martedì, Luglio 16

Sudan: stallo politico e proteste ad oltranza Civili e militari hanno rifiutato una proposta di accordo da parte di un gruppo di mediatori della società civile; lo scontro prosegue e l’Italia pare continui finanziare il Paese

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Un team di mediatori, compresi il famoso giornalista sudanese Mahjoub Mohamed Saleh e il noto imprenditore Osama Daoud, lunedì 6 maggio hanno proposto al Transitional Military Council (TMC) e alla piattaforma politica Declaration Freedom and Change (DFC), una divisione dei poteri per poter formare il Governo di transizione.
La proposta tentava di bilanciare le forze tra i militari e i rivoluzionari attraverso la costituzione di un Gabinetto dei Ministri con pieni poteri esecutivi e controllato dal DFC e dalla Sudanese Professionist Association (SPA), l’associazione dei professionisti sudanesi che sta guidando la rivoluzione, e un Consiglio della Sicurezza e Difesa composto da sette militari e tre civili con i compiti di assicurare la difesa e l’ordine nel Paese, senza aver la possibilità di interferire nelle scelte che saranno fatte  dai Ministri.

La proposta avanzata dai mediatori è stata rifiutata dalle forze politiche di opposizione mercoledì 8 maggio, in quanto la giunta militare starebbe facendo delle pressioni affinché anziani membri del partito dell’ex Presidente Omar al Bashir, il National Congress Party, e  membri del Islam radicale siano inseriti all’interno del Consiglio dei Ministri. Inoltre, l’opposizione esige che il Consiglio della Sicurezza e Difesa e il Gabinetto dei Ministri siano sottoposti ad un constante monitoraggio del movimento rivoluzionario, per verificare se le loro linee politiche siano in linea con le aspettative popolari e le performance del Governo di transizione.

Anche la giunta militare ha rifiutato la proposta dei mediatori, in quanto punta ad avere il controllo dell’Esecutivo e sul futuro Governo di transizione.
Il portavoce dell’Esercito, Shams al-Din Kabbashi, in un comunicato stampa ha chiarito che la giunta militare non può limitarsi alla difesa del Paese,  deve essere parte attiva nelle scelte politiche che verranno fatte durante il periodo di transizione alla democrazia. «La giunta militare vuole mantenere il controllo sul Governo civile per avere la possibilità di influire sul potere esecutivo e di disciogliere il gabinetto dei Ministri qualora la politica adottata sia contraria o danneggi gli interessi dei militari. In poche parole, la giunta non vuole sottostare al governo civile e non vuole che abbia reali poteri esecutivi. I militari stanno prendendo del tempo nel tentativo di mantenersi al potere», ha dichiarato il portavoce della DFC, Madani Abbas Madani.

Il fronte rivoluzionario ha avvertito la giunta militare che è pronta una escalation delle proteste: disobbedienza civile, paralisi dei trasporti e dell’economia, e scioperi generali su tutto il territorio nazionale. Misure ventilate per costringere il Transitional Military Council a passare il potere ai civili al più presto e senza condizioni. «Preferiremmo risparmiare al Sudan uno scontro politico di tale portata attraverso un accordo per il trasferimento dei poteri ai civili ma siamo intenzionati ad attuare tutte le forme di protesta idonee per difendere la rivoluzione»  ha dichiarato il portavoce Madani.

La capacità di mantenere alta la pressione popolare è dimostrata delle proteste che continuano in tutto il Paese.
A Kassala si è svolta una protesta regionale contro il Governatore accusato di essere in combutta con gli esponenti locali del National Congress Party, chiedendo le sue dimissioni, assieme a quelle di tutti i direttori esecutivi della pubblica amministrazione che provengono dal vecchio regime.
Nello Stato del Red Sea a migliaia hanno protestato bloccando le attività portuali della città di Suakin e richiedendo che la giunta militare ceda il potere ai civili entro una settimana e senza condizioni.
A Doka, e in varie altre città dello Stato di El Gedarf, la popolazione è in piazza da giorni per domandare le dimissioni di tutti i dirigenti locali della pubblica amministrazione legati con il vecchio regime. I manifestanti hanno chiuso il passaggio frontaliero tra Sudan ed Etiopia, bloccando il ponte che collega la città sudanese di El Galabat con la città etiope di Metemma. La chiusura del ponte sarebbe stata necessaria per impedire la fuga in Etiopia di vari membri politici e militari del regime semi collassato.
Nel Northern State il movimento rivoluzionario sta esigendo di sospendere la costruzione delle dighe presso le località di Kajbar e Dal. I due progetti hanno ricevuto varie critiche internazionali per la violazione dei diritti umani, attuata attraverso l’esproprio di terre e abitazioni ai civili senza alcuna forma di indennizzo. I due progetti anche da un punto di vista tecnico sono considerati dei veri e propri fallimenti, che non risolveranno la scarsità energetica del Sudan, ma porranno delle serie minacce ambientali.

Giungono notizie che continuerebbe il supporto umanitarioal Governo del Sudan da parte dell’Italia. Il 7 marzo scorso, mentre il Paese era in pieno caos, il Ministro italiano dell’Ambiente, Sergio Costa, ha reso operativo un accordo, firmato nel novembre 2016 tra il Governo Renzi e la dittatura islamica di Khartoum. L’accordo prevedeva la realizzazione di due progetti agricoli attraverso la FAO, per un pacchetto di aiuti di quasi 1,7 milioni di euro. Chi aveva firmato l’accordo della controparte sudanese è caduto l’11 marzo 2019, a seguito dell’arresto del dittatore Omal Al Bashir. Non è dato sapere se agli inizi di marzo sia stata versata la prima tranche del finanziamento. A rivelarlo è il giornalista Massimo Alberizzi, sul blog di informazione ‘Africa Express’.

«Il finanziamento riguarda iniziative e aiuti per implementare la protezione e la cura del bestiame e all’adozione di misure che tendano a mitigare i cambiamenti climatici. Un progetto abbastanza complicato da attuare in un Paese corrotto fino al midollo dove i posti di potere quelli da cui si può sifonare con una certa facilità denaro, anche quello degli aiuti, fino a ieri erano in mano al clan del Presidente Al Bashir, ricercato dalla Corte Penale Internazionale dell’Aja per una serie di nefandezze compiute durante la guerra in Darfur: genocidio, crimini di guerra e contro l’umanità, e stupro. E allora perché tanta solerzia nel finanziare con oltre un milione e mezzo di euro un Governo con questi precedenti?», si domanda Alberizzi. Proveremo a chiederlo al Ministero.

Il Governo italiano (per meglio dire, i vari governi che si sono succeduti) da anni è consapevole di trattare con un regime assai discutibile, che utilizza i fondi umanitari per sostenere le spese militari. Atteggiamenti truffaldini del regime islamico radicale già noti alla fine degli anni Novanta, quando i camion e le macchine movimento terra donate dal Fondo Aiuti Italiani erano state riconvertite ad uso militare. Il personale diplomatico in servizio presso l’Ambasciata d’Italia di Khartoum incontrava questi mezzi per le strade della capitale, carichi di soldati e con gli adesivi -FAI. Dono del governo italiano- ancora incolati sulla carrozzeria.

Venerdì 10 maggio la piattaforma politica Declaration Freedom and Change ha annunciato che entro pochi giorni verrà reso noto il piano per assicurare il trasferimento di poteri ad un governo di transizione civile. L’annuncio rappresenta un chiaro tentativo di sbloccare lo stallo creatosi e rimuovere la giunta militare, subordinando l’Esercito alla Costituzione e al Parlamento. La DFC sta individuando nuove strategie per raggiungere l’obiettivo, consapevole che il periodo di Ramadam gioca a favore della Giunta.

Nel Ramadan i fedeli musulmani sono chiamati al digiuno durante il giorno. Un’osservanza religiosa che intacca la capacità fisica di continuare con le proteste di piazza. Tra le nuove strategie da adottare, vi sarebbe la redazione di un dettagliato rapporto dei piani della giunta per rimanere al potere, al fine di screditarla a livello internazionale. Il Freedom and Change avrebbe l’intenzione di dotare il governo civile di poteri esecutivi escludendo l’Esercito, e di offrire un periodo di 4 anni al fine di gettare solide basi per la democrazia in Sudan.

La scorsa settimana, l’Unione Africana e l’Unione Europea hanno concordato una linea comune verso il Sudan, lanciando alla giunta militare un ultimatum di due mesi per effettuare il passaggio dei poteri ad un Governo di civili. In assenza di questo passaggio, UA e UE chiederanno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite di imporre pesanti sanzioni economiche.

Ammesso che il movimento rivoluzionario riesca imporre un governo di civili, tale governo dovrà affrontare titaniche sfide per ripulire il Sudan dall’influenza del regime, far scattare la ripresa economica e risolvere vari conflitti creati durante i trent’anni di dittatura islamica. Kamal El Sadig, editore di ‘Radio Dabanga’, individua cinque urgenti sfide per trasformare il Sudan in un Paese democratico.
La prima consiste nel smantellare il regime islamico attraverso la messa al bando del partito al potere National Congress Party, la rimozione dei quadri politici e militari compromessi con il regime, la consegna di Omar Al Bashir alla Corte Penale Internazionale per essere giudicato dei crimini contro l’umanità commessi in Darfur e una lunga serie di processi in Sudan contro gerarchi e politici del regime che sono stati coinvolti sia in crimini contro la popolazione che in crimini economici. Per riuscire a raggiungere questi obiettivi occorre, secondo El Sadig, distruggere l’Islam politico impedendo ai suoi sostenitori stranieri (Arabia Saudita, Emirati Arabi e Turchia) di continuare ad influenza economica e religiosa sul Sudan attraverso il sostegno della giunta militare e delle milizie del regime ancora parzialmente intatte e operative.  

La seconda sfida è quella di terminare tutti i conflitti in atto nel Darfur, Nuba Mountains e Blu Nile, tramite accordi di pace con i movimenti ribelli quali Sudan People’s Liberation Movement-North (SPLM-N), Sudan Liberation Movement (SLM) e il Justice and Equity Movement (JEM). I miliziani di queste formazioni guerrigliere devono essere integrati nell’Esercito, nella Polizia e nella società offrendo loro reali opportunità di lavoro, mentre ai leader si deve garantire la partecipazione al governo di transizione  e la possibilità di creare nuovi partiti politici o aderire a quelli già esistenti. Tutti questi gruppi armati richiedono uno Stato laico e federale, dove alle regioni teatro delle loro ribellioni venga riconosciuto il diritto di auto-governarsi all’interno di una federazione del Sudan.

La terza sfida riguarda la fine della marginalizzazione delle minoranze etniche e religiose. La politica repressiva del regime islamico, oltre a causare migliaia di vittime, ha forzato milioni di cittadini a divenire profughi e ha impoverito economicamente varie aree periferiche del Paese. Occorre che il governo laico e civile di transizione apra un dialogo con queste minoranze etniche e religiose, proponendo giustizia per i crimini commessi contro di esse, risarcimenti tramite progetti di sviluppo economico delle loro aree d’origine, riconoscimento dei diritti (cultura, lingua religione).

La quarta sfida consiste nell’assicurare piena giustizia al Darfur, teatro di un genocidio premeditato da parte del regime islamico. Per assicurare la piena giustizia non è sufficiente consegnare Omar Al Bashir alla CPI, occorre consegnare al Tribunale dell’Aia tutti i responsabili del genocidio, compresi molti quadri dell’attuale giunta militare, e sciogliere le Rapid Support Forces e la National Intelligence Security Service.

L’ultima sfida riguarda la ricomposizione dei partner internazionali del Sudan. El Sadig suggerisce di non creare crisi diplomatiche e guerre fredde con i Paesi alleati al regime  -Egitto, Arabia Saudita, Emirati Arabi, Turchia- o con in Paesi che lo hanno supportato pur criticandolo –  Francia, Germania, Gran Bretagna e Italia. Occorre che il Governo di transizione crei relazioni diplomatiche su nuove basi paritarie con questi partner e anche con le potenze mondiali quali Stati Uniti, Russia e Cina. Il Sudan deve evitare di schierarsi con blocchi geo-strategici contrapposti, accettando una sudditanza economica nei confronti delle potenze regionali e internazionali.

Queste cinque sfide, se affrontate e risolte permetteranno al Sudan di trasformare in definitiva la parziale vittoria della rivoluzione, offrendo alle nuove generazioni un Paese democratico, dove sia possibile costruire un futuro dignitoso. Per raggiungere questi obiettivi servono compromessi, difficile capire al momento se Declaration Freedom and Change e Sudanese Professionist Association ne sono consapevoli e ci stanno lavorando.

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