sabato, Ottobre 19

Sudan: tra amicizie cinesi e ritorsioni americane

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Khartoum – La visita ufficiale del presidente sudanese Omar El-Bashir a Pechino avvenuta il 1° settembre in occasione del 70esimo anniversario della vittoria contro le truppe nipponiche di invasione durante la Seconda Guerra Mondiale ha rafforzato il legame tra Sudan e Cina. Il presidente cinese Xi Jimping è stato chiaro, definendo il Sudan un alleato prezioso e Bashir un caro amico di vecchia data. Il presidente sudanese, accompagnato da una nutrita delegazione di businessmen e ministri, ha portato a casa un bottino non indifferente. Prima di tutto un consistente prestito finanziario a tassi agevolati per aumentare la produzione interna e l’export. Rimanendo nel settore finanziario la Cina interverrà in modo risoluto per aumentare la cooperazione tra i due sistemi bancari mentre il Sudan ha promesso di attivare le misure necessarie per la trasformare lo Yuan in valuta pregiata che verrà utilizzata per saldare precedenti debiti contratti con Pechino.

Nel settore idrocarburi la Cina aumenterà il suo impegno per rafforzare la produzione petrolifera, forse assumendo il controllo dei giacimenti presenti nel conteso Stato di Abeji. Sul settore trasporti è stata firmata una joint venture che darà la vita ad una compagnia sino-sudanese per i trasporti internazionali. Una conquista per il Paese africano in quanto la sua flotta commerciale potrà superare gli ostacoli dell’embargo occidentale battendo bandiera cinese. In Sudan giungeranno nuove locomotive e tecnici specializzati per la manutenzione di quelle già esistenti. Il tratto ferroviario tra Port Sudan e Ed Damazin (che collegherà il Sudan con l’Etiopia) è di imminente realizzazione con fondi cinesi. Una realizzazione molto importante per l’Etiopia. La ferrovia offrirà al Paese il secondo sbocco sul mare dopo quello di Djibuti.

Due aerei di linea saranno dati in dotazione al Sudan con la formula di leasing. La proprietà degli aerei rimarrà cinese fino a saldo avvenuto. Questo stratagemma, come per le navi mercantili, permetterà al Sudan di raggirare l’embargo mettendo a disposizione i due aerei per le rotte commerciali africane. Grandi investimenti sono previsti nel settore agricolo e nel settore manifatturiero con l’obiettivo di aumentare la produzione agricola. Verrà rafforzato la Free Trade Zone del Red Sea attraverso la creazione di un imponente polo industriale dove varie ditte cinesi de-localizzeranno la loro produzione. Non ultima conquista la cooperazione militare tra i due paesi verrà raddoppiata.

L’Amministrazione Obama, rimasta attonita dell’inaspettato impegno cinese teso a egemonizzare il Sudan, ha reagito con le classiche minacce di intervento militare, vanificando così gli sforzi fino ad ora compiuti per il disgelo delle relazioni tra i due Paesi. Gli Stati Uniti stanno cercando di convincere le Nazioni Unite a posizionare il Sudan nella “agenda 4” relativa alla situazione dei diritti umani. La mossa permetterebbe di applicare il Capitolo 7 della Carta delle Nazioni Unite che prevede l’intervento militare internazionale per difendere la popolazione seriamente minacciata  di sterminio dal proprio governo.

La richiesta americana di porre il Sudan nella agenda 4 (attualmente è posizionato nella agenda 10 connotata da un miglioramento del rispetto dei diritti umani) si basa su recenti rapporti di Amnesty International e Human Rights Watch che accusano l’esercito sudanese e le milizie alleate di crimini di guerra negli Stati del Sud Kordofan e Blue Nile dove sono in atto operazioni militari contro la ribellione del SPLM-Nord. I rapporti delle due associazioni internazionali non si basano sulla raccolta diretta di prove ma su un terzo rapporto redatto da un gruppo sudanese in difesa dei diritti umani, il African Centre for Justice and Peace Studies (ACJPS), sospettato di nutrire simpatie per la ribellione e ricevere finanziamenti occidentali. Il ACJPS la scorsa settimana ha inviato la Consiglio delle Nazioni Unite per i Diritti Umani una lettera sulla grave situazione in Sudan dove si accusa il governo di Khartoum di brutali repressioni e di bombardamenti indiscriminati contro i civili nelle zone di conflitto che avrebbero causato la morte di migliaia di persone.

Sotto un piano strettamente giuridico, le accusa rivolte da ACJPS dovrebbero essere prese con riserbo in quanto avanzate da una parte probabilmente in causa senza la possibilità di verificare sul terreno la veridicità di quanto sostenuto. Una impossibilità dettata anche dalla mancata collaborazione del governo sudanese che rigetta in toto le accuse e rende difficile le verifiche dirette. Una delegazione sudanese è stata inviata con la massima urgenza a Ginevra nel tentativo di bloccare la manovra americana. Evidente la contraddizione tra la posizione assunta dalla Casa Bianca nei confronti del Sudan e del Burundi. Nel secondo caso Washington ha chiaramente preso posizione contro il regime di Bujumbura ma non ha richiesto alle Nazioni Unite di inserire il Paese nella agenda 4 nonostante che la violazione dei diritti umani e il verificarsi di crimini contro l’umanità sia più palese in Burundi che in Sudan.

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