mercoledì, Agosto 21

Sudan: Stati Uniti contro i militari Pressioni e condanne americane per riprendere i colloqui. La diplomazia saudita non è ancora riuscita a convincere la Casa Bianca a ridare fiducia alla giunta militare, agli USA il Sudan di al-Bashir non è mai piaciuto

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La giunta militare ha tratto il dado. Interrotto qualsiasi negoziato tra l’opposizione e la dirigenza del movimento rivoluzionario: la coalizione di vari partiti, associazioni professionali, società civile denominata FFC (Forces for Freedom and Change), oppure AFC  (Alliance for Freedom and Change), e assunti i poteri esecutivi per gestire la transizione senza formare un Governo provvisorio. Azioni terroristiche attuate dalle milizie arabe Rapid Support Forces (RSF) contro la popolazione civile per spezzare l’assedio al Quartiere Generale delle Forze Armata a Khartoum e impedire che le proteste di piazza e i sit-in continuino ad essere un’arma di pressione della direzione rivoluzionaria. Bilancio provvisorio di 35 morti e 360 feriti in una sola settimana solo a Khartoum, a cui si aggiungono le vittime degli attacchi di lunedì in altre province del Sudan. Tentativi, parzialmente riusciti, di spaccare l’unità della piattaforma politica dell’opposizione. Alleanza (non dichiarata sulla carta, ma reale sul terreno) con le forze dell’Islam radicale, con la promessa di mantenere la spietata legge coranica della Sharia da 30 anni utilizzata per spezzare ogni opposizione e distruggere ogni voce contrario e di dissenso.

Questo secondo colpo di Stato (il primo attuato il 11 aprile scorso con la destituzione e gli arresti del ex Presidente Omar al-Bashir) rappresenta una svolta (in negativo) della crisi sudanese che covava da decenni e scoppiata in motti rivoluzionari nel dicembre 2018. La necessità dei generali di salvaguardare i propri privilegi, interessi economici e, sopratutto, per sfuggire alla giustizia e non dover rendere contro dei innumerevoli crimini contro l’umanità compiuti durante questi lunghi decenni di dittatura islamica, ha prevalso sulla soluzione pacifica della crisi. Il Consiglio Militare, assumendo tutti i poteri e gestendo da solo il periodo di transizione, ha intenzione di ricreare le dinamiche della giunta militare in Egitto: Colpo di Stato militare ed elezioni pilotate per dotare i generali di una legalità internazionale tramite un verdetto elettorale sapientemente guidato.

Il golpe attuato dal Transitional Military Council presuppone un appoggio internazionale. Le alleanze certe sono le monarchie arabe di Arabia Saudita ed Emirati Arabi, poi Egitto e Turchia. Vari osservatori sudanesi e regionali hanno nutrito il sospetto che i tentativi della diplomazia saudita presso Washington e Bruxelles stessero dando i fritti sperati dai promotori, ovvero convincere gli alleati occidentali a posizioni più morbide verso il TMC. Obiettivo principale: convincere l’Occidente a riconoscere l’autorità della giunta militare come unica garante della stabilità del Sudan per impedire un conflitto stile Libia dove le milizie Al-Qaeda Magreb e DAESH troverebbero terreno fertile per le loro operazioni.

All’attuazione del secondo golpe molti di questi osservatori stavano sospettando che la diplomazia saudita fosse riuscita a convincere gli Stati Uniti e l’Unione Europea. “É impossibile che i generali abbiano lanciato il colpo di Stato senza la minima assicurazione dei loro alleati occidentali”. E’ il pensiero degli osservatori sudanesi e regionali.
A gran sorpresa gli atti ufficiali compiuti dagli Stati Uniti ieri, 4 giugno 2019, dimostrano che la diplomazia saudita non è ancora riuscita a convincere la Casa Bianca a ridare fiducia alla giunta militare, composta dai generali del vecchio regime, e a sostenerla.
Tibor Peter Nagy, uno dei più alti ufficiali americani del Dipartimento Affari Africani ed Assistente del Dipartimento di Stato americano, ieri ha incontrato il capo della Commissione Unione Africana, il ciadiano Moussa Faki, per discutere delle migliori strategie per costringere la giunta militare a riprendere i negoziati con l’opposizione al fine di trasferire i poteri esecutivi ad un governo di transizione composto da civili.

Nagy, durante la sua visita ad Addis Ababa, ha rinnovato il sostegno degli Stati Uniti al ruolo dell’Unione Africana (UA) nella crisi sudanese con l’obiettivo di evitare il rischio di caos geopolitico regionale. Il diplomatico americano ha discusso con le autorità della UA della necessità di adottare nuove pressioni contro la giunta militare al fine di concretizzare il passaggio dei poteri ai civili. La risoluzione del Consiglio di Sicurezza e Pace dell’Unione Africana ha dato tempo al TMC fino al 30 giugno 2019 per compiere tale passaggio di poteri. Il golpe attuato ieri dai militari è stato interpretato dalla UA come un chiara sfida alla sua autorità nel continente.

Il capo della commissione Unione Africana Faki ha ventilato la possibilità di imporre sanzioni internazionali che colpiscano direttamente i dirigenti della giunta militare senza colpire la popolazione che già soffre per le lunghe ed efficaci sanzioni internazionali imposte dagli Stati Uniti e dalla grave crisi economica che dura dal 2011, anno dell’indipendenza del Sud Sudan dopo 25 anni di guerra civile contro il nord. «Riferendosi al Comunicato del 30 aprile 2019 redatto dal Consiglio di Sicurezza e Pace, l’Unione Africana invita a tutti gli attori politici del Sudan a riprendere immediatamente i negoziati al fine di assicurare in tempi brevi il passaggio di poteri ad un governo di transizione guidato da civili», questo il comunicato ufficiale inviato al TMC e all’opposizione sudanese, frutto delle attività diplomatiche di Tibor Nagy.

L’inaspettata offensiva diplomatica americana contro il Transitional Military Council trova ragione anche nelle offensive paramilitari compiute dalle milizie arabe contro i manifestanti per soffocare le proteste di piazza. Dopo la serie di attacchi presso sit-in nella capitale, le RSF lunedì 03 giugno hanno iniziato una vasta offensiva di polizia su altri Stati coinvolti nei motti rivoluzionari. Attacchi simultanei a vari sit-in sono stati fatti dalle RSF negli Stai di El Gedaref, Blue Nile, River Line e Kordofan Occidentale.

John Bolton, Consigliere per la Sicurezza di Donald Trump, ha denunciato senza mezzi termine le violenti azioni di Polizia attuate dalle milizie arabe responsabili del genocidio nel Darfur. «Le violenza gratuite e ingiustificate commesse dalle forze di sicurezza sudanesi contro dei pacifici dimostranti a Khartoum rappresentano un atto abominevole. Il TMC deve rispettare il diritto dei cittadini a manifestare pacificamente le loro opinioni politiche e deve accelerare il processo di transizione dei poteri ai civili come la popolazione sudanese sta domandando».

Tengo a precisare, ha aggiunto, «che i miliziani delle Rapid Support Forces sono ritenuti responsabili di questi brutali attacchi che sono evidentemente frutto di una strategia e di una coordinazione militare delle RSF, la milizia che ha perpetuato i peggiori crimini durante il regime di Bashir. Ci rivolgiamo alle autorità militari sudanesi affinché si trattengano dal compiere illegali atti di forza e mantengano fede all’impegno di proteggere la popolazione del Sudan». Bolton, ha concluso avvertendo il TMC che qualsiasi governo transitorio gestito da soli militari e le elezioni anticipate saranno considerati illegali che comprometteranno seriamente i rapporti tra Sudan e Stati Uniti.

Il messaggio di Bolton è una semplice esposizione della posizione ufficiale adottata dalla Casa Bianca nei confronti della crisi politica in Sudan, come lo stesso Bolton ha tenuto a precisare. Il messaggio è estremamente chiaro e diretto: il potere esecutivo deve passare ai civili e l’Esercito deve subordinarsi alla Repubblica (laica) e alla Costituzione. La frase finale del comunicato stampa avrà fatto inorridire i generali Hemetti, Salah Gosh e i loro compari: «Gli Stati Uniti si schierano con i pacifici manifestanti in Sudan».

Eravamo al corrente degli sforzi diplomatici dell’Arabia Saudita per convincere Stati Uniti e Unione Europea a ridare supporto politico e finanziario alla giunta militare, composta dagli stessi attori beneficiari dello sdoganamento politico internazionale avviato nel 2012 dall’Italia, in nome della lotta contro il terrorismo internazionale e flussi migratori non controllati, ci dice, A.M.K professore presso l’Università di Khartoum, dopo l’ennesima assicurazione di anonimato. Considerando l’influenza che l’alleato saudita ha sulla Casa Bianca temevamo che l’offensiva diplomatica saudita andasse a buon porto. Una volta convinti gli Stati Uniti, l’Unione Europea avrebbe adottato medesima posizione in nome della sudditanza politica e psicologica che ancora nutre l’Europa verso l’America. Una sudditanza nata dalle ceneri della Seconda Guerra Mondiale. A grande sorpresa la Casa Bianca sembra non condividere le posizioni del suo alleato saudita e insiste sul passaggio immediato di poteri ad un governo civile. All’interno dell’ambiente universitario ci siamo interrogati sul perché di questa scelta politica. In fondo il TMC tenta di offrire tutte le assicurazioni di garantire una gestione di potere simile a quella del Generale Abd al-Fattāḥ Saʿīd Ḥusayn Khalīl al-Sīsī divenuto Presidente dell’Egitto tramite colpo di Stato ed elezioni anticipate abilmente pilotate. Il generale al.Sisi è considerato dall’Occidente il garante della stabilità in Egitto capace di contrastare l’Islam radicale. I diplomatici sauditi hanno insistito molto sul pericolo che un governo retto solo da civili possa avere una natura politica debole, logorato da divisioni interne e quindi incapace di gestire il delicato periodo di transizione e la sicurezza nel Sudan, aprendo le porte alle infiltrazioni dei gruppi terroristici islamici”, prosegue il professore.

Le prese di posizione di John Bolton indicano la mancata fiducia che la Casa Bianca pone sul TMC. Troppo rischioso appoggiare dei quadri militari che nel recente passato si sono macchiati di gravi crimini contro l’umanità e del genocidio in Darfur. Inoltre, gli Stati Uniti non sono mai stati convinti che il regime di al-Bashir e, di conseguenza i generali che compongono questa giunta militare, abbiano veramente abbandonato i legati passati con il terrorismo islamico di matrice salafista. Ricordiamoci che negli anni Novanta il Sudan ospitava e proteggeva Osama Bin Laden. I dubbi americani sono stati confermati nelle scorse settimane. Il TMC ha di fatto creato un’alleanza politica con le forze nazionali dell’Islam radicale (alcune di esse legate ad Al-Qaeda e al DAESH) promettendo loro il mantenimento della legge coranica e dello status quo pre rivoluzionario, ovviamente senza Bashir”, afferma il docente.

La posizione assunta dagli Stati Uniti sarà seguita dall’Unione Europea, “attentissima che la crisi del Sudan non aggiunga altre prove schiaccianti della partecipazione e connivenza di vari Stati membri UE nei crimini contro l’umanità fatti contro gli immigrati africani per contenere i flussi migratori. Crimini compiuti grazie al considerevole supporto finanziario delle forze armate sudanesi fedeli al regime. Supporto concesso dall’Unione Europea. Da un punto di vista logico e di realpolitik a Bruxelles sembra convenga non continuare l’alleanza con questi criminali per evitare di trovarsi coinvolta in un delicato quanto dirompente caso giudiziario internazionale sulla spinosa faccenda legata ai “mezzi più idonei per regolare i flussi migratori dal Corno d’Africa all’Europa”.

Il messaggio di Bolton rende difficile per il TMC portare a termine il golpe lanciato, gestire da solo il periodo di transizione ed organizzare elezioni anticipate e pilotate per offrire ai Generali Hemetti e Gosh una parvenza di legalità internazionale. “Gli Stati Uniti rimangono fermi sul ultimatum della Unione Africana per il passaggio dei poteri ai civili: 30 giugno 2019. In caso contrario piomberanno altre sanzioni economiche sulla già disastrata situazione economica del Sudan, rischiando che il TMC debba gestire oltre alle proteste popolari una situazione di bancarotta nazionale”, conclude A.M.K.

L’analisi della nostra fonte viene confermata dalla posizione ufficializzata dall’Unione Europea, per iniziativa francese. Il comunicato ufficiale della UE copia quello redatto dalla Casa Bianca: severa condanna delle violenze fatte dalle RSF e richiesta di immediato passaggio dei poteri esecutivi ad un governo di civili. Gran Bretagna e Norvegia (che assieme agli Stati Uniti compongono la Troika per il Sudan) in un comunicato stampa pubblicato qualche ora fa condanna le violenze istigate dalla giunta militare affermando senza mezzi termini che con questi attacchi ai civili il Transitional Military Council sta mettendo a rischio il processo di transizione e la pace in Sudan. La mazzata finale data dalla Troika alla giunta militare nel comunicato stampa riguarda il chiaro avvertimento che non verranno riconosciute valide le elezioni anticipate se organizzate dal TMC. «Il popolo sudanese necessita di un governo di transizione in mano ai civili che crei le condizioni per libere e trasparenti elezioni e non di elezioni anticipate imposte dal Transitional Military Council e dalle sue forze di sicurezza».

Durante una riunione straordinaria presso il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite si è tentato di emettere una condanna ufficiale delle violenze commesse dai militari. Condanna bloccato dal veto di Russia e Cina. Il veto ha evitato alla giunta militare di peggiorare la loro delicata situazione internazionale. Una condanna ufficiale delle Nazioni Unite è più che sufficiente per attirare l’attenzione della Corte Penale Internazionale, presso la quale giacciono dossier giudiziari e mandati di arresto per precedenti crimini commessi da vari generali che compongono l’attuale dirigenza del Consiglio Militare.

Galvanizzati da questo inaspettato supporto dell’Occidente, i dirigenti rivoluzionari della Sudanese Professionals Association (SPA) e il Partito Comunista hanno dichiarato che la protesta popolare aumenterà di intensità pur mantenendosi nell’ambito di manifestazioni pacifiche e democratiche. SPA e Partito Comunista hanno lanciato la disobbedienza civile permanente, fino a quando le trattative non saranno riattivate e il passaggio di poteri completato. La SPA ha lanciato un appello ufficiale alla comunità internazionale affinché isoli e fermi il Consiglio Militare, lanci una commissione di inchiesta indipendente sui crimini commessi nelle ultime settimane e obblighi il TMC a passare i poteri esecutivi.

Nonostante l’ondata di violenze e repressione delle RSF su tutto il territorio nazionale (causando altri 30 vittime tra i civili in varie regione del Sudan), la popolazione dimostra di essere determinata nella lotta per ottenere la libertà e la democrazia.
Nello Stato di El Gedaref migliaia di manifestanti hanno protestato contro l’eccidio dei loro compagni di lotta avvenuto a Khartoum. La Polizia e le RSF si sono scontrate con i manifestanti con un bilancio di varie decine di feriti da ambo le parti. Un nuovo sit in è stato allestito nel capoluogo El Gedaref e lo strategico asse stradale El Gedaref – Kassala è stato bloccato.  
A Kassala migliaia di manifestanti hanno dimostrato presso il mercato generale, condannando i massacri ordinati dalla giunta militare e chiedendo la sua immediata dissoluzione. Nel resto dello Stato le manifestazioni si sono svolte in tutte le città di fatto bloccando l’economia della provincia. Nello Stato del Red Sea (dove sono ubicati gli importanti terminal petroliferi presso Port Sudan) imponenti manifestazioni sono state condotte e un nuovo sit-in eretto davanti al base militare del 101sima divisione di fanteria a Port Sudan.  
Nel Darfur le città di Nyala, Zalingei, El Geneina e Ed Daein sono state teatro di altrettante imponenti manifestazioni. Tutti richiedono la dissoluzione immediata del Transitional Military Council. Dal Darfur (dove operano alcuni gruppi armati di liberazione tra cui il JEM (Movimento per la Giustizia e l’Equità) viene lanciato un sinistro avvertimento ai generali del TMC: «La popolazione del Darfur e quella del Sudan in generale continuerà a scendere in piazza, a istallare sit-in e a promuovere scioperi generali e azioni di disobbedienza civile fino a quando non saranno raggiunti gli obiettivi rivoluzionari di libertà, pace, democrazia e giustizia. Avvertiamo il Transitional Military Council. Se continuerà a usare la violenza al posto del dialogo verrà ripagato con le stesse armi».

La lotta per la libertà del popolo sudanese sembra ancora lontana dal concludersi, anche se il golpe attuato sembra indebolirsi già nelle prime 24 ore dalla sua attuazione e il TMC in difficoltà. SPA e Partito Comunista nonostante le defezioni di altri partiti politici come il National Umma Party, mantengono alta la tensione contro il TMC, mantenendo la rivoluzione ancora sui binari delle azioni pacifiche. Questa è la forza della Rivoluzione di Dicembre.
Mai in Sudan la parola ‘martire’ è stata così appropriata. Il concetto di ‘martirio’ normalmente e impropriamente associato al terrorismo islamico, in Sudan viene applicato nel rispetto del significato originale spiegato nel Corano: sacrificarsi per la libertà.

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