sul mantenimento della Sharia, la legge coranica. I generali dimissionari sono di rilievo, hanno una grande esperienza militare e seguito tra le truppe e le milizie arabe: l’ex Ministro della Difesa ed ex Primo Vice Presidente Awad Ibn Ouf, il Capo dello Stato Maggiore Kamal Abdel-Maarouf, i generali Omer Zain al-Abidin al-Sheikh, Jalal al-Din al-Sheikh al-Tayeb, e al-Tayeb Babikir Ali.
Il Generale Mustafa ha espresso la sua contrarietà circa agli arresti del capo della National Intelligence Security Service, Salah Gosh soprannominato il ‘Boia di Khartoum’.

Attorno a Gosh vi è un vero e proprio giallo diplomatico. Martedì 21 maggio la Polizia sudanese si recata presso la sua residenza, dove è agli arresti domiciliari, per trasferirlo in una prigione di massima sicurezza, dietro ordine del Tribunale di Khartoum. A grande sorpresa, le milizie NISS hanno impedito alla Polizia di entrare nell’abitazione e di arrestare il Generale Gosh. Arresto che immediatamente è risultato impossibile da effettuare, in quanto Salah Gosh ha lasciato il Paese in data sconosciuta. Ora ilBoia di Khartoumsarebbe, secondo le informazioni che abbiamo potuto reperire da nostre fonti che confermano i rumors che corrono nella capitale, impegnato in una meticolosa tournée politica in Arabia Saudita, e Emirati Arabi, per ottenere appoggi politici e militari al Transitional Military Council. Salah Gosh si sarebbe anche recato negli Stati Uniti per incontrare alti ufficiali della CIA. Incontro che non sarebbe stato programmato dalla Casa Bianca, dal Congresso, né, tanto meno, dal Presidente Donald Trump.

Secondo una recente analisi, il TMC e le forze islamiche radicali avrebbero già avviato la contro-rivoluzione e ci si potrebbe attendere ad un secondo colpo di Stato, oltre a una dura repressione del movimento rivoluzionario anche a rischio di entrare in una guerra civile. Le punte di diamante della contro-rivoluzione che sarebbe già in atto secondo Foreign Policy, sarebbero proprio Hemetti e Gosh. I generali islamici che hanno dimissionato servirebbero per contrastare i generali e le truppe che eventualmente potrebbero decidere di difendere la popolazione.

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